venerdì 20 novembre 2009
SUPASTITION - CHAIN LETTERS (Soulspazm, 2005)
Non ho mai fatto mistero della scarsa considerazione in cui tengo i Little Brother e la loro cricca, che peraltro include praticamente tutto il mondo più o meno noto dell'emceeing della North Carolina; il mio si potrebbe addirittura definire accanimento, perchè sovente tiro fuori 9th Wonder o Phonte anche in contesti che nulla hanno a che fare con loro, ma d'altronde penso che il mio comportamento sia comprensibile se si considera l'ondata di plausi ed incensamenti ricevuti ad ogni loro uscita. In più, questi atteggiamenti hanno avuto come effetto collaterale quello di far passare in secondo piano gente secondo me molto più degna ed interessante, la cui sola colpa era quella di non sviscerare le loro noiosissime giornate in sedici barre mentre si sventolavano fiori di Bach sotto al naso ascoltando in ciclo continuo Wake Up di Harold Melvin.Astioso, eh? Sì, indubbiamente; pure, la mia smisurata onestà intellettuale mi ha permesso di cogliere ciò che di buono è stato seminato da questa gente. Che forse non sarà molto, ma di certo è maggiore a quanto prodotto, ad esempio, dai Jedi Mind Tricks -ovverosia una pletora di mediocri cazzoni che reppano coglionate su beat pomposamente epici. Ecco, tra le poche note positive più o meno ricollegabili al fenomeno Little Brother c'è un MC che secondo me ne rappresenta in qualche modo la versione meno autoesegetica, meno pretenziosa e più d'impatto di Nainf Uonder & soci: Supastition. Per molto tempo avevo sentito Kam Moye (questo il suo vero nome e quello con cui ha firmato l'ultimo suo noiosissimo album, se vi può interessare) solamente su canzoni altrui -Cunninlynguists, Kenn Starr o Pumpkinhead, per citarne tre- e di lui mi avevano colpito lo stile, aggressivo e deciso ma non urlato, e la tecnica, pulita e precisa. Sicché, cerca quà e cerca là, ero poi riuscito a scoprire la sua discografia e di essa m'interessa menzionare, più che l'esordio 7 Years Of Bad Luck, il buon EP del 2004 intitolato The Deadline e, per l'appunto, questo Chain Letters.
Ora, se dovessi definire quest'album in una frase, direi che è la versione hardcore di The Listening. Di esso infatti conserva un approccio molto terra a terra in quanto a liriche e chiare influenze della seconda golden age nel reparto musicale; la differenza però consiste nell'atteggiamento più aggressivo del nostro, sia contenutisticamente che stilisticamente, e nei beat, che in genere tendono a picchiare di più distaccandosi così dalla scuola del Pete Rock più rilassato. Sulla carta, quindi, il risultato è interessante ed in linea teorica può rappresentare un ponte tra coloro che si nutrono di pane e D.I.T.C. e coloro che vedono in Common il loro Guru spirituale; tuttavia, pur ricevendo il plauso della critica, non mi sembra che il Nostro sia riuscito a capitalizzare il giusto da quest'uscita e di ciò mi dispiaccio.
Me ne dispiaccio per vari motivi, ma quello maggiore consiste nel riconoscergli lo status di MC capace e carismatico, perlomeno per gli standard dettati dalla scuola Justus League. Supa difatti non sarà né un Immortal Technique, né un Nas; però conserva una buona dose di arroganza/autostima ed un approccio molto diretto nella scrittura, presentandosi così come una persona sì onesta e dunque capace di riconoscere i propri difetti, ma altrettanto orgogliosa dei suoi pregi. In più, e questo è un fatto chiave, la sua tecnica aggressiva funziona qui come un grimaldello per evadere dalla potenziale noia insita in testi così seriosamente egocentrici come buona parte di quelli presenti in Chain Letters. Sentirlo rappare fa piacere, insomma, perchè al di là dell'avere un ottimo lessico ed un'altrettanto valida penna (vedi i diversi storytelling qui presenti), la sua tecnica del respiro è magnifica ed anche nelle rime incrociate più veloci è impossibile perdersi una singola sillaba.
Ne consegue, dunque, che il valore aggiunto che lo stile dà ai contenuti è imprescindibile se si vuol giudicare obiettivamente Supa; e così, pur essendoci una evidente sovrabbondanza di testi in stile «me-against-the-world» che lasciano il tempo che trovano, può sempre essere piacevole sentirlo metter giù un'ennesima strofa rappata da dio. Ma per fortuna non c'è solo questo: in termini introspettivi o, più in generale, cerebralmente pregnanti, vi sono diverse sorprese perlopiù esibite come storytelling: e se non tutti centrano il segno (il suo j'accuse nei confronti del materialismo -Baby Story- è presentato mediante una storia così inverosimile da fargli perdere ogni credibilità), altri mescolano aneddotica a serietà in maniera encomiabile: Split Decisions, Yesterday Everyday (che in qualche modo prosegue il discorso di maturazione iniziato con Fountain Of Youth) o Special Treatment sono quelle che più risaltano. E anche quando Supa espande la sua autostima ed il suo bastiancontrarismo su territori strettamente legati all'hip hop la cosa funziona: Don't Stop, That Ain't Me, Hate My Face o Nickeled Needles meritano e non poco.
Meriti, questi, che come abbiamo visto si devono certamente al Nostro ma anche ai beat: beat che sono prodotti perlopiù dall'ottimo M-Phazes (che li sa far suonare come pochi altri) e soprattutto da Illmind, un altro che è indubbiamente dotato di talento ma le cui prestazioni sono più oscillanti. A margine c'è poi un Jake One precedente la sua svolta filotamarra -e difatti Hate My Face è una bomba- ed un Nicolay che, come al solito, trovo troppo noiùs ad eccezion fatta per A Baby Story, che usa lo stesso campione di Insomnia di Kaos (non la Vanoni) ma che, come ho detto, perde purtroppo punti a causa del testo. Chiusa la parentesi, torniamo al duo di M-Phazes e Illmind partendo dal primo. Il produttore australiano si richiama chiaramente allo stile più classicamente nainfuonderiano, ma la marcia in più che ha è quella di saper far suonare le sue basi: e così, per esempio, gli archi usati in Don't Stop passano in secondo piano rispetto ai potenti rullanti ed alla corposa linea di basso, che difatti reggono tranquillamente da soli le strofe. Idem per Split Decisions, che fornisce un tappeto sonoro dalle reminescenza jazzate elegante ed al contempo incisivo; Nickeled Needles, poi, oltre ad avere le "solite" batterie gode pure di un eccellente campione di piano che la rende uno dei pezzi migliori di Chain Letters. Dal canto suo, Illmind ha il pregio di fornirci le due ottime versioni di Soul Control (e sotto ogni punto di vista preferisco la versione solitaria), molto Native Tongues, ed un bel po' di beat oggettivamente dotati di maggior inventiva nella strutturazione della sezione delle percussioni: vedi ad esempio le energiche That Ain't Me o Blood Brothers, che risultano variazioni di registro decisamente benvenute. Casomai, egli perde un po' nei brani lenti; e se sono disposto a salvare Special Treatment grazie al sample di chitarra l'uso degli stessi rullanti di More Trife Life, le restanti Ain't Going Out e 100 Percent risultano eccessivamente generiche e/o soporifere.
Ora: i due difetti maggiori di Chain Letters sono fondamentalmente una certa ripetitività concettuale e l'appartenenza dei beat al medesimo stile/registro; soprattutto, è quest'ultimo aspetto a tarpare le ali a Chain Letters. Ad esempio, non sarebbe stato male sentire Supa su qualcosa di più vigoroso, magari qualcosa di Marco Polo, con il quale infatti aveva fatto faville in Heat, per esempio. Nickeled Needles e Hate My Face sono già dei buoni passi in questa direzione, si capisce, ma la diversità non basta. Di sicuro, però, c'è che di tutta la cricca dei «blue collar rappers» Supastition è uno dei pochi che reputo interessanti e tutto sommato completi e non prevedibili. Lungi dall'aver partorito un album perfetto, questo è però l'unico che mi sentirei di raccomandare pressoché a tutti.

Supastition - Chain Letters
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giovedì 19 novembre 2009
AA.VV. - WU TANG CHAMBER MUSIC (E1, 2009)
Ieri sera, riascoltando Forever e stramaledendo nuovamente il Wu per non aver concentrato su un solo disco le tredici tracce da urlo che esso contiene, non ho potuto fare a meno di ripensare a come un marchio così prestigioso e rilevante sia riuscito a sputtanarsi nell'arco di pochi anni persino agli occhi di fan un tempo infervoratissimi come me. Contrariamente a quello che in molti suggeriscono, e cioè che la causa di ciò sia stata un'eccessiva profusione di affiliati mediocri, la mia opinione è che alla fin fine siano stati proprio i membri principali -RZA in testa- ad essersi scavati la fossa da soli salvo poi riemergere eventualmente per i cazzi loro oppure proseguendo lungo i sentieri della mediocrità. Puntualizzo una cosa: questo discorso esclude sostanzialmente le carriere di GZA e Ghostface, nonché l'ultimo album di Raekwon e 4:21 di Meth (lo sapete che non è un brutto disco, ammettetelo); in compenso include tutte le fetecchie a nome Bobby Digital, i mediocri dischi di Masta Killa, gli aborti di U-God (anche se Dopium ha delle belle produzioni) e, soprattutto, quelle gran delusioni che son stati i dischi del collettivo, culminati in quella mezza porcheria che è 8 Diagrams.Il punto è che, visti i risultati, sarebbe meglio che quello che un tempo era considerato il Voltron dell'emceeing farebbe meglio a non unirsi più, dato che oramai ogni volta che li metti insieme riescono al limite ad assomigliare ad una versione smandruppata di Lionbot. A meno che... a meno che la loro unione sia meno rigida -cioè non coinvolga necessariamente tutti i membri- e che coinvolga degli esterni sia per quel che concerne il beatmaking che le liriche. Un primo assaggio del buon funzionamento di questo sistema c'era stato dato qualche anno fa con l'interessante Think Differently Music, ma solo con Chamber Music possiamo assaporarne il (quasi) completo sapore in (quasi) tutte le sue sfumature.
Quei "quasi" tra parentesi sono -lo dico subito- dovuti ad una cosa: questo disco è di una brevità spaventosa: 8 pezzi per appena ventiseiminutieduesecondi di musica. Proprio così. E mo' va bene che ho sempre elogiato la sintesi, va bene che GZA ha saggiamente suggerito di non allungare mai il brodo con le cazzate, va bene anche che tirarla in lungo con ritornelli può essere inutile, ma diocristo... Cioè, sei capace di mettermi insieme Rae, Sean P e Cormega e mi fai durare la canzone meno di tre minuti? Ma insomma, che carognata è!?! Corrisponde a dirmi "Hey, in quella stanza c'è Megan Fox nuda e bagnata. Puoi farci di tutto, anche prenderla a schiaffoni sul culone, queste sono le chiavi. Ah però mi raccomando, tra due minuti e trentasei secondi esci ché s'è fatto tardi". Aho ma sei scemo? Che condizioni sono?
Beh, questo è esattamente il capestro di Chamber Music, prendere o lasciare. Ora, così come non rifiuterei nemmeno un solo minuto di Megan Fox (almeno per un facciale basta), allo stesso modo mi faccio andar bene il misero minutaggio che qui mi viene concesso e prendo quel che passa il convento. E, a dirla tutta, il menu è decisamente buono: i nomi coinvolti sono tutti di alta qualità sia dal punto di vista dell'emceeing che delle produzioni. E partendo da queste ultime, sappiate che non c'è traccia nè di RZA, nè dei Wu-Elements; deus ex machina dell'intera operazione è infatti Lil' Fame, che coproduce tutti i beat, e soprattutto i Revelations, una band di Brooklyn che come diverse altre suona e compone musica rétro sulla scia del soul e del funk anni '70. Tuttavia, malgrado il coinvolgimento di strumentisti in carne e ossa, il sound complessivo mantiene comunque un effetto classico. I pezzi potrebbero infatti apparir come prodotti (molto bene, d'accordo) da una persona sola purchè estremamente competente, e alla fine, non essendoci particolari estri come assoli e altro, tutto sommato il risultato è quello di un album ben prodotto e che suona davvero bene. Lil' Fame alla fine probabilmente ha assitito e curato il solo mixaggio, dato che certe batterie o alcuni archi sono indiscutibilmente effettati per ricreare quel quid di sporcizia tipico del Wu degli esordi, ma comunque ha fatto un buon lavoro perchè in questo modo i suoni risultano ben diversificati e coerenti con le singole atmosfere.
Kill Too Hard, per esempio, è quasi minimalista nel suo ricorrere alle batterie come struttura portante del pezzo; lo stesso dicasi per Harbor Masters, mentre Radiant Jewels opta per una maggior cupezza grazie al superbo giro di archi, di una bellezza come non se n'era vista dai tempi di Publicity di GZA: indubbiamente il beat migliore dell'insieme, oltre che la canzone di punta del progetto (grazie anche agli ospiti, su cui tornerò più avanti). Niente male anche Evil Deeds, giocata tutta su una composizione di piano cupa lenta e sinistra durante le strofe e che progressivamente diviene sempre più tesa nei ritornelli; e dove quest'ultima potrebbe essere definita la Assassination Day di Chamber Music, I Wish You Were Here è senz'altro 260 o comunque qualsiasi pezzo in cui è stato campionato Al Green o Syl Johnson (l'omaggio -e non il plagio- è infatti evidente). Con ill Figures si torna invece alla ruvidità degli esordi del Wu, mentre Sound The Horns, pur viaggiando sulle stesse atmosfere, risulta enormemente più epica e movimentata; se ci avessero messo su qualche altro membro del Wu e l'avessero chiamata Protect Ya Neck 3: The Wu Strikes Back non avrei avuto nulla da ridire. Chiude infine NYC Crack, un titolo assolutamente idiota che però nasconde un'ennesima riuscita variazione sul tema «Wu-sound» nella sua accezione più algida. Insomma: come musica ci siamo, tutto è molto bello e tutto suona effettivamente come un eccellente omaggio al suono di Staten Island di metà anni '90: ottima idea e ottima realizzazione, quindi, bravi tutti.
E come emceeing? Beh, per quanto ci sia un po' troppo U-God e troppo poco GZA per i miei gusti, anche qui il livello è decisamente buono. Radiant jewels, di cui ho già elogiato il beat, vede la sua definitiva consacrazione a "pezzo della madonna" grazie al trio di Rae, Sean Price e Cormega, con quest'ultimo che ci regala una strofa da brividi e riuscendo così a bobbybrownizzare persino due giganti come i colleghi. Non da meno è sadat X, che su Sound The Horn trova uno sparring partner degno nel solo Inspectah Deck, il quale, dal canto suo e come del resto ci ha abituato, da il meglio proprio nelle collaborazioni. Chamber Music per lui non costituisce un'eccezione, e sia che lo si trovi in compagnia di Masta Ace (Kill Too Hard) che AZ e Ghostface (Harbor Masters) o, appunto, il buon vecchio 'Datty X, Ins se ne esce sempre a testa alta. Casomai, se proprio dovessi trovare qualche difetto, oltre alla sempre sconcertante mediocrità di U-God, ci sono la strofa di G-Rap, che non è male in quanto tale ma pare scritta per un altro tipo di beat, ed il featuring di tale Thea Van Seijen -che, ne sono certo, qualche saputone mi dirà essere una grande artista e blablabla ma che su NYC Crack non c'azzecca proprio per niente.
Comunque sia: stando a leggere quanto scritto, come voto potremmo trovarci nel reame del quattro o addirittura del quattro e mezzo, giusto? Beh, no. E nemmeno tanto per la brevità dell'opera, quanto per il fatto che questi otto pezzi sono intervallati da intermezzi musicali sui quali RZA ci snocciola saggezze a tutto spiano delle quali non solo non potrebbe fregarcene di meno, ma che spezzano l'ascolto in un modo oggettivamente insopportabile. Fossero state due o, toh, al massimo tre avrei potuto tollerare; ma così si abusa della logica dello skit, con l'effetto collaterla di farmi pensare male sull'onestà di una simile mossa: che vi abbian pistonato la bellezza di nove interludi per giustificare un prezzo pieno bnchè sia sostanzialmente un EP? Beh, meglio non pensarci; dopotutto, la carne al fuoco non è molta ma è saporita e, benchè quest'uscita sia stata oscurata da Cuban Linx II, direi che nessun (ex) fan sfegatato del Wu dei tempi d'oro può lasciarsi sfuggire Chamber Music.

AA.VV. - Wu Tang Chamber Music
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mercoledì 18 novembre 2009
O.C. & A.G. - OASIS (PREASCOLTI COMPLETI)
Dopo EdO.G. e Masta Ace, ecco un altro duo che promette bene e che alla fine razzola come predica. Tutti i preascolti sul loro Myspace. A margine: noto che il 2009 è l'anno degli scontri tra tag team e fra chi tra questi propone la cover più brutta. Arts & Entertainment continua a detenere il titolo, ma anche questo è uno di quegli album che mi fanno vergognare di possederne l'originale.File under: *Reiser's PSA*, D.I.T.C.-Related, O.C. and A.G.
CAMP LO - ANOTHER HEIST (Soul Fever, 2009)
È passato più di un anno dalla mia recensione dell'album d'esordio dei Camp Lo, il memorabile Uptown Saturday Night, e dodici anni dalla sua uscita: un lasso di tempo significativo sia in termini assoluti che in termini relativi, dato che il duo del Bronx ha cercato nel frattempo di far scordare la loro bravura mediante uscite quantomeno discutibili come Let's Do It Again o Black Hollywood. Ebbene, sarà per questioni nostalgiche, sarà per motivi qualitativi, ma credo che nessun fan li abbia mai condannati all'oblio, come forse avrebbero meritato, malgrado le tre delusioni date dopo il loro debutto; delusioni peraltro ingiustificabili, dato che la causa di queste era palese e riguardava chiaramente i beat.Ebbene, finalmente, dopo dodici anni, Cheeba e Suede si sono dati una svegliata e hanno capito che forse era il caso di richiamare il sottovalutato Ski per produrre l'intero album. Cosa che hanno fatto e, guardacaso, Another Heist è senz'ombra di dubbio il loro miglior lavoro dai tempi di Uptown Saturday Night ed un buon album tout court. Diverrà un semiclassico come quest'ultimo? Probabilmente no, ma a questo punto la cosa mi è personalmente indifferente e mi basta avere per le mani una loro opera che finalmente si può ascoltare dall'inizio alla fine senza particolari problemi (o quasi).
Veniamo al dunque: scava scava, alla fine cosa volevano da loro i fan di USN e che non gli era mai stato dato, se non in piccoli assaggi? Semplicemente la riproposizione della formula vincente fatta di beat atmosferici densi di funk e soul, da un lato, e di rime pesantemente influenzate dallo slang in cui lo stile deve regnare sovrano e incontrastato, dall'altro: e così è avvenuto. Ora, è chiaro che non ci può più essere la sorpresa e l'innovazione degli esordi: un po' perchè dell'ormai odioso «swagger» si è abusato fino alla nausea (ed i Camp Lo sono stati i primi ad averlo/usarlo nella sua accezione contemporanea), e poi perchè l'avere basi pregne di campioni Motown ormai non fa più notizia. Ma la differenza tra loro e altri gruppi che si richiamano agli anni '70 -anche solo come musicalità- resta ed è enorme, per cui il primo pregio che si può trovare è il mantenimento dell'originalità o perlomeno della personalità.
Fedeli a sè stessi, i nostri eroi hanno infatti proseguito nel loro percorso fatto di atmosfere vintage e testi al 90% incomprensibili, in cui tutto si gioca sul costante scambio del microfono e la destrezza nel maneggiare sillabe, parole e metafore. Praticamente ogni traccia di Another Heist trasuda quindi stile nella sua concezione più reppusa, e forse l'esempio migliore di questo si può trovare nella breve ed imperdibile Son Of A..., in cui fanno evidenti riferimenti alla cultura degli anni '70 passando dalle Chevrolet a due porte ai film di Bruce Lee, senza scordarsi naturalmente della musica e dei suoi eroi piuttosto che delle Black Panthers o Donny Goines. In verità, poi, questa è una delle canzoni contenutisticamente più identificabili assieme al terzo episodio di Black Connection e Good Green; se proprio siete quindi alla ricerca di quel misto di rime, slang e nonsense tipico di Cheeba e Suede, allora vi suggerisco di provare con Get 'Em Lo o Satin Amnesia, in cui si fanno dei viaggioni logicamente difficili da seguire ma che in qualche modo risultano coerenti con il tono ed il mood dato dal beat.
Ecco, venendo alle produzioni, prima di criticare alcune scelte è doveroso ringraziare il patrono del buonsenso: finalmente Ski è tornato tra noi e finalmente abbiamo un album dei Camp Lo musicalmente dotato di capo e coda. Pur essendo decisamente breve (undici tracce ed un remix), nei momenti migliori Another Heist riesce a far rivivere la bellezza di Uptown Saturday Night e solo talvolta si perde in svarioni; epperò questi svarioni, in sè e per sè perdonabili, purtroppo, data la suddetta brevità, finiscono comunque col nuocere all'opera più di quanto si vorrebbe e di conseguenza la bloccano dal prendere il volo. Ad esempio, trovo che nel complesso non avrebbe guastato un mixaggio più aggressivo: sovente, infatti, basso e batteria sono molto leggeri, e se quest'approccio può funzionare in una Satin Amnesia o Black Connection (dove sono le stesse atmosfere eteree ad imporre una scelta di questo tipo), nella stragrande maggioranza dei casi si nota la mancanza di un bel rullante che faccia BAM! anzichè prodursi in poco più di una puzzetta. E chissà perchè talvolta questo avviene (Get 'Em Lo) e talvolta no (Bionic, Uptown...); gli autori del mixaggio e del mastering sono ignoti, ma almeno per il primo penso che sia stato lo stesso Ski a farlo.
Inoltre, almeno un paio di basi lasciano il tempo che trovano: Boogie Nights soffre della sindrome da chipmunk soul del 2004 e francamente risulta inutile e basta; Bionic parte in maniera interessante ma si perde in campioni di archi che non vanno da nessuna parte e, infine, Another Heist ed i suoi synth appaiono un po' fuori fase rispetto al respiro generale dell'album. Tolte queste, nel resto del disco si può partire da buone intuizioni, come gli abbinamenti di piano e flauti in I love It Then oppure il sobrio sample vocale di Black Connection 3, fino ad autentici pezzoni quali Satin Amnesia, Get 'Em Lo, Son of A..., Good Green e Beautiful People. Queste produzioni hanno complessivamente il pregio non indifferente di riflettere perfettamente il taglio generale delle colonne sonore della Blaxploitation, e così si può passare dalla scena di sesso (Beautiful People) all'inseguimento (Son of A...); dalla presentazione del protagonista che cammina per una New York autunnale (Get 'Em Lo) all'esplicito momento in cui tutti si fumano una bella torcia in barba alle leggi dell'uomo bianco (Satin Amnesia). Ecco: rispetto a USN questo è forse l'unico elemento di Another Heist che supera il "maestro", perchè se nel primo c'erano l'atmosfera e dei beai beat, qua, nei momenti migliori, pare davvero di trovarsi all'interno di un film dotato di una certa coerenza.
In ultima analisi, quindi, non volendo ripetere quanto già scritto nei primi paragrafi, posso solo raccomandare l'acquisto a chiunque sia un fan dei Camp Lo. Come dire? "È stata dura ma ce l'hanno fatta"; finalmente possiamo ascoltare un loro prodotto post-1997 senza provare quel senso di disagio che credo qualsiasi loro fan abbia sentito durante Stone & Rob oppure Let's Do It Again. Alla buon'ora.

Camp Lo - Another Heist (link altrui ma non so di chi; la mia copia non viene letta dal Mac, so sorry)
VIDEO: SON OF A...
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martedì 17 novembre 2009
COCOA BROVAZ - THE RUDE AWAKENING (Priority/Duck Down, 1998)
Proprio mentre nelle ultime ore si stanno raccogliendo prove che indicano l'ultimo solista di Rakim come una stronzatona col botto -cosa che mi sorprende fino a un certo punto- vorrei prendere una breve pausa dagli anni duemila e tornare indietro di undici anni, in un'epoca un po' meno desolante dal punto di vista del mainstream ma comunque altrettanto foriera di delusioni per l'aficionado nostalgico. Questa tipologia di ascoltatori, nella quale peraltro rientro parzialmente anch'io, è difatti secondo me l'unico trait d'union capace di collegare efficacemente le varie epoche dell'hip hop tra di loro; perennemente insoddisfatti del presente, gli amarcordisti rimpiangono i bei tempi in cui qua era tutta campagna e i treni arrivavano in orario e -ne sono certo- penso che già ai tempi di Kurtis Blow ci fosse qualcuno tra loro che sentisse la mancanza di una vera band che suonasse i beat.Molti album sono caduti sotto la mannaia critica di questi Ed Gein del rap, e per quanto occasionalmente potessero avere ragione nel cassare la presunta evoluzione artistica di MC Piripacchio, che talvolta compiva un'inversione a 180° rispetto allo stile (e agli obiettivi) precedenti, in almeno altrettanti casi essi hanno avuto torto marcio. Un album diverso non significa necessariamente che sia brutto; e così come It Was Written è senz'altro inferiore a Illmatic ma di sicuro non è la paraculata che si riteneva essere all'epoca, così The Rude Awakening non riesce a replicare i fast di Dah Shinin' ma resta senz'ombra di dubbio un buon album.
Ma diamo a Cesare quel che è di Cesare: io all'epoca fui il primo a mettere le mani a cono e a gridare "BUUU SIETE DELLEMMEEERDEEE!!!"; di Rude Awakening mi esaltava solo Black Trump e mi piaciucchiava Spanish Harlem, mentre per il resto poteva anche essere usato come sottotazza (infatti non lo comprai). Dov'era finito il suono dei Beatminerz? Dov'erano le atmosfere cupe? Cosa ci facevano dei campioni melodici e puliti? E perchè Tek si lanciava così spesso in strofe cantilenate in semipatois? Insomma: "Che se ne andassero affanculo", mi dissi, e così relegai la cassettina duplicata in un angolo buoi del mio armadio e passai serenamente ad ascoltare altro; poi, diversi anni dopo, in uno di quei momenti dove non esce nulla di degno ma hai voglia di provare a dare una seconda chance a dischi cassati più di cinque anni prima, decisi di includere nel mio tipico pomeriggio revisionista da fancazzaro anche questo Rude Awakening. E mentre altre operette tornavano per direttissima a prendere polvere in libreria, l'opera dei Cocoa Brovaz mi lasciò un sapore discreto in bocca. Forse quel cambio di stile non era un male in sè e per sè; semplicemente, mi aspettavo che la Boot Camp Clik sfornasse Nocturnals e Shinins da qui fino all'eternità, mentre questo è decisamente diverso ma dotato al contempo di una sua gran bella dignità.
Innanzitutto i così criticati beat non sono per nulla malvagi. Certo, ad eccezione di Spanish Harlem il SOUND caratteristico dei Beatminerz è praticamente scomparso (non a caso i produttori sono al 90% altri); tuttavia, il cambio di rotta impresso dai vari sconosciuti (Keylord, Filthy Rich, Suite 1200... vabeh ci siamo capiti) è tale solo nelle forme, ma la sostanza resta quella. Le atmosfere erano cupe prima e lo sono anche adesso, semplicemente l'elemento che ha sostituito la ruvidità estrema degli esordi è la malinconia; in moltissimi casi infatti ci sono campioni di piano, xilofono, chitarra e via dicendo. Pezzi come Bucktown USA, Back 2 Life, The Cash, Still Standin' Strong o Blown Away possono perciò risultare magari meno aggressivi di una Wontime o una Sound Bwoy Bureill, ma da qui a catalogarle come fiacche ce ne passa: anzi, non mi stupirebbe sentirle all'interno di una qualche roba (buona) del Wu o legata al Queensbridge. In più, ce n'è anche per gli spiriti più esagitati: si parte ad esempio con la relativa calma del campione überfunkettone di Off The Wall (quando Shawn J. Period era ancora una garanzia), si può passare all'efficace minimalismo di Spanish Harlem e giungere infine ai rullanti spezzacolli di Black Trump, ricavandone sempre una buona dose di soddisfazione.
Certo, forse tutte queste basi difettano un po' di personalità ed alcune suonano oggi un po' datate -Dry Snitch utilizza un synth pacchiano ed un loop di piano piuttosto plasticoso- mentre altre sono delle fetecchie -Won On Won era e rimane una ssschifezza; ma nel complesso non si può certo dire che i difetti principali di Rude Awakening dipendano dalle basi, che anzi spesso sono eccellenti strutture su cui Tek & Steele possono poi costruire le loro rime con rinnovata abilità.
No, il problema di quest'album risiede casomai nell'abuso dei maledetti cori cantati, vera e propria piaga biblica degli album di quell'
Anche perchè quando invece si sentono una Still Standin' Strong, una Bucktown USA (sempre efficace il hook gridato) o una Back 2 Life, col suo bel cut dei Mobb Deep, ci si rende conto della quantità di occasioni sprecate e sviste artistiche che secondo me si potevano facilmente evitare. E ciò sia per una questione di principio che per una di pura logica: voglio dire, cosa c'entreranno mai gli stili e i contenuti di Tek & Steele -nemmeno includo ospiti come Buckshot o Ruck/Sean P- con l'R&B? Niente, appunto. E già che li ho menzionati, tanto vale spendere un par di parole su di loro: mentre contenutisticamente siamo sempre nei soliti confini (figa, fumo, amici imprigionati, amici morti, autoesaltazione ecc.), come tecnica i due sono lievemente migliorati specie nella pratica del passaggio del microfono; una miglioria evidente che compensa pienamente il parziale abbandono degli estri dancehalliani dell'esordio. Di più non c'è da dire: chi già ha saputo apprezzarli in Dah Shinin' qui di certo non cambierà idea, trovandosi di fronte due MC bravi e capaci più d'una volta di stupire: in particolare Bucktown USA, Black trump e Blown Away sono eccellenti dal punto di vista dell'emceeing, e considerando che punti bassi o deboli non ce ne sono, in quest'ottica posso dirmi molto contento.
Volendo ora giungere alle conclusioni, direi che la prima cosa da sottolineare è che noi amarcordisti-spaccapalle all'epoca ci sbagliammo di brutto. Definire Rude Awakening una mezza cacatiella significa prendere un abbaglio di dimensioni immani; d'altronde, nemmeno sarebbe saggio adesso magnificare quest'album come se fosse il capolavoro che non è. Tre e mezzo mi pare dunque un voto equilibrato anche se rapportato con la qualità media dei bei tempi andati, e fidatevi se vi dico che quest'opera va assolutamente riascoltata perchè, ritornelli melensi a parte, contiene alcune chicche davvero notevoli.

Cocoa Brovaz - The Rude Awakening
VIDEO: SPANISH HARLEM
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