giovedì 11 settembre 2008
martedì 9 settembre 2008
BLACK MOON - ENTA DA STAGE (Wreck, 1993)
Tanto per dirne una: avete presente i cori urlati da un mucchio di persone, che così bene caratterizzano il suono nuiorchese di quegli anni? Beh, ringraziate i Black Moon. E cosa dire delle produzioni filtrate da ogni tono alto e praticamente "abbandonate" alla sola batteria e basso? Beatminerz, miei cari. E, certamente, se da un lato erano stati i Tribe e i De La Soul (con Buhlōōne Mindstate) ad usare pionieristicamente massicce quantità di campioni jazz nelle loro produzioni, si può dire che solo con Enta Da Stage questi vennero reinterpretati in una chiave decisamente più cupa ed alienante. Insomma, per farla breve, questo disco è una delle migliori colonne sonore esistenti per descrivere in note l'atmosfera urbana di una città in novembre. Non esistono aperture: basso e batteria scandiscono i passi mentre i campioni riflettono lo stridio delle rotaie delle metropolitane e delle gomme delle macchine, mentre la descrizione verbale dell'insieme viene affidata in gran misura al solo Buckshot e agli occasionali ospiti.
Tutto ciò avviene senza soluzione di continuità, anche prendendo in considerazione la suddivisione dell'album in due fasi (il che non è un semplice vezzo ma riflette effettivamente un diverso "taglio" musicale): sia l'iniziale Powaful Impak che la conclusiva U Da Man rientrano nell'estetica ruvida così fortemente distintiva di questo disco. Il merito di ciò va alle produzioni dei Beatminerz, non c'è dubbio: il filtraggio dei campioni di cui dicevo prima, abbinato ad un'equipaggiatura poco più che casalinga, conferisce ad ogni singolo pezzo un timbro cupo, oscuro, quasi come se si sentisse il beat provenire da un lontano scantinato. E la marea di campioni usati vengono usati non per conferire una melodia alle canzoni, bensì unicamente per "spezzarli" con una certa regolarità o per separare i ritornelli dalle strofe. Tuttavia, si può notare una variazione nell'approccio produttivo tra le prime sette tracce e le altrettante che le seguono: nel "first stage" il sound è più legato agli anni precedenti e risulta, in generale, più "energetico" (vedi Who Got Da Props, Niguz talk Shit e la sublime Buck 'Em Down); per converso, nel "second stage" le atmosfere virano verso una ruvidità meno gridata e certamente più vicina ai dischi che sarebbero usciti in seguito (ne sono ottimi esempi Shit Iz Real, I Gotcha Opin e -soprattutto- l'eccezionale Slave). La spiegazione pare essere questa: a cavallo tra il '92 ed il '93, durante le sessioni d'incisione i Black Moon s'imbarcarono in un tour con Kool G Rap e Nas e, sentendoli, Buckshot decise di rendere meno serrato il suo flow. Di rimando, i Beatminerz optarono per un adattamento a questo cambio di stile virando così le sonorità verso toni più smorzati. Ed in fin dei conti la scelta si rivelò vincente oltre che attuale: non è un caso, infatti, che Buckshot sia oggi come allora immediatamente riconoscibile già solo dall'uso della voce, mentre 5ft si può facilmente perdere nel marasma degli MC competenti o poco più. Sia come sia, il punto è uno solo: le produzioni sono perfette, stop. Da Frank Zappa a Cannonball Adderley, passando per Miles Davis e Barry White, i Beatminerz piegano qualsiasi campione alle loro necessità ed alla loro personalissima estetica come ben pochi -specialmente se esordienti- sanno fare.
A questo punto, di fronte all'enfasi che ho dato nell'elogiare il lavoro, è curioso notare come, storicamente (fin dalla sua uscita, cioè), Enta Da Stage abbia ricevuto il plauso del pubblico grazie all'abilità di Buckshot al microfono. Intendiamoci: non voglio sminuire il suo contributo e men che meno mettere in dubbio il suo straordinario talento, semplicemente trovo che di fronte ad un'esecuzione perfetta (rime, controllo del respiro, stile tout court) non vi sia quell'innovazione o quella capacità di influenzare altri ottenuta, che so, dai membri del Wu o da Biggie. Ma questo non fa parte di eventuali difetti oggettivi; tralasciando dunque queste mie "critiche alla critica" di scarsa rilevanza, ciò che conta è che il nostro nanetto (è, tipo, alto come Berlusconi) fa letteralmente a pezzi il microfono su ogni traccia. E nel fare questo, raramente incappa negli stilemi dell'epoca, risultando ancor'oggi godibilissimo da ascoltare pur nella (in realtà, soprattutto grazie alla) sua sbruffoneria e nelle evidenti esagerazioni nel narrare la cosid. street life.
Insomma, tre sole parole per definire Enta Da Stage: classico, influente, imprescindibile.
Black Moon - Enta Da Stage
VIDEO: HOW MANY MC'S...
lunedì 8 settembre 2008
SADAT X - WILD COWBOYS (Loud, 1996)
I motivi per queste "disattenzioni" da parte dei fan -specie i più giovani- li ho già illustrati in altre occasioni e comunque mi paiono abbastanza ovvi; tuttavia sarebbe imperdonabile proseguire lungo questa strada di dimenticanze ed è così che stamane, dovendo decidere tra recensire gli Heltah Skeltah o Sadat X (ambedue comprati lo stesso dì al WOM di Monaco), alla fine ho optato per per Wild Cowboys, per alcuni la sua opera migliore e senz'altro un eccellente esempio di cos'era il suono nuiorchese di metà anni '90.
Non faccio mistero difatti che la prima cosa di questo LP che desta l'attenzione sono i beat: abbiamo Diamond D su tre tracce, Buckwild e Ogee su due, Showbiz su una e così anche i Beatminerz, Pete Rock, Alamo ed altri. Volendo dunque chiudere un occhio sull'assenza di Premier e Large Professor, si può ben dire che la formazione è certamente impressionante e rappresentativa della Grande Mela -che poi questa vada a tradursi in'equivalente qualità resta da vedersi, ma intanto ogni timore di ciofeca tout court è da considerarsi automaticamente escluso. Del resto, per scongiurare quest'ipotesi sarebbe bastato il solo fatto che l'autore di Wild Cowboys è nientemeno che un terzo dei Brand Nubian e che, negli anni immediatamente precedenti l'uscita di questo suo esordio, egli s'era fatto notare per le strofe di tutto rispetto sui dischi di KRS One e Lord Finesse. Aggiungiamoci infine che l'etichetta per la quale venne pubblicato questo lavoro era la Loud -già firmataria di cosucce come 36 Chambers, The Infamous e Cuban Linx- e si può comprendere come le aspettative fossero parecchio alte.
Spiace anticipare, dunque, che queste vengono in buona parte tradite: ma non tanto perchè siano (fossero) comunque insoddisfabili, bensì perchè Wild Cowboys presenta alcuni difetti oggettivi che francamente non ci si sarebbe aspettati da uno come Sadat X. Ad esempio, per dirne uno, la presenza di ospiti: passi che il Nostro probabilmente era abituato ad avere almeno un compagno di rime al quale appoggiarsi nei momenti di difficoltà, ma ciò non giustifica in nessun modo un tale assortimento di gente che si rivela essere, nella migliore delle ipotesi, appena passabile -e mi riferisco a Lord Tariq, di certo non al resto dei Money Boss Players o all'onnipresente e tristemente mediocre Shawn Black. L'handicap in questione risulta ancor più fastidioso se si pensa poi all'occasione sprecata: così come X ha avuto il buonsenso di invitare Grand Puba ed il sempre affidabile D.V. Alias Khrist, perchè allora non si è spinto oltre in questa direzione dando un colpo di telefono a Finesse, KRS o qualcun altro della D.I.T.C. o della Boot Camp Clik? E se non loro, qualcuno interno al roster della Loud che, voglio ribadirlo, non è che fosse composto da ciò che si chiamano cretini... Mah, vai a capire. E poi: d'accordo che non siamo più nel '90, d'accordo che non sei abituato a pensare pezzi da solista, ma... com'è che in tutto l'album non vi sia nemmeno un accenno ai temi sviluppati (o per meglio dire: all'impostazione) nei dischi incisi coi Brand Nubian? Per carità, non ho nulla da eccepire sul braggadocio, specie se a farlo è una persona competente come il Nostro, certo è che i pezzi genericamente sboroni lasciano il tempo che trovano, e lì, purtroppo, non c'è Diamond D che tenga. Last but not least, dato che ho nominato uno dei produttori, mi preme sottolineare come non tutti giochino le loro carte migliori: Buckwild, per dirne una, conferma la sua fama con Smoking On The Low ma lascia perplessi con la triviale Lump Lump (un giro di basso bello non sempre basta e creare materiale memorabile); lo stesso dicasi per Diamond D, che prima imprime a fuoco il suo nome sull'ottima Wild Cowboys (quel campione di vibrafono mi sa un tantinello di David Axelrod...) e dopo sforna una robetta "meh" come Petty People, che non si riesce a capire se sia una versione embrionale della prima o se semplicemente si tratti di uno scarto databile tra il '92 ed il '93.
Fortunatamente, però, c'è gente come lo scandalosamente sottovalutato Ogee che non fallisce un colpo (sue le valide Sauce For Birdheads e The Hashout, ambedue di buona qualità); e anche Showbiz conferma i suoi meriti producendo una delle cose migliori di Wild Cowboys, cioè Stages And Lights. Dal canto loro, pure i Beatminerz e Alamo si tuffano sui campioni di xilofono, entrambi con ottimi risultati (in particolar modo è Open Bar ad imprimersi nella memoria come uno dei pezzi più potenti dell'insieme). Ma è lo sconosciuto Ali Malek che ruba lo show: campionare Morricone non sarà in sè un'idea particolarmente originale, ma quando il risultato riesce a mantenere l'atmosfera dell'originale pur essendo marcato da un tasso di ruvidezza elevatissimo, non ci si può che inchinare.
Tuttavia, se la sua Hang'Em High svetta come punta di diamante di Wild Cowboys è anche grazie al fatto che qui Sadat X, oltre a rimare bene come sempre, partorisce una lunga metafora dove il far west è accomunato alla vita nel ghetto e, se da un canto l'abbinamento non pare troppo sconvolgente, l'esecuzione è ottima e soprattutto s'inserisce a perfezione nel contesto creato dal sopracitato Ali Malek. Chapeau anche a Khrist, che firma il ritornello in un modo tale da rendere ancor più vergognoso il fatto che non gli siano stati riconosciuti l'enorme talento e la personalità inimatibile che indiscutibilmente possiede. Per il resto, X generalmente rimbalza con discreti risultati tra l'autoesaltazione, la pura esibizione di bravura e l'aneddottica riguardante la sua città ed il suo quartiere; tutto ciò però assume un ruolo di secondo piano quando si nota che in fin dei conti sono i beat a rendere efficace l'MC. Non a caso, se è Pete Rock a tirar fuori il suo lato più marcatamente jazz, allora le cose funzionano ed Escape From New York va ad inserirsi nel quintetto di canzoni memorabili di Wild Cowboys; quando invece c'è qualcun altro un po' meno ispirato, allora l'insieme o finisce nel dimenticatoio (Do It Again) oppure si trasforma in un'autentica e fragorosa cazzatona col botto: ce n'è una sola, è vero, ma vi garantisco che The Funkiest è una cacofonia tale da lasciare sbigottito l'ascoltatore.
Come s'è visto, Wild Cowboys ha la sua bella fetta di scivoloni francamente incomprensibili e se da un lato non mi stupisce che a causa di questi esso sia scivolato nel dimenticatoio, dall'altro trovo che sarebbe un peccato perdersi gran bei pezzi quali Open Bar, Hang'Em High, Stages And Lights, Escape From New York e Wild Cowboys. Pure, vorrei contestare l'opinione comune che lo vorrebbe come l'opera migliore di X: contestualizzandolo, difatti, non si può ignorare lo scarto tra il potenziale espresso dai vari protagonisti ivi presenti ed il risultato finale, secondo me relativamente deludente. In tal senso, Experience & Education riesce a spremere meglio le capacità di tutti gli attori coinvolti, primo fra tutti 'Dat X stesso, che fortunatamente dimostra (vuoi anche fuori tempo massimo) la sua versatilità e la sua personalità che, purtroppo, in Wild Cowboys aff
Sadat X - Wild Cowboys
VIDEO: HANG 'EM HIGH
File under: Sadat X
giovedì 4 settembre 2008
CORMEGA - THE TRUE MEANING (Legal Hustle/Landspeed, 2002)
Fatto sta che quando The Realness uscì sugli scaffali la mia impressione fu quella di avere tra le mani un album nel complesso solido ma ancora un po' immaturo o, se preferite, non all'altezza di quanto fosse lecito aspettarsi da uno che comunque era riuscito a mettere insieme una They Forced My Hand, The Saga o Fallen Soldiers. Fortunatamente non mi toccò aspettare molto prima che ciò avvenisse: nel 2002 il Nostro raggiunse la suddetta maturazione con questo The True Meaning, ad oggi la sua opera migliore (ma aspetto con ansia l'imminente Born And Raised) nonché una delle cose migliori sentite nel corso di quell'anno. Innanzitutto perchè la selezione dei beat è mediamente eccellente, ma soprattutto perchè la diversità degli argomenti ed il modo in cui vengono affrontati mostrano chiaramente come 'Mega non sia il solito ignobile bburino bensì qualcuno con decisamente più neuroni a disposizione della media (un po' come Tragedy Khadafi, insomma); ne consegue che The True Meaning si presta a più tipi di ascolto, da quello cazzeggiante in macchina a quello più impegnato quando si è tranquilli, seduti a non far altro che concentrarsi sulla musica.
Tuttavia, qualche difettuccio quà e là c'è: ad esempio, per quanto i beat siano appunto mediamente più che buoni, l'aficionado di hip hop un po' più scafato non potrà non notare che diversi di essi non brillino per originalità: Love In Love Out è il remix di Usual Suspects di Big Noyd; Soul Food è 3 Card Molly di Xzibit; Endangered Species è Mobsta's di Kool G Rap; Verbal Graffiti è
Fortunatamente, però, il resto di True Meaning non delude: i beat dei vari Emile, Hangmen 3 (sissì, proprio quelli degli Almighty RSO), Hi-Tek, Buckwild, Alchemist, Large Professor e D/R Period fanno da sfondo ideale alle capacità narrative nonché strettamente liriche di Cormega, e così si passa elegantemente dall'amarcord di The Legacy all'ultima puntata della diatriba con Nas (Love in Love Out) -fortunatamente gestita non con toni esagerati bensì trattata con buona sobrietà, senza naturalmente scordarsi delle cosiddette hood tales e degli struggimenti correlati. Menzione particolare in tal senso va a A Thin Line (storia di un tradimento da parte di un ex amico, decisamente personale) e Soul Food, una delle poche canzoni d'amore che risultano sobrie ma al contempo scevre dal machismo d'accatto che invece così spesso si trova all'interno dell'hip hop. Ad ogni modo, in mezzo a tutto questo valido materiale è difficile stabilire quali siano i pezzi oggettivamente migliori: ad esempio, il mio preferito è Therapy (principalmente per via del beat di Hot Day), ma non troverei scandaloso se qualcuno preferisse Thin Line o The Legacy; poco conta, in fondo.
In conclusione, benché alcuni destestino 'Mega per via della sua voce (davvero! ne ho già beccati due che la pensano così) è innegabile la sua crescita in quanto a scrittura e tecnica, così come non si può sorvolare che queste trovino dei degni partner in una pletora di beat dalle melodie tendenzialmente orecchiabili ma che non ne pregiudicano la matrice ruvida. The True meaning è dunque un album importantissimo all'interno della carriera di questo artista, certo, ma soprattutto un ascolto più che consigliato a chiunque sia portato verso un rap che non si nasconde nè dietro a trucchetti da baraccone come gli adlib ad effetto, nè tantomeno dietro ad un fare pretenzioso di chi si reputa "avanti".
Cormega - The True Meaning
VIDEO: THE TRUE MEANING
File under: Cormega, Queensbridge
martedì 2 settembre 2008
SCREWBALL - SCREWED UP (Hydra, 2004)
Scartando infatti qualsiasi discorso inerente le tracce già conosciute, il disco si apre con un sogno che molti covavano già dai tempi di Y2K: una versione "completa" di Urban Warfare, che nel sopracitato disco era stata criminalmente utilizzata solo come introduzione a Who Shot Rudy. Il beat di Mike Heron è un pestone come raramente se ne sentono oggigiorno, fondato su un campione di fiati dal tono decisamente marziale che poi va ad appoggiarsi su delle batterie di rara potenza, cosa che consente a Poet & soci di dedicarsi a ciò che sanno fare meglio: regalare perle di saggezza all'ascoltatore, con la sobrietà e la modestia che li contraddistingue. La loro Weltanschauung viene ulteriormente illustrata nella bella Dirt Thugs, affidata al buon Godfather Don, mentre Ayatollah tira fuori il suo lato più profondamente queensbridgeiano per creare il loop di piano di Who. Ma a questo punto, senza voler fare la lista della spesa, mi preme sottolineare come tutte le tracce extra si attestino sulla qualità media del gruppo -tradotto in italiano, sono delle ficate- con solo piccole sbavature quà e là: dicasi alcune strofe riciclate in What The Deal ed il pessimo crooning da frocio di Fred Fowler su Be On Your Way, che da solo riesce a rovinare un beat davvero particolare ed inusualmente melodico del sempre affidabile Mike Heron (parentesi: non è un peccato che adesso faccia solo l'A&R? Serio, era uno dei produttori che all'epoca preferivo).
Ma sciocchezze simili a parte, nel complesso l'operazione Screwed Up funziona eccelentemente. In qualità di possessore di ambedue i dischi precedenti sarei rimasto parecchio contrariato se fosse stata fatta la classica mossa da rabbino del mettere insieme quattro scarti in croce di nessun valore tanto per far su du' lire. Invece non solo abbiamo a disposizione sedici tracce di cui quattordici valgono ogni singolo centesimo speso, ma per di più vengono offerte per lo stesso prezzo diciassette estratti scelti con criterio da Y2K e Loyalty, il che permette a coloro che si erano persi i suddetti album di risparmiare danaro senza perdersi poi nulla di fondamentale (personalmente mi spiace solo che non siano presenti Street Life e Live And Let Die, per il resto non ho nulla da obiettare). Senza voler diventare sentimentale, vorrei concludere dicendo che in un panorama di pubblicazioni fatte senza nessun tipo di riguardo e dovuto rispetto nei confronti dell'ascoltatore, Screwed Up svetta per correttezza oltre che per qualità. Ne consegue che sarebbe doveroso da parte di quest'ultimo spendere la miseria di 18€ per retribuire come si merita la Hydra [N.B.: il voto finale si riferisce naturalmente ai soli inediti, che per maggiore chiarezza ho caricato separatamente].
Screwball - Screwed Up (Disc 1)
Screwball - Screwed Up (Disc 2)
Screwball - Screwed Up (solo inediti)
File under: Queensbridge, Screwball
lunedì 1 settembre 2008
J DILLA - RUFF DRAFT EP (Stones Throw, 2003/2007)
Ciò perchè esso è essenziale per comprendere l'evoluzione stilistica avvenuta in seguito all'uscita dai Slum Village, nella quale Dilla è passato dall'avere un timbro marcatamente native-tonguesiano (e, mi permetto di dire, noioso fino alla morte come dimostra la maggior parte delle produzioni dei Soulquarians) a sviluppare un suono che caratterizzerà la sua Detroit influenzando nel frattempo altri beatmaker, i B.R. Gunna su tutti. Da Ruff Draft in poi, difatti, si può notare una maggiore propensione a creare atmosfere ruvide, dure, con un'elaborazione dei campioni estremamente particolare oltrechè una maggiore propensione all'utilizzo di synth: canzoni come Reckless Driving e Nothing Like This non sono quindi esperimenti bensì anticipazioni, per certi versi "acerbe" se considerati i lavori successivi ma già estremamente appaganti.
Quest'ultima, per esempio, vede una batteria strutturalmente semplicissima venir rielaborata in modo da potenziarne il suono ed al contempo distorcendolo dandogli un caratteristico tocco di sporcizia; a ciò si aggiunge un campione che pare attingere al prog rock degli anni '70 e che viene fatto girare al contrario, sicchè il risultato finale non stonerebbe se inserito nella tracklist di Beauty And the Beat di Edan. Ed in quanto a Reckless Driving, si entra nel pieno uso del synth che va poi ad accompagnarsi a suoni che paiono provenire da un organo elettrico, il tutto appoggiato stavolta da persussioni meno quadrate e non intrusive. The $ prosegue sulla stessa strada, limitandosi però ai soli synth, mentre per Crushin' e Make 'Em NV si torna all'uso di campioni. Quest'ultima, in particolare, col suo loop di xilofono si erge fin dal primo ascolto come pezzo migliore del tutto sia come beat che come liriche ed è senz'altro degna di essere annoverata tra la crème de la crème del lungo curriculum di Dilla.
E a proposito di liriche, fermo restando che non ci troviamo di fronte ad un campioncino, l'insieme risulta funzionale all'ascolto: nel senso che, al contrario di Madlib (che al microfono fa davvero cagare a spruzzo),Dilla non solo ha una voce gradevole ma soprattutto riesce a stare a tempo e a manifestare quella minima di entusiasmo necessario per non far cadere in coma l'ascoltatore. Purtroppo, se tra i suoi pregi di MC c'è un'ottima dizione, questa gli si rivolta contro perchè consente di capire esattamente cosa dice: ed in casi come The $ e Crushin' non si può notare come il suo approccio a tematiche in sè trite ritrite (soldi e fica, rispettivamente) sia decisamente scontato. Aggiungo poi a titolo personale che la struttura in quartine di Nothing Like This spacca il belino alla quarta volta che l'ascolti, rovinando parzialmente un'altrimenti valida traccia.
In conclusione, se sul versante dei beat reputo Ruff Draft molto interessante oltreché piacevole, l'emceeing di Dilla frena un po' l'ascolto nel suo complesso ed inoltre va detto che la carne al fuoco è purtroppo un po' poco (solo due tracce superano i tre minuti) anche prendendo in considerazione che si tratta di un EP, e d'altro canto se le aggiunte sono senz'altro benvenute in fondo resta sempre una sensazione d'incompiutezza. Ciò nondimeno, Ruff Draft rimane un gran bel ascolto che difficilmente si dovrebbe ignorare; aggiungiamoci che l'edizione della Stones Throw è decisamente ben curata ed ecco che i miei 18€ sono stati decisamente ben spesi. Da avere, insomma [N.B.: il disco è da 3 e 1/2, ma aggiungo deliberatamente un altro mezzo Invicta per via dell'importanza acquisita e riconoscibile nel tempo].
LINK RIMOSSO DATO CHE LA STONES THROW HA MINACCIATO DI FARMI IL CULO
LINK REMOVED BECAUSE OF STONES THROW THREATENING ME TO EFF ME THE EFF UP
File under: J Dilla, Stones Throw
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