Un modo come un altro per dire che siccome da un po' non mi sento un granché invogliato a scrivere di musica, preferisco sospendere momentaneamente gli aggiornamenti finchè non mi torna la suddetta voglia -cosa che spero avvenga presto. Nell'attesa, buon lunedì.
lunedì 6 luglio 2009
venerdì 3 luglio 2009
SOLO PER DIRVELO
Come i più accorti avranno potuto notare, oggi non ho aggiornato (stavo male da ieri sera, ero in sbatta perchè avevo perso l'unica copia delle chiavi della macchina ecc.), però in compenso mi sono arrivati cinque ciddì freschi freschi da Amazon. Spesa: 21£, sono ufficialmente il king del bargain bin. Beh, tra questi ho preso alla cieca quello di Rob-O (ex InI, per intenderci) ed è un'autentica chicca. Ovviamente lo recensirò da qui a breve, ma se volete un consiglio non aspettate me e compratevelo, non costa niente.
A parte ciò, sto considerando di vendere il mio Nokia E51 a 100 sacchi; un anno di vita e dunque ancora in garanzia fino a luglio 2010, dotato di cuffie, caricabatteria (ovvio) ecc. ecc. Se a qualcuno dovesse interessare holla back che faccio un par di foto.
A parte ciò, sto considerando di vendere il mio Nokia E51 a 100 sacchi; un anno di vita e dunque ancora in garanzia fino a luglio 2010, dotato di cuffie, caricabatteria (ovvio) ecc. ecc. Se a qualcuno dovesse interessare holla back che faccio un par di foto.
File under: *Reiser's PSA*
giovedì 2 luglio 2009
JIGMASTAS - INFECTIOUS (Beyond Real/Landspeed, 2001)
Credo che siano in pochi ad aver preso nota dell'imminente uscita del nuovo album di DJ Spinna e questo non può che dispiacermi; dal canto mio posso solo dire che in un certo senso sono quasi felice di dovermi fermare a lavorare fino al 10 d'agosto perchè questo mi consentirà un acquisto in zona Cesarini di un prodotto dello stimato produttore di Brooklyn. Ma nell'attesa che ciò avvenga, è bene rinfrescare la memoria con la recensione di uno dei suoi dischi strettamente rap più riusciti e completi, ovverosia l'LP d'esordio dei Jigmastas. Preceduto nel 2000 da un EP di nome Lyrical Fluctuation (che in quanto fanboy ovviamente possiedo), questo disco uscì nella totemica indifferenza dei più nella primavera dell'anno successivo salvo scomparire dagli scaffali dei negozi in men che non si dica e, tipico esempio di danno a cui s'aggiunge la beffa, oggi nemmeno ha assunto alcun tipo di status semileggendario come tendenzialmente avviene in casi analoghi.Ma di questo a noi poco importa; Au contraire, ben venga che si riesca a reperire per du' lire!, visto che oggettivamente è uno di quei album a cui non si darebbe mezza chance e che invece, una volta sentito, dimostra la capacità di essere ripreso in mano più e più volte anche a distanza di anni. Ciò si deve, detta in tutta onestà, più al produttore che a Kriminul, visto che quest'ultimo al massimo fa il suo dovere senza interferire con le composizioni di Spinna dimostrandosi in fin dei conti un MC tollerabile ma poco di più. In compenso vi sono diversi ospiti interessanti quali Apani, Truth Enola, il sempre sgargiulo Sadat X e persino Vernon Reid dei Living Color, i quali sanno aggiungere un pizzico di brio in più proprio nei momenti in cui Infectious potrebbe cominciare a risultare ridondante.
Ridondanza, questa, data non tanto dai beat in chiave para-nativetonguosa, quanto dalla ristretta varietà delle tematiche affrontate (hip hop in tutti i suoi aspetti, egocentrismo mescolato ad una minima di coscienziosità, amore per le biatches) e dalla metrica non proprio fresca del protagonista. Più nel dettaglio, Kriminul pare avere sostanzialmente due stili: uno più cantilenato e abbastanza fastidioso (potrebbe ricordare vagamente il Cam'Ron dei Confessions Of Fire, fate voi) e l'altro più regolare ed indubbiamente più scorrevole. Basta ascoltare Till The Day o Vent ed accostarle a Elevate o Apology Not Accepted per rendersi conto di quanto scritto poco più sopra; sembra, insomma, che Infectious sia stato registrato in due momenti separati dell'evoluzione di Kriminul, per cui gli unici agenti collanti tra le due diverse metriche possono essere individuati in una generale tendenza ad accelerare la dizione in modo tale da riuscire a chiudere il verso sulla battuta quando egli reputa necessario infilare più sillabe in del dovuto in una misura. Ne consegue che, nel complesso, non possiamo certo sostenere che il Nostro sia un grande rapper ed anzi alle volte ci si rende proprio conto di come persino alcuni aspetti più tecnici gli sfuggano di mano (vedi ad esempio la dizione non sempre chiarissima o l'entrata in battuta sbagliata, dovuta ad un dover riprendere il respiro); epperò, come dicevo, nel più dei casi queste lacune non sono tali da guastare l'ascolto del pezzo. Casomai diventa un po' imbarazzante -per lui- sentire la differenza che corre tra un Akil (che, voglio dire, mica è mai stato 'sta gran cima) e la sua precisione ed il flow "a lavatrice" di K, ma siccome nel complesso gli interventi esterni servono a supportare meglio l'impianto di un album queste discrepanze ci possono anche stare ed alla fine risultano potenzialmente nocive solo per il nostro.
Ecco, dicevo dei featuring: direi che sono tutti di buona o ottima qualità ed effettivamente, quando entrano in gioco, fanno sentire tutto il loro peso. La posse cut finale, Reality Check, è appunto uno di quei casi dove pur avendo sulla traccia cinque cristiani non vi è confusione ed anzi ci si avventura in un climax a cui peraltro contribuisce l'eccellente beat. Analogamente, il tiro veloce di Cliché raggiunge un'orgasmica perefzione proprio nella strofa di Akil ed in particolar modo quando il campione venne zittito lasciando a lavorare solo basso, batteria ed MC; così come il pur concettualmente banale gioco delle parti di Apology Not Accepted riesce proprio grazie alla presenza di Apani.
Poi però ci sono dei casi dove francamente il povero Kriminul non può essere accusato di alcunchè, e cioè i pochissimi momenti di caduta di stile di Spinna. L'esempio più grottesco è senz'altro Don't Get It Twisted, in cui un beat semplicemente brutto (il campioncino vocale gli dona un che di irritante) affossa non solo delle strofe decorosissime del Nostro, ma pure una prestazione di Sadat X assolutamente impeccabile. L'altro caso, decisamente meno grave, è Hollar: qui non solo vi è un ritornello cantato che grida vendetta al cielo per contenuti ed esecuzione e che è il vero problema della canzone, ma anche un beat che non brille né per originalità in termini assoluti, né in termini relativi (infatti è stilisticamente riconducibile alla stessa matrice rétro-minimalista che ha generato Elevate e Cliché). Naturalmente non è che ciò lo renda inascoltabile, semplicemente che sarebbe stato meglio lasciare nel hard disk almeno uno dei suddetti beat.
Ma, ciò detto, per il resto c'è da leccarsi i baffi. Reality Check splende sia per le atmosfere eteree evocate dal cantato che accompagna in sottofondo gli MC's, sia per come questo riesca ad essere imprevedibilmente fuso con la celeberrima Boss di James Brown; segue poco distante la lentissima C.S.S. che, pur utilizzando un sample vocale pitchatissimo di cui in teoria dovremmo ormai avere le palle piene (e non c'è contestualizzazione storica che tenga), funziona in quanto questo viene adoperato in maniera originale e personalissima dal Nostro come elemento integrante del beat nel suo insieme -contrariamente alla banale formula che vede le voci usate o come "segnale" per individuare la conclusione del loop, oppure come elemento "esterno" che s'appiccica da qualche parte, magari nel ritornello, per dare un quid di diversità al tutto. Vent e Lyrical Mastery, invece, fungono come memorandum per la vena più uptempo di Spinna; e anche questa non è mai cafona e men che meno squilibrata rispetto all'MC, cosicché l'effetto finale è "semplicemente" una buona varietà sonora anziché la traccia studiata a tavolino per il club (segnalo oltretutto un taglia&cuci di cut esaltante nel ritornello di Lyrical Mastery). Infine, si torna ad atmosfere à la Ali Shaheed Muhammad con Till The Day, Cliché ed in minor misura Apology Not Accepted; quest'ultima gode infatti di un uso del sample che cresce nel corso del pezzo, arricchendosi via via di note e strumenti che culminano intelligentemente in un ritornello che invece li fa suonare singolarmente, per poi ricominciare tutto da capo per la seconda strofa. Se questa non è classe non so che dirvi.
Beh, che posso aggiungere? Con un MC un po' più capace (il massimo sarebe stato Pos dei De La, IMHO) e qualche smagliatura in meno (il beat di Don't Get It Twisted ed il ritornello di Hollar) non avrei avuto esitazioni a conferire lo status di capolavoro a Infectious, mentre così posso solo segnalarlo come opera degnissima ed immancabile in ogni collezione da zainettaro che si rispetti.

Jigmastas - Infectious
Bonus CD: Beyond Real Label Sampler
VIDEO: DON'T GET IT TWISTED
File under: Jigmastas
martedì 30 giugno 2009
PRINCE PO - PRETTYBLACK (Nasty Habits/Traffic Ent., 2006)
"The idea concerns the fact that this country wants nostalgia. They want to go back as far as they can - even if it's only as far as last week. Not to face now or tomorrow, but to face backwards". Così scriveva Gil Scott-Heron riguardo all'elezione di Ronald Reagan alla Casa Bianca, ma ovviamente il discorso era più ampio. Non a caso, gli anni '80 (ed in minor misura i '90) vanno ricordati per essere stati il decennio in cui buona parte dei diritti civili acquisiti dalla fine degli anni '50 fino ai '70 sono stati metodicamente cancellati o aggirati per vie legislative, mentre al contempo le idee fondanti che avevano portato a quei cambiamenti venivano considerate semplicemente démodé con grande plauso delle cosiddette "maggioranze silenziose" (per quel che mi riguarda, da questo punto di vista la marcia dei 40.000 è stato uno dei momenti "unici" più bassi della storia recente italiana). Da un punto di vista politico e sociale è stato indubbiamente così, e difatti oggi ne stiamo pagando le conseguenze, ma da quello musicale no. O comunque non in maniera così totalitaria e asfissiante.Sappiamo tutti infatti che mentre le classifiche di Billboard ed epigoni internazionali straripavano delle varie Belinda Carlisle o Huey Lewis & The News, che a dispetto delle vendite milionarie oggi vivaddio non s'incula più nessuno (salvo gli ex yuppie col Silver Wing, ma sono casi irrecuperabili), negli Stati Uniti maturava un genere che a nonostante i mille ostracismi di tipi culturale e discografico negli anni successivi si sarebbe imposto come la musica di riferimento. Comprensibilmente, ciò diede (e da) sui nervi a tutti coloro che invece il genere non lo apprezzano e che (altrettanto comprensibilmente) non ne poterono più sapere dei vari Fiddy e compagnia bella; paradossalmente, anche i tanto vituperati puristi non gradirono il vero e proprio boom che l'hip hop ebbe tra il 1999 ed il 2005, visto che esso portò ad un continuo "taglio" della merce fino al suo completo annacquamento. Ora, nel 2009, in piena stagnazione artistica e commerciale, molti si grattano la testa indecisi sul da farsi e ad eccezione di pochi movimenti che in questi ultimi anni hanno saputo dare un colpo di reni (mi viene in mente la Stones Throw e, più di recente, Detroit tutta), molti di noi aficionados sono rassegnati a cercare la qualità nelle vecchie glorie.
Sia ben chiaro che m'includo tra queste persone: negli ultimi anni spendo quasi più soldi per dischi pubblicati dieci o vent'anni or sono che non per quelli contemporanei. Tuttavia, di tanto in tanto non disdegno vedere cosa succede "alla giornata", e quando una delle sopracitate "vecchie glorie" decide di pubblicare un disco nuovo tendo a dargli perlomeno una chance. Per Prince Po questa è addirittura la seconda, che viene dopo il suo ritorno alla ribalta con il solista The Slickness del 2004. Non spenderò parole in merito perchè magari lo redensirò nel prossimo futuro, ma mi limiterò a dire che non mi aveva convinto più che tanto, sicché quando mi sono trovato Prettyblack tra le mani il mio approccio è stato estremamente prudente. Ebbene, dopo qualche anno posso dire che, per quanto di poco superiore al precedente album, Prettyblack riesce a risultare solamente discreto e con un andamento che definire altalenante sarebbe poco. Difatti, il disco si alza in volo con i primi pezzi, traballa nella sua parte di mezzo e si conlude dignitosamente con due bei pezzi. Questo riguarda sia i beat che Prince Po stesso, il quale non manca di manifestare diversità qualitative nella scrittura: così come può apparire ispirato in The City Sleeps, così sembra col pilota automatico attivato in Right 2 Know oppure platealmente fiacco in Breaknight, col risultato che alla fin fine l'unica cosa che puoi fare con Prettyblack è definirlo un disco "carino" (il che è in realtà terribile).
Partiamo però dalle cose buone: contrariamente a Slickness, qui Po è concettualmente più focalizzato: grossomodo vive tra amarcord personali e meditazioni reminescenti dell'afrocentrismo vecchia maniera mesolato a considerazioni più attuali. Questa combinazione funziona egregiamente sia perchè egli non sembra essere un cretino (anche se manca della lucidità analitica di un Mr. Lif), sia perchè ovviamente egli gode di una credibilità dovuta non solo ai propri trascorsi bensì anche alle sue attuali capacità. Tracce come Mecheti [sic] Lightspeed, U Right Hear, The City Sleeps o la title track non fanno altro che confermare la bontà della sua penna, la quale, una volta accostata ad uno stile ed una tecnica indubbiamente encomiabili, riesce a vincere & convincere. Degna di lode è anche la capacità acquisita di variare flow e giocare con la dizione a seconda che si tratti di un pezzo dal tiro veloce o uno più calmo; un'abilità, questa, che contribuisce a far salire il coefficiente di varietà che così si apre a ventaglio andando dal convincente throwback di Prettyblack alla contemporaneità di Mecheti Lightspeed, passando naturalmente per quelle strane canzoni "senza tempo" come The City Sleeps. Purtroppo, però, sovente egli cade nei cliché più beceri di questa terra: e da questo punto di vista mi dà quasi più fastidio il jovanottismo -ascoltare per credere- di una Right 2 Know che non la crassa povertà di idee stante dietro a Holla. Non voglio infatti mettere in dubbio la buona fede ma l'impegno: se uno decide di scrivere di argomenti potenzialmente profondi che lo faccia con la dovuta perizia, ed eviti invece di scadere in banalità e rotorica degne tutt'al più di un demo della gruppo ska del Berchet.
E anche i produttori: pur essendo gli eventuali difetti meno palpabili ciò non significa che essi non vi siano. Difatti, salvo rare eccezioni, la norma vuole che sia difficile trovare basi che ti facciano esclamare stupito "minchia, ma che è 'sta shhhchifezzah!?!". Almeno nei casi di dischi presentabili, il che esclude ovviamente i vari Shawty Lo e compagnia bella. Ma sto divagando; il fatto è che buona parte dei beat non riesce ad andare oltre al tanto temuto "carino", saltuariamente scadendo peraltro nell'altrettanto ingiurioso "banale". Right 2 Know, per dire, sembra più un inno che un vero e proprio beat; e non me ne abbia Large Pro, ma alla lunga diventa pure monotono. Analogamente, una Holla o una Family possono anche non far venir voglia di skippare ma di certo nemmeno possono spingere chi già conosce bene il rap (ovverosia il target effettivo di Prince Po) a premere il tasto rewind. Stando così le cose, dunque, alla fine della favola mi viene da menzionare positivamente ben poca roba: Mecheti Lightspeed è la prima, grazie ad un Madlib che mescola con gusto un loop ipnotico di violino ed un breve sample vocale, ambedue sorretti da alcune delle batterie e da una linea di basso più d'impatto che gli abbia sentito usare di recente. Ask Me, poi, ricicla il concetto di campione vocale usato come elemento attivo per la stesura del testo (cfr. Dreams di Game) ma, data l'atmosfera più futuristica dell'insieme, il risultato è senz'altro positivo (grazie anche ad una delle performance più impressionanti dell'intero disco da parte di Prince Po, va detto); così come anche il piglio rétro di Prettyblack funziona benissimo tanto che pare di essere tornati davvero al '92. Lodi finali vanno invece dedicate all'evocativa The City Sleeps, in cui grazie all'eccellente beat il messaggio dato dal didascalico titolo riuscirebbe a far breccia nell'immaginario del più prosaico degli ascoltatori senza nessun problema, e al tributo a J Dilla, U Right Hear, dove Prince Po omaggia il leggendario beatmaker di Detroit con un beat che in qualche modo -set di batterie e campione- lo evoca alla lontana.
Ma, come detto, i momenti di luce sono pochi e neppure poi tanto abbaglianti. Sono, cioè, belle canzoni e non capolavori. Ne consegue che, per quanto non siano presenti grossi svarioni qualitativi, questo Prettyblack non può spingersi oltre la soglia dei tre zainetti. Dategli un ascolto anche solo per The City Sleeps o Ask me, quindi, ma non aspettatevi una rivelazione.

Prince Po - Prettyblack
File under: Prince Po
lunedì 29 giugno 2009
MR. LIF - I HEARD IT TODAY (BloodBot Tactical Ent., 2009)
Se a distanza di un anno e mezzo ho recensito quasi tutti i lavori che vedono come protagonista o co-protagonista Mr. Lif, magari a scapito di opere oggettivamente più importanti (Nation Of Millions è lì che aspetta il suo turno), è perchè verso questo MC provo una sincera ammirazione che aumenta ad ogni sua nuova uscita. Pur non essendo dei classici nel senso più stretto del termine, i dischi da lui firmati hanno sempre tre costanti: 1) sono musicalmente interessanti, avanguardisti per certi versi ma sempre rispettosi delle origini; 2) presentano testi intelligenti scritti con lucidità ma senza rinunciare alla forma; 3) è musica che si fonda su realtà ed attualità anzichè crearla. Se spostassimo la sua discografia su carta stampata, direi che i suoi sono saggi che si stagliano su un panorama fatto di autobiografie, narrativa e instant-books.Bene: dopo l'ottimo I Phantom ed un paio di validi EP, nel 2006 uscì Mo' Mega. Non ripeterò la mia positiva opinione su quell'album, mi limito a ricordare come in quell'occasione Lif si fosse in un certo qual modo distaccato dalle tematiche del predecessore. Con questo non voglio dire che si fosse messo a delirare su cocaina e droga, bensì che aveva alleggerito il carico strettamente sociopolitico per dedicarsi un pochino di più al suo ego ed alle sue emanazioni, scrivendo così la sua opera più accessibile. Ma se pensavate che avrebbe proseguito su questo sentiero anche per il suo terzo LP, beh, sbagliavate di grosso: I Heard It Today si propone infatti come il seguito ideale di I Phantom, sia come approccio tematico che come sound. La rabbia che Lif nutre nei confronti del capitalismo americano trova qui ampio spazio e va ad abbracciare tutte le distorsioni che questo provoca nella società, specialmente nei strati più bassi. È a suo modo confortante trovare conferma che persino in una realtà come l'hip hop, in cui a dispetto della sua varietà coloro che vivono con la testa infilata nel proprio culo rappresentano una maggioranza schiacciante, resti qualche testa pensante. È però meno confortante giungere al termine di I Heard It Today e rendersi conto che in appena quaranta minuti di musica si possano trovare più argomenti di riflessione e discussione seria che non nella produzione discografica reppusa dell'ultimo anno e mezzo; e questo senza contare poi la qualità con cui questi temi vengono esposti. Ma parlando di Lif, ciò è quasi scontato. È invece inusuale la genesi del disco, la quale va necessariamente illustrata in modo tale da poter meglio comprendere la struttura di IHIT.
I Heard It Today è stato composto a partire dallo scorso autunno, in buona parte come se fosse un blog o una raccolta di editoriali: quando un dato evento aveva luogo, Lif scriveva una canzone ad esso correlata. Quattro (se non sbaglio) di queste canzoni sono poi state pubblicate per le consuete vie digitali praticamente in tempo reale -e le ritroviamo qui- mentre le restanti sette sono state concepite in maniera più tradizionale; la pubblicazione via web si è interrotta poco dopo la vittoria di Obama ed il disco sostanzialmente parte da questo avvenimento con le parole "I see, so we're all supposed to start trusting the government again 'cause we got a friendlier face to it, huh?". Ecco: già con una sola frase Lif dimostra di essere radicalmente diverso dalla stragrande maggioranza dei suoi coleghi; contrariamente ad essi egli è sì contento che Obama abbia vinto le presidenziali, ma di certo non s'illude che egli possa essere l'uomo della previdenza in cui otto anni di Bush, ed una stampa cronicamente incapace di criticare l'uomo del momento, ci hanno obbligato a credere.
La crisi del real estate; la crisi dell'economia; i persistenti abusi delle forze di polizia; l'imposizione delle famigerate "norme non scitte"; la mancanza di sbocchi per la maggioranza degli abitanti dei ghetti; la cosciente promozione di individualismo ed apatia da parte delle istituzioni: questi sono gli argomenti che Jeffrey Haynes sminuzza senza giri di parole in quella che si può vedere negativamente, e dunque considerarla una geremiade, che positivamente e trattarla come spunto di riflessione. Non ha senso che vi parli nel dettaglio di ogni pezzo, per cui preferisco limitarmi ad estrapolare parte di una strofa di quello che è a mio modesto avviso la canzone migliore del disco, la splendida Head High: "So foul watching Jeremiah spit fire/ Knowing it reflects on Obama, more drama/ That petty black shit, televised and enacted/ the perfect trap to turn the "Change" campaign backward/ It hurts that even our most prestigious leaders cannot shun what those centuries of hatred have done/ That old crabs in a barrel makes our chances none or narrow/ To have our race perceived with the graces of a pharaoh".
Ecco, quando senti un testo simile su un beat che sa avvolgerti con un ipnotico campione vocale come quello scelto dal produttore P Locke, non ce n'è: ti viene da gridare al miracolo. Addirittura ti ruga tornare coi piedi per terra per parlare in modo secco e asciutto dei beat, ma insomma, me tocca e perciò ecco qua i nomi: Edan, J-Zone, Willie Evans Jr. e a seguire una lista di sconosciuti o quasi quali Batsauce (davvero, si chiama così), il sopracitato P Locke e Headnodic. Questi vanno a creare un suono che, come scrivevo nel primo paragrafo, sfugge alla banalità ma non si discosta eccessivamente dalle origini. I tempi piuttosto alti, le atmosfere che molto devono alla Bomb Squad e la quasi inesistente concessione all'orecchiabilità mi spingerebbero a considerare I Heard It Today come un prodotto della Def Jux, ma siccome in molti casi sembra che vi siano una o più citazioni di un certo stile più vintage (ad esempio i charleston molto "secchi" di What About Us, il piglio da Jazzmatazz prima serie di Breathe e via dicendo) trovo che vi sia certamente un nesso tra IHIT e le precedenti opere di Lif ma non così forte da farlo sembrare una sorta di "bastardo" di El-P.
Sfortunatamente, come dire, nemmeno stavolta possiamo dire di avere di fronte un classico. Forse è nella natura stessa di dischi così cerebrali il loro non poter aspirare a qualità che si spingono oltre l'esecuzione perfetta, così come difficilmente un saggio -per valido che possa essere- può essere confrontato ad un'opera di narrativa. Tuttavia, ciò non vietà al suddetto saggio di risultare rilevante, e difatti questo album lo è. Lo è non per la diffusione, che sarà scarsissima e, temo, incapace di creare nuovi accoliti, bensì perchè penso che chiunque con un minimo di cervello non sia disgustato dall'idea di trovare stimoli nella musica. E se ci aggiungiamo una curiosa accessibilità dei beat anche ad orecchie non aduse al rap, beh, chissà che I Heard It Today non riesca a figurare tra le poche cose degne di ricordarsi di questo 2009. Intanto resta un altro mattone che va ad aggiungersi alla solidissima discografia di Lif e alla mia collezione di dischi.

Mr. Lif - I Heard It Today
File under: Mr. Lif
BREVE SUL CONCERTO DEGLI EPMD
E pensare che a causa della mia memoria farraginosa stavo per non andarvi: mi sarei perso uno show veramente ben fatto dove Erick & Parrish hanno concretamente alzato il dito medio a chi li voleva imbolsiti, demotivati e, in breve, scoppiati. Pur essendo giunto a concerto già iniziato, la loro esibizione ha superato abbondantemente l'ora e un quarto "standard" e, vivaddio, più che proporre la tracklist dell'ultimo album (che comunque a me è piaciuto), a fare la parte del leone sono stati i classici. Please Listen To My Demo, Rampage, Headbanger, You Gots 2 Chill, Hardcore, Da Joint e via dicendo. Loro presi bene, con fiato e non sfondati di alcol e droga, col diggèi a svolgere un ruolo più attivo che non il solito avvilente juke box. 15€ erano una cifra irrisoria sulla quale nemmeno un rabbino genovese con sangue scozzese potrebbe sindacare.In breve: veterani ultraquarantenni > gli ultimi sei concerti reps da me visti.
File under: *Reiser's PSA*
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