venerdì 10 ottobre 2008

TERROR SQUAD - THE ALBUM (Big Beat/Atlantic, 1999)

C'è un momento nello sviluppo delle tossicodipendenze, e più nello specifico nel caso dell'alcolismo, che viene definito "momento di lucidità": è quando arrivi a capire improvvisamente il tuo stato e decidi che così non puoi andare avanti, che devi trovare un rimedio e che lo devi fare in fretta. Ecco, qualcosa di simile mi è successo qualche tempo fa, quando giunsi a capire che a 18 anni ero un po' più coglioncione di quanto non sia adesso -un impresa a suo modo encomiabile.
Uno dei tanti catalizzatori di questa scoperta è stato riascoltare l'album d'esordio della Terror Squad, che ricordavo aver atteso all'epoca con la bava alla bocca solo per rimanerne profondamente deluso al momento dell'ascolto; insomma, mi aspettavo una sorta di "best of" di Capital Punishment e Don Cartagena e invece, orrore degli orrori, non tutti i beat erano dei classici!!1! E quelle frociate sparse quà e là con Tony Sunshine -che già solo il nome, Antonio Splendore Solare, cazzo- da dove saltava fuori? E perchè Cuban Link s'era praticamente nascosto, lui che doveva essere il prossimo Pun? Insomma, perchè faceva cagare?
La verità era ed è un'altra, ma all'epoca la mia infantile reazione di delusione l'aveva completamente obnubilata. La verità è che l'omonimo album della Terror Squad, pur non essendo la somma delle parti e pur includendo un paio di canzoni insulse, fa quello che deve in maniera più che onesta e riesce ad intrattenere l'ascoltatore per più di un'ora dandogli, alle volte, delle scosse di adrenalina non da ridere. Tra queste vorrei annoverare la ovvia Whatcha Gon' Do ma anche le sottovalutate In For Life, War e Rudeboy Salute, che da un lato alzano la tensione generata da altri pezzi comunque validi (Pass The Glock, Triple Threat ecc.) e dall'altro facilitano il perdono per autentiche gemme di omosessualità in 4/4 quali As The World Turns, Tell Me What You Want e la ultragaia My Kinda Girls; queste ultime sono in effetti dei patetici ammiccamenti alla scena da club che poi tanto sarebbe diventata cara a Fat Joe e soci negli anni successivi e a posteriori possiamo attribuir loro un significato, ma certo è che nel contesto lasciano davvero molto a desiderare.
Entrando ora nel dettaglio, cosa si può dire di questo LP? Innanzitutto che la lista dei produttori è chilometrica e comprende JuJu dei Beatnuts, Yogi dei Cru (che nessuno si ricorda ma io sì), V.I.C. dei Ghetto Pros, Amen Ra, Younglord, Buckwild, Alchemist, Armageddon stesso più qualche altro Carneade sparso quà e là. Nonostante questa formazione da Inter del rap, il sound nel suo insieme risulta omogeneo senza scadere nella monotonia e si rifà decisamente all'estetica hardcore di fine anni '90. Immaginatevi dunque loop di archi, pianoforti, fiati e quant'altro che viaggiano su beat non troppo lenti e nemmeno eccessivamente quadrati, con in più l'occasionale accenno alla latinità di alcuni dei membri (ad esempio l'uso di campioni di veloci arpeggi di chitarra in All Around The World). Un buon esempio di quanto detto lo si può trovare nell'eccellente Whatcha Gon' Do, dove un Big Punisher ancora in forma spadroneggia sull'ottimo beat di JuJu che si fa notare per il bel campione di viola sapientemente mescolato a singole note di piano e che riesce a conferire una sottile melodia al tutto pur non risultando ingombrante per il Nostro -che difatti consegna alla storia una seconda strofa da applausi. Ron Lawrence (che nel frattempo ci siam persi per strada), dal canto suo, tira fuori il suo lato più cupo e lascia che sia il melanconico piano di In For Life a dare il "la" a Pun, Cuban Link, Seis e Prospect; curiosamente, malgrado la presenza del panzone portoricano, è Cuban Link a rubare lo show grazie a sedici barre memorabili: "Set it off, we all together gettin cheddar livin' better/ Sippin' amarettos, whippin' the Vetta instead of a Jetta, dead up/ Never let up bet up, we settle vendettas/ Ghetto dwellers, y'all better duck when I let off the beretta, hit'em up!". E se V.I.C. crea qualcosa di piacevole seppur un po' tanto fracassone à la Conan Il Barbaro, abusando un po' dei tamburi e così rendendo "didascalico" il beat di War, Buckwild estrae dal campionatore la sua anima e crea qualcosa di così genuinamente hardcore che fa scordare che il campione sia il medesimo di Hip Hop di Mos Def. La sua Rudeboy Salute è difatti eccezionale e si candida, volendo, a secondo miglior pezzo del disco (per me siamo alla pari); d'altronde non posso che genuflettermi più e più volte quando sento che cosa può fare un simile mostro con tre note del menga e due effetti in croce... cioè, pigia due volte dei tasti a caso di un pianoforte, regalami delle batterie pesanti ed una linea di basso che da la melodia e con me praticamente hai vinto a mani basse.
Ma crocettati che sono i piatti forti del pasto, va anche detto che pure i contorni non scherzano: pur nella loro trivialità le basi di Pass The Glock, Triple Threat o Payin' Dues meritano un ascolto, mentre le soliste di Prospect e Fat Joe -'99 Live e Bring It On, rispettivamente- anche più d'uno. I problemi si presentano casomai quando si vira un po' troppo verso il kitsch (concetto chiaramente ignoto ai rapper), come ad esempio con All Around The World e le sue chitarrine suonate a tutto spiano, 'na roba che sa così di posticcio da far pensare immediatamente ai film di Pieraccioni quando ballano le fiche spagnole assieme ai simpatici toscani. O, ancora, As The World Turns: tra melodia struggente e ritornello cantato sorge prepotentemente il dubbio che i Nostri volessero fare la caccia grossa di sentimenti a buon mercato, il che non è certo uno dei motivi per cui si ascolta la Terror Squad; così come del resto non lo è il jiggyness (scusate ma il termine è troppo adatto a descrivere musica e intenzioni) delle occasionali aperture al mondo dei club, delle quali avrei volentieri fatto a meno.
Ma tutto sommato direi che non ci si può lamentare più di tanto, anzi! La struttura musicale di The Album è solida e mediamente più che ben fatta, per quanto scarsamente originale; ma ciò in fondo va pur bene ai Nostri in quanto nemmeno loro si lanciano in esplorazioni della psiche umana bensì, al contrario, preferiscono girare attorno ai loro temi preferiti. Il fatto è che la cosa diventa ben presto ridondante quando a supportare la marea di minchiate ci sono una tecnica ed uno stile onesti o poco più; difatti, comunemente ad altri gruppi, la Terron Squad si divide tra bravi/mostri (Pun, Cuban Link, Joe) e competenti (Seis, Prospect e, qualche gradino più in su, Armageddon), e quando sono questi ultimi a prendere in mano le canzoni può succedere di trovarsi a sbadigliare.
Ma a conti fatti i deficit degli MC o delle tematiche non sono tali da pregiudicare la bontà complessiva dell'opera. Ingiustamente sottovalutato all'epoca dell'uscita, l'album della Terror Squad è l'ultima testimonianza degna di nota di una storia durata a malapena quattro anni e che poteva trasformarsi in qualcosa di veramente potente e che invece si è tramutata in una cacatiella di poco conto. Ascoltatelo dunque per sicurezza, ma so che dopo che avrete visto le scansioni che ho fatto del booklet non saprete resistere alla tentazione di averlo originale per poter sfogliare sempre questo piccolo capolavoro di arte narrativa.





Terror Squad - The Album

VIDEO: '99 LIVE

mercoledì 8 ottobre 2008

SELF SCIENTIFIC - CHANGE (Angeles Records, 2005)

Ogni qualvolta che scrivo una recensione passo prima una decina di minuti a cercare di documentarmi nonché a leggere altre opinioni in merito, in modo tale da poter decidere cosa esternare e cosa omettere al fine di evitare troppe ripetizioni o banalità. Ovviamente, questo è impossibile per lavori sconosciuti o risalenti ai primi anni '90 (ma lì fortunatamente entra in gioco la mia memoria nonchè l'archivio domestico sdella Source), e difatti la cosa non mi sorprende, ciò che invece mi ha davvero sorpreso è stato il deserto di opinioni attorno a questo Change.
Mi rendo conto che i Self Scientific non siano esattamente delle popstar, certo, ma è anche vero che: a) quantomeno Khalil dovrebbe godere di un minimo di notorietà, visti i suoi rapporti con Muggs ma soprattutto i trascorsi con la G-Unit, e poi perchè b) Change è un bel disco che segue il buon mixtape Gods & Gangstas e l'ancor migliore esordio The Self Science. detto altrimenti, in soli cinque anni (dal 2001 al 2005), il duo di Los Angeles ha saputo farsi un curriculum forse non molto denso ma che senz'altro si contraddistingue per qualità e, non dimentichiamolo, originalità; e per una volta tanto l'originalità non deriva dalla parte più strettamente musicale quanto dal versante lirico, grazie a Chace Infinite che riesce sapientemente a mescolare un'attitudine di strada ad una critica sociale che non cade nello scontato nè nei contenuti, nè soprattutto nella forma, che conserva un che di poetico assai difficile da notare in molti suoi colleghi.
Bilanciamento, ecco la parola chiave stante alla base di Change: pur evitando di creare il classico disco-happy meal buono solo per essere scordato in quanto dichiarato "fatto per tutti", i nostri eroi riescono a passare dalla serietà di una Tears alla tamarraggine di King Kong senza perdere in personalità ed anzi andando a completare l'immagine complessiva restituita dall'ora abbondante di musica contenuta nell'opera. Chace non è difatti solo una persona pensante e riflessiva (cfr. Change, Tears, Weight Of The World, When I Die, Free Will ed annessa ghost track), e nemmeno si limita ad essere un tabbozzone della peggio specie (cfr. King Kong, 2 Step), bensì è un misto delle due cose decisamente ben equilibrato e credibile (cfr. Understand Me, Futurist, Chace's Theme). E per fortuna di tutti, anche al microfono se la giostra più che egregiamente: pur non esibendosi in particolari acrobazie verbali, il suo stile è pulito e coadiuvato da una buona tecnica ed un vocabolario più ampio della norma, il che gli permette il più delle volte di concentrarsi su temi ben precisi senza cadere nella noia o nella prolissità.
Dal canto suo, Khalil è il degno epigone del partner [no homo]: pur dovendo molto alla matrice classice del beatmaking, sovente riesce, giocando più sulle batterie che sui campioni, a dimostrare una varietà encomiabile. Non temo infatti di affermare che in quanto a programmazione delle percussioni (e qualità del suono, fattore non scontato in casi come questo) Change è da prendere come esempio per i posteri, nonché da usare come sorta di crocifisso contro i produttori cagoni che non si vergognano a fare dischi usando sempre gli stessi tre suoni; dal piglio incessante di una King Kong o una Change si passa al ritmo scandito più lentamente dalle solenni ghost track o balance, senza scordarsi di robe uptempo come 2 Step o Futurist piuttosto che classiconi tipo Live 'N' Breathe e Tears. Ma Khalil, oltre ad essere dotato di un'evidente creatività in quanto a ritmi, non scherza nemmeno nella scelta dei campioni: seguendo perlopiù il pensiero che vuole che vi sia una melodia, appare chiaro che il Nostro sa destreggiarsi senza problemi tra soul, funk e quant'altro (inclusi anche rock e colonne sonore) riuscendo sempre a dare un taglio per cui la natura del genere musicale originario resti intatta (vedi ad esempio What You Need o Live 'N' Breathe), senza disdegnare l'occasionale synth quà e là -fortunatamente più per rendere corposo il beat che per crearlo ex novo.
A questo punto, salvo la scelta secondo me oggettivamente poco azzeccata di inserire nella tracklist 2 Step (che con la sua atmosfera danzereccia fa un po' strano), non vedo come si potrebbe trovare vere e proprie pecche. Tutti i pezzi sono di statura elevata, e se si preferisce uno piuttosto che l'altro ciò dipende esclusivamente dai gusti, giacché -eccetto le superiori Understand me, la ghost track, King Kong e Live 'N' Breathe- in quanto a bontà generale sem sèmper lì. "A nigga need pain to create better music", dice ad un certo punto Chace: volendogli credere, posso solo dispiacermi che finora abbiano evidentemente sofferto così tanto.





Self Scientific - Change

VIDEO: LIVE 'N' BREATHE

martedì 7 ottobre 2008

PIÚ TARDI AGGIORNERÒ, MA INTANTO...

...volevo esprimere la mia massima soddisfazione per la dipartita di Pansa dalle pagine de L'Espresso. Un sunto di ciò che penso del suo protervo calabraghismo spacciato per coraggioso (ma anche riformista, ça va sans dire) e del relativo bizzarro modo di intendere la logica -ogni suo "Bestiario" ne era la prova- lo potete trovare QUI. In tal senso, saperlo al Riformista me lo fa però rivalutare, perchè è evidente che nel scegliere come destinazione quella pubblicazione semiclandestina aveva in mente cose come l'Italia Libera et similia. Ma non diteglielo.
Fortuna però che se n'è accorto, dopo tanto tempo, che oramai con la linea editoriale non c'azzeccava una sega. Almeno questo merito non me la sento di toglierglielo.

lunedì 6 ottobre 2008

GZA/GENIUS - PRO TOOLS (Babygrande, 2008)

Finalmente ho una buona scusa per affrontare l'onere di recensire il quinto album solista di GZA (propendo però per definirlo "sesto" in considerazione della joint venture con Muggs): nella notte mi devo essere schiacciato un nervo del braccio sinistro e così mi trovo con una mano pressochè inutilizzabile, il che mi costringe a scrivere con la sola destra. Ergo, ho un ottimo pretesto per non sprecare più di tanto tempo per compiere un'azione abbastanza semplice come quella di definire Pro Tools una (relativa, se volete) stronzatona col fischio e col botto, il cui acquisto può essere giustificato solo se siete parenti di primo grado di GZA oppure se siete dei nerdoni che tutto potrebbero tollerare fuorchè l'avere una discografia incompleta di uno dei propri artisti preferiti. Anche se, come dicevo, comprarlo corrisponde sostanzialmente a gettare una ventina di euro dalla finestra.
Vedete, il punto è uno solo: Pro Tools è un album scritto e registrato col pilota automatico, con l'aggravante di appoggiarsi ad un bel pacchetto di beat dal sound genericamente Wu che, in ultima analisi, non lasciano nulla. Insomma, non solo è artisticamente prevedibile ma -ben più grave- annoia mortalmente e riesce così a meritarsi degnamente il titolo di peggior opera del Nostro di sempre (ad esclusione di Words From The Genius, che però per me si colloca al di fuori di ciò che ha reso Gary Grice un household name tra gli aficionados del genere).
Certo, liricamente siamo sempre su livelli medioalti con punte di eccellenza (Short Race, Path Of Destruction, Cinema e Paper Plate) ed in tal senso non è più di tanto inferiore alle aspettative, però è anche vero che non ci sono tracce nè della genialità manifestata in canzoni come Labels o Animal Planet, nè della ferocia sfogata sul microfono come invece avvenne in Duel Of The Iron Mic o Illusory Protection, nè, infine, degli storytelling d'atmosfera à la Cold World o Exploitation Of Mistakes. Il che sarebbe anche perdonabile se avessimo dei beat quantomeno significativi a farvi da contraltare; peccato che persino gli episodi meno noiosi (Short Race, Paper Plate, Life Is A Movie e Path Of Destruction) impallidiscano di fronte ad una qualsiasi traccia "minore" del passato (che so, Mic Trippin'), tanto che verrebbe da chiedersi se GZA non abbia dopotutto optato per una serie di beat a costo zero raccattati da uno dei milioni di imitatori del RZA "storico" che si trovano in rete. E invece no: guarda un po', a fare un lavoro così insulso sono stati proprio quei RZA, Arabian Prince o Mathematics che invece furono capaci un tempo di concepire grandi cose.
E allora cosa resta? Massì, qualche batteria equalizzata male, l'occasionale excursus nel soul degli anni '70 (vedi la strausata Love Serenade di Barry White in Columbian Ties), oppure dei loop di archi e piano troppo brevi, ripetitivi e per giunta privi di una melodia decente. Buoni esempi di questa mediocrità sono Alphabets, Pencil o 7 Pounds ma, soprattutto, la didascalica 0% Finance, così intitolata in quanto evidente riferimento ai soldi sborsati per un beat così sorprendentemente noioso e permeato fino alle ossa di amatorietà da risultare patetico (nel senso più cristiano del termine).
Oh, dimenticavo: ad eccezione di Rock Marcy degli U.N., le prestazioni degli ospiti sono mediamente penose. Chapeau, in tal senso, alla fiacchissima performance di Masta Killa in Pencil: mai così loffio in quindici anni! A degno coronamento del tutto, infine, la grafica: una vera sfida leggere i titoli persino per chi, come me, possiede 10/10 su ambedue gli occhi. Bravi!
Morale? Credo che gli unici motivi per cui mi ricorderò di possedere Pro Tools saranno la cocente delusione derivante dall'ascolto, ma soprattutto il fatto che è il terzo disco in assoluto che io possegga in versione censurata. Pure!, direbbe uno, ma a parte che GZA non è un gran smadonnatore, tanto chi lo ascolterà più? Ad ogni buon conto, i tre zainetti sono un voto ultrageneroso conferito al disco solo perchè rispetto alla media attuale non si può parlare di mediocrità; ovviamente, se lo volessimo porre in rapporto diretto al resto della discografia scenderemmo almeno di mezzo punto. Almeno.




Genius/GZA - Pro Tools

venerdì 3 ottobre 2008

KOOL G RAP & DJ POLO - LIVE AND LET DIE (Cold Chillin', 1992/2008)

Sarebbe interessante creare una sorta di albero genealogico degli stili dell'emceeing e della metrica perchè ad un certo punto, seguendone i rami, intorno all'89 si troverebbe una ramificazione da casata reale. Nella quale, al vertice si dovrebbe porre il nome di Kool G Rap e, a seguire, una lista di artisti più o meno conosciuti come Nas, Big Punisher, Big L, AZ, Smooothe Da Hustler, Necro e centinaia di altri. Peraltro, lo stesso avverrebbe se si andasse a ricostruire la storia di coloro che hanno rielaborato i temi del "mafioso-rap" fino alla nausea negli ultimi 15 anni: non basterebbero venti cartelle di testo per stilarne una lista completa. Insomma, il punto è che Kool G Rap non solo andrebbe riconosciuto come uno dei cinque MC più influenti della storia (e, sì, più in alto di Rakim), ma anche come uno dei più ingiustamente dimenticati oltreché più bravi.
Ma se ciò non avviene la colpa stavolta non è unicamente dovuta alla consueta faciloneria e pigrizia degli ascoltatori di rap, bensì anche a causa del fatto che il suo lavoro migliore, quello che lo avrebbe dovuto proiettare nell'Olimpo dei pezzi da '90 dell'hip hop, è stato pubblicato in circostanze tutt'altro che favorevoli che ne hanno persino determinato l'impossibilità di ristampa. Ma procediamo per ordine. Innanzitutto va detto che Live And Let Die è per molti versi speculare a Amerikka's Most Wanted di Ice Cube: prima di tutto perchè entrambi gli artisti si sono rivolti a dei produttori all'epoca molto in auge sulla costa opposta (Sir Jinx e Bomb Squad, rispettivamente), e poi perchè nelle canzoni venivano trattati temi che a quei tempi "tiravano" ma conferendogli un taglio smaccatamente personale e carismatico -sfido chiunque a non riconoscere le diversità tra la critica sociale fatta da Cube e quella fatta dai Public Enemy da un lato, così come è impossibile non notare le differenze tra gli atteggiamenti gangsta di un Eazy E rispetto a G Rap. In brevis, AMW così come LALD si ponevano come obiettivo (forse subconsciamente) quello di riunire il meglio di due diverse sensibilità in modo tale da costruire un punto di riferimento, una summa, non solo della propria carriera ma anche di un'epoca.
Ma se l'esordio di Cube ce l'ha fatta, perchè Live And Let Die no pur essendo artisticamente allo stesso livello? Occhio alle date: nel marzo del '92 esce ufficialmente la celeberrima Cop Killer dei Bodycount, e nell'arco di tre settimane scoppia il finimondo; tra proteste ufficiali del LAPD, sedute del congresso americano, lamentele da parte dell'FBI, denunce da parte di Bush Sr. e varie campagne moralizzatrici (tra cui la più importante comportò la minaccia degli azionisti della casa discografica di vendere le loro quote), la Warner Bros alla fine si vede costretta a ritirare le restanti copie della prima stampa e di pubblicare le successive ristampe senza la canzone incriminata. Andiamo avanti di qualche mese e giungiamo alla fine di novembre di quello stesso anno: dopo molti aggiustamenti di rotta, G Rap e Polo concordano col celebre fotografo musicale George DuBose la scelta della foto di copertina; vi sarebbero stati i due, con i volti coperti da passamontagna, che offrivano bistecche a due rottweiler agganciati a sedie sulle quali si trovavano due agenti della narcotici con dei cappi intorno al collo, pronti per un'impiccagione. Come a dire: noi ammazziamo sbirri (ma con tecniche più chic).
Prevedibilmente, i media si accorsero del sottile messaggio ed anche stavolta scoppiò un casino... o quasi. Preventivamente, la Warner dichiarò di non essere intenzionata di distribuire questo disco in alcun modo, e fu così che la Cold Chillin', già indebolita dalla causa persa l'anno precedente (in cui si dichiarava che i campioni andavano dichiarati e retribuiti), decise di gettare la spugna e abbandonare Live And let Die al suo destino di oscurità. Tant'è vero che mentre io stesso in passato non ebbi mai problemi a recuperare le vecchie cose di G Rap, per 'sta minchia di album ho dovuto attendere ben dodici anni (lo scoprì nel '96, infatti); posso però dire che l'attesa è valsa la pena, perchè non solo viene proposto un pacchetto contenente un CD aggiuntivo di remix, strumentali e rarità, ma per giunta ci viene fatto dono di un booklet contenente molte informazioni storiografiche oltrechè dell'artwork aggiuntivo -un bonus estremamente apprezzato da chi ama comprare originali perchè reputa che questi abbiano un valore aggiunto rispetto alla controparte più effimera.
Ma tutto questo companatico avrebbe poca importanza se la portata principale avesse un cattivo sapore, e invece, signori miei, che gran album! Non un pezzo che si allontani dall'alta qualità, e per giunta, sparse quà e là, alcune tracce da applausi a scena aperta. On The Run, per dire, coniuga perfettamente lo stile di Jinx -già di suo più orientato ad est dei vari Dr. Dre o DJ Quik- con l'estetica nuiorchese dell'epoca, col risultato di anticipare per certi versi un sound la cui sintesi si sarebbe realizzata più diffusamente solo qualche anno dopo. Non scordiamo inoltre il fondamentale apporto di G Rap stesso, che si lascia andare ad uno storytelling dei suoi in cui si mette nei panni di un corriere della mafia italoamericana che decide di ribellarsi ai suoi datori di lavoro. Com'è facile immaginare, lo stile di regia del Nostro è senz'altro più affine a un De Palma che non a un Coppola e difatti la piega degli eventi si mantiene sul tamarro andante, con sparatorie, sangue e cervella un po' ovunque eccetera, eppure risulta ben più appassionante ancor'oggi del solito "tough talk" da ghettuso qualsiasi.
Live And Let Die, poi, non ha problemi a mantenere il passo con la canzone precedente, e si collega perfettamente all'apologia del crimine contenuta in Crime Pays (in cui, è bene ricordarlo, più che glorificarlo e stop lo si vede come un'inevitabile reazione alla miseria in cui si nasce) - che suonerà senz'altro familiare anche agli sbarbi per il fatto che usa lo stesso campione di Rock Stars dei Non Phixion.
Come sonorità, poi, sono in anticipo di due-tre anni Train Robbery e Go For Your Guns, mentre più rappresentativa per l'epoca è la magnifica collabo con Big Daddy Kane, #1 With A Bullet, un'autentica perla dell'epoca che vede i due semirivali scambiarsi il microfono con un successo decisamente raro da vedersi (ed il fatto che la strofa del Nostro verrà riciclata sull'ultimo Half A Klip significa qualcosa - anche di negativo, se guardiamo al presente). Ma è inutile negare che il capolavoro di Live And Let Die è la storica Ill Street Blues, che si regge da un lato su un fondamentale loop di piano di Joe Williams, consacrandolo a sè per gli anni a venire, e dall'altro sulla tecnica e le capacità di G Rap, che vanno a fondersi impeccabilmente con la strumentale per creare uno dei capisaldi dell'hip hop degli anni '90. Chi l'avrebbe mai detto che i Trackmasterz, autori in solitaria del beat, sarebbero poi stati capaci di virare verso le atmosfere più rilassate di una Street Dreams RMX o Hey Lover (per rimanere sul tema, è anche vero che I Shot Ya chiarisce molte cose sulle loro origini)? Infine, per chiudere in bellezza l'LP c'è la posse cut da sogno per ogni fan sfegatato del reality rap: Two To The Head, con Bushwick Bill, Scarface e, gurda un po', il già menzionato Ice Cube.
Ricapitolando: produzione eccellente? C'è. Tre-quattro tracce da antologia? Ci sono. Un pezzo (almeno) perfetto? C'è. Un liricista coi controcoglioni all'apice della sua creatività? Pure. Insomma, non si sfugge: comprare, e subito. originale.




Kool G Rap & DJ Polo - Live And Let Die
Kool G Rap & DJ Polo - Live And Let Die (Bonus Disc)

VIDEO: ILL STREET BLUES

giovedì 25 settembre 2008

ELZHI - THE PREFACE (Fat Beats, 2008)

"Show these motherfuckers what a classic is" - una frase tratta dall'intro che ben riassume le aspettative createsi attorno al solista di Elzhi nel corso degli anni e che fa ben sperare: il Nostro è cosciente che centinaia di migliaia di backpacker lo attendono al varco e dunque sa anche che non può deludere. Tuttavia, ci sono alcune caratteristiche tipiche del classico che sono impossibili da definire all'istante dell'uscita, principalmente per una mera questione di tempo: la longevità, ad esempio. Oppure (più importante ma senza essere una conditio sine qua non) la capacità di esercitare influenza su altri artisti e sulle loro future uscite, come ad esempio fecero a loro tempo album come The Chronic o Nation Of Millions.
Nonostante queste impossibilitazioni, però, si potrebbe comunque intuire se in Preface la stoffa del classico sia presente o meno, e qui la risposta non riesce comunque ad essere definitiva. Certamente viene facile notare una cosa: dal punto di vista lirico questo disco è senz'altro il meglio che sia mai stato offerto da Elzhi, e con altrettanta certezza posso dire che è superiore a qualsiasi uscita degli ultimi tempi; mi spingo a dire che l'unico che riesca a tenergli testa è Joell Ortiz, per il resto non c'è proprio paragone.
Le quindici tracce che compongono The Preface sono un'ode all'emceeing nella quale Elzhi trova il tempo per affrontare pure esibizioni di stile così come canzoni concettuali, passando per note autobiografiche o introspettive e spesso intrecciando tutte queste cose con estrema attenzione. El non è dunque schiavo del suo stile -un piacevole ibrido tra metrica serrata a rime intrecciate ed uno stile (swagger, direbbero alcuni) molto più pacato che fila liscio come l'olio- ed anzi comprende meglio di molti altri che lo hanno preceduto che questo è "solo" un mezzo, non un fine. Facendo una metafora automobilistica che spero mi perdoniate, mentre altri viaggiano a 150 sia sullo sterrato che sull'asfaltato, prendendo cantonate a destra e a manca, il Nostro si sa gestire e preme sull'acceleratore solo quando ce n'è bisogno favorendo l'uso di freno e frizione se c'è da prendere qualche curva. Queste ultime sono perlopiù rappresentate dalle varie concept tracks dell'album (in D.E.M.O.N.S., ad esempio, rinuncia volontariamente a qualche rima giocandosela con assonanze e dizione), mentre i rettilinei sono le canzoni più spinte, dove o si trova a competere con altri (Fire), o semplicemente è libero di rivoltare il vocabolario a suo piacimento ed in totale libertà (Brag Swag).
Nel dettaglio, cosa ci offre Preface? Guessing Game, ad esempio, vede impegnato il nostro nel chiudere i versi con parole la cui ultima sillaba -che sta a noi indovinare- va ad aprire la successiva. Colors, invece, è una sorta di giochino vagamente reminescente della storica Labels (ma più che altro Fame) in cui, abbinando termini o modi di dire contenenti definizioni cromatiche (che so, "white collar crime" o "brownstone"), viene abbozzato un piccolo storytelling incentrato su miserie di vario tipo (abuso di potere da parte dei pulotti, black-on-black crime ecc.). Ma senz'altro la più soddisfacente tra tutte è l'eccellente D.E.M.O.N.S., dato che non solo contenutisticamente è più solida delle altre -si parla di demoni come metafora di negatività e situazioni avverse- ma soprattutto perchè è quella eseguita meglio in cui forma e contenuto vanno a pari passo. Sfruttando i vantaggi degli acronimi, infatti, Elzhi denuncia esempi di degrado di vario tipo (ad esempio "Deceitful Elections Monitor Our Nation") legando un passaggio al successivo e così via; so che detta così nun se capisce 'na fava, ma ascoltatela e tutto vi sarà più chiaro.
Ma oltre a queste chicche vi sono tutta una serie di manifestazioni di figaggine generalmente ben più che convincenti: la didascalicamente intitolata Brag Swag ne è l'esempio più fulgido (due strofe da applausi), ma anche quanto fatto sul remix di Fire, Yeah o Motown 25 fa allentare la mascella; specialmente se si paragonano le prestazioni di El a quelle offerte degli eventuali ospiti che, pur essendo generalmente bravini o più, vengono puntualmente eclissati ogni qualvolta il Nostro apre bocca. Infine, per chiudere il versante emceeing, solo una cosa: l'unico vero fastidio che ho provato in tutto Preface è quando in ciascuna concept track El perde tempo a SPIEGARE cosa starà per fare, come Kenshiro prima di mazzuolare qualcuno... boh, io non mi reputo un pozzo di scienza, ma francamente non sento il bisogno di farmi fare i disegnini per comprendere ciò che una persona sta facendo. Voglio dire: ok, ci sono gli svantaggiati che ancora oggi non capiscono I Gave You Power o I Used To love H.E.R., ma se calibrassimo le nostre esistenze su questi allora, prima di dirgli che andiamo in giro hittin' switches on our six-foe's, dovremmo illustrargli le invenzioni dell'uomo dalla ruota in poi.
"Ma purtroppo, dove in quanto ad emceeing siamo alla perfezione, sul versante dei beat la situazione s'ingrigisce": vi ricorda qualcosa? E' una volgare autocitazione dalla recensione di Joell Ortiz che in parte si può ripetere anche per questo caso. Dico in parte perchè The Preface è, in realtà, prodotto molto meglio di Bodega Chronicles; solo che da Black Milk mi sarei aspettato di più. Intendiamoci: la spettrale D.E.M.O.N.S., l'omaggio dilliano di Brag Swag o la magnifica pesantezza delle batterie di Detroit 25 sono solo alcuni esempi della bravura qui mostrata dal giustamente osannato produttore. Epperò vi sono casi dove ci si chiede se non avrebbe potuto e dovuto osare un po' di più, come a suo tempo era avvenuto per Popular Demand; magari sarà che oramai mi sono abituato ad un certo tipo di suono, ma The Leak o Colors, e ancor di più la banalotta Transitional Joint (basta porcoddio co' ste vocine), sono tanto piacevoli quanto prive di mordente. Forse le mie sono richieste ingiuste dovute più ad aspettative che a critiche effettive, ma è anche vero che trovo "ingiusto" che l'MC dia il meglio di sè in quanto ad abilità e creatività -rischiando- mentre tu te ne stai più o meno abbarbicato al tuo talento "standard" senza osare un granchè, limitandoti al massimo a perfezionare e rifinire quanto fatto finora. Diciamo che in rari casi, e questop è uno di essi, preferisco che vi sia qualche guizzo d'inventiva che magari può non piacermi del tutto ma che di certo va ad aumentare le mie motivazioni per l'ascolto in profondità del disco.
Tolto quest'unico neo, che dire? Beh, innanzitutto che secondo me non è un classico. Certo, non ci sono tracce brutte -questo assolutamente no- ma purtroppo le punte di eccellenza sono secondo me un po' troppo sporadiche (glissiamo sul fatto che alcune erano già state sentite su Europass). Inoltre resta il fatto che qui Black Milk non è stato capace di dare quel colpo di reni che gli avrebbe consentito di stare alla pari con Elzhi, col risultato che alle volte s'insinua un senso di déjà vu indegno di un classico e indegno soprattutto del magnifico lavoro fatto da quest'ultimo. Ciò nondimeno The Preface è un gran, GRAN disco che merita tutta l'attenzione degli ascoltatori di rap e che va ad inserirsi al primo posto della classifica di miglior disco dell'anno.





Elzhi - The Preface