venerdì 31 ottobre 2008

EDO.G - WISHFUL THINKING (Overlooked Ent./Red Line, 2002)

Scusate gli aggiornamenti a singhiozzo, ma negli ultimi giorni sono stato distratto sia da un concerto dei Deus (dupalle) e lo struggle che ne consegue, sia da un fantastico disco dei Tindersticks che, tra parentesi, non posso che consigliare a chiunque apprezzi il Nick Cave degli anni '90 e Mark Lanegan come solista -ovviamente, previo ascolto. Comunque sia, tornando all'ambito che più ci interessa, ho notato che tra le tante manchevolezze del mio blog una delle più grandi è la totale assenza di materiale di EdO.G.
In effetti di lui non si può certo dire che brilli per notorietà al di fuori di una ristretta cerchia di fan e aficionados, tant'è vero che pur rientrando io nelle suddette categorie ho colto le sue uscite pressoché per caso facendo per giunta una certa fatica a reperirle fisicamente. In particolar modo è questo Wishful Thinking ad avermi dato i maggiori problemi, nel senso che, mancando da un lato della rete distributiva della Landspeed (cfr. The Truth Hurts) e dall'altro del seppur relativo clamore che ha accompagnato la collaborazione con Pete Rock (cfr. My Own Worst Enemy), i negozi in Italia se n'erano riccamente fregati; questo finché un bel giorno non lo trovai in un bel negozietto a Torino (gestito da Double S, mi pare) laddove lo comprai con un modico esborso di euro dieci -prestati e peraltro mai più restituiti, perciò Gus fatti vivo con un numero di c/c ché colgo l'occasione per ridarteli.
Amenità personali a parte, Wishful Thinking vede la luce sotto l'egida della Overlooked Entertainment, un nome più che mai azzeccato per questo disco, che ha diverse frecce al suo arco e che a mio modesto avviso è degno di ben diversa considerazione da parte di chiunque segua il rap con la dovuta attenzione. Elencandoli brevemente, questi dardi si concretizzano in: sinteticità, coerenza, omogeneità ed equilibrio; il che, detto così, pare più la pubblicità di un'automobile che l'elogio di un album, ma se andiamo a sviscerare le tredici tracce che lo compongono vedremo come in realtà un simile giudizio si presti bene a descriverlo.
Tanto per cominciare, va notato che dodici produzioni sono affidate al bostoniano DJ Supreme One -già avvistato nella tracklist di The Truth Hurts- con come unico intervento esterno un DJ Revolution decisamente accorto a non stravolgere il sound del disco. Ne deriva dunque una inevitabile sensazione di omogeneità e coerenza, cosa che il più delle volte aiuta in maniera determinante l'ascoltatore a farsi coinvolgere sempre più nell'ascolto e nella relativa fruizione dei contenuti, e che anche stavolta "funziona". Se poi ci aggiungiamo che non solo la scuola d'appartenenza di Supreme One è naturalmente la costa atlantica, e più precisamente Pete Rock, ma anche che si dimostra decisamente competente nel creare il giusto tappeto sonoro per EdoardoGì, allora il plauso non può che essere forte. Infatti, laddove egli non brilla per originalità, compensa con un ottimo gusto ed una generale classe nel gestire i vari elementi del beat; dai loop di piano alle schitarrate funk, dall'eccellente lavoro fatto coi giri di basso alla programmazione delle batterie, tutto si fonde in tracce la cui bontà non è gridata ma si fa vieppiù innegabile (e rara) ascolto dopo ascolto. Aggiungiamoci poi che i beat sono davvero fatti su misura per lo stile di Edo ed ecco che non si fa fatica a trovare autentiche perle come Be Thankful, On Fire, il remix di Bitch Up Off Me e Questions; in queste l'alchimia tra MC e produttore raggiunge vette eccelse sottolinenado nei fatti quanto questa sia essenziale per fare buona musica (osservazione banale, certo, ma troppo spesso ignorata anche da gente come lo stesso EdO.G con i risultati che si possono notare).
Attenzione: io reputo che per trovare qualcosa che davvero faccia al caso del Nostro si debba essere ben più che semplicemente competenti, per questo sto facendo piovere elogi a nastro. Sì, perchè il buon Edward Anderson è piuttosto atipico come MC -del resto lo si riconosce subito- visto e considerato che pur avendo una voce possente ed una dizione ben marcata, non è certo il tipo da agitarsi al microfono. Le metriche che favorisce, poi, sono sì generalmente regolari ma non è raro che decida di chiudere la rima lievemente in anticipo o in ritardo, magari giocandosela con l'intonazione della voce o con una pausa ad effetto collocata ad hoc: ergo, le basi non possono né essere dei pestoni standard, né sbilanciarsi sull'eccessiva leggerezza ed armonia e né, men che meno, lasciarsi andare a esperimenti da defjukkies. Ed è esattamente qui che Wishful Thinking riesce dove il precedente album aveva fallito; mediante atmosfere generalmente rilassate quanto comunque d'impatto e variegate, l'intero disco scorre che è un piacere ed arriva alla sua conclusione lasciando una sensazione d'appagamento.
Dal canto suo, EdO, che ho già descritto come più che semplicemente competente -l'apparente semplicità tecnica non deve trarre in inganno- è qui in ottima forma e spazia con scioltezza dal semplice braggadocio a temi di maggior respiro, quali ad esempio il sociale (Rise & Shine, Questions), la critica -che graziaddio non è la consueta astiosa geremiade- al mondo della musica rap (Be Thankful) al rapporto con certi tipi di donne (Bitch Up Off Me). Paragonarlo a qualcuno mi parrebbe irrispettoso oltreché sbagliato e pertanto eviterò, vuoi anche solo perchè si tratta di uno dei pochi MC capaci di creare canzoni dove non un solo verso/barra viene sprecato o diluito con trucchetti da du' lire. Conciso e focalizzato: ecco come voglio descrivere EdO.G, che usa la non comune cortesia di non far perdere tempo all'ascoltatore e che già solo per questo andrebbe ringraziato.
Ma purtroppo anche Wishful Thinking il suoi difettuccio ce l'ha, e cioè la brevità. Trentadue minuti e undici secondi sono davvero pochi, e per quanto non me la senta di contestare una ben precisa scelta artistica, trovo che vi sia stata un po' di pigrizia nel decidere di includere originale e remix di Rock The Beat (tra l'altro uno dei pezzi più facilotti dell'insieme); inoltre, tre interludi più intro e outro sono -per quanto belli- un po' troppi. Facendo i conti, dunque, alla fine della scrematura ci restano sostanzialmente otto pezzi "veri", di cui uno è un remix con la semplice aggiunta di due ospiti (bravi, però: Krumb Snatcha e Jaysaun) e l'altro un remix di una canzone pubblicata su Truth Hurts -che poi sia decisamente superiore all'originale è tutt'un altro paio di maniche e non c'entra col discorso che sto facendo. Insomma, come EP sarebbe stato eccezionale, come LP invece si limita ad essere molto buono.
Ciò comunque non dovrebbe scoraggiare nessuno dall'ascolto di Wishful Thinking, che non solo rientra tra le migliori cose recentemente create da EdO, ma è un'eccellente raccolta di musica capace di dare la paga a molti suoi colleghi ben più blasonati di lui.





EdO.G - Wishful Thinking

mercoledì 29 ottobre 2008

DOMANDA TECNICA

Ma com'è che da due post a questa parte il template mi fa lo scherzo di non ridimensionare automaticamente le scansioni? la procedura che seguo è sempre la solita -520 pixel di larghezza, compressione jpeg al 90-95%, 72dpi- eppure mi fa 'sti ciocchi.
Qualcuno che abbia un'idea?

ONYX - COLD CASES FILES VOL.1 (Iceman/Onyx Rec., 2008)

Scusate per la lunga assenza, ma tra un installazione di Fastweb ed una visita medica negli ultimi giorni sono stato con la mente altrove; inoltre, ho passato diverso tempo ad assimilare gli ultimi dischi acquistati, alcuni dei quali più che degni e tra questi rientra a pieno titolo anche questo Cold Cases Files. Anticipo che si tratta di un disco imprescindibile per tutti coloro che -come me- reputano All We Got Iz Us uno dei più bei dischi degli anni '90, visto e considerato che la maggior parte delle tracce qui presenti risale proprio a quel periodo in cui il suono degli Onyx s'era fatto meno esagitato e più cupo, risultando la scelta obbligatoria per giornate fredde e tempestose. Ricordiamoci infatti che se è vero che da Shut 'Em Down i Nostri non hanno prodotto altro che fetecchie più o meno clamorose (eccetto l'ottimo e criminalmente sottovalutato Black Trash di Sticky), all'epoca erano considerati tra i migliori, e hai voglia ora a girare con la puzza sotto il naso dicendo "il loro strepitare era una pagliacciata e bla bla" come alcuni fanno: spiacente, ma erano BRAVI.
Ora: il paradosso è che pare che proprio loro siano i primi a volercelo far scordare, nel senso che, persino includendo i bootleg, una presentazione così marcia (anzi, visto il periodo la definirei "scrausa") non l'ho mai vista. E questo a partire dalla grafica stile Paint + effetti pacco di Adobe Photodeluxe per passare alla tracklist piena di refusi ed omissioni, per giungere infine al retro, dove anzichè darci la lista dei pezzi hanno messo i loro myspace (!!!) nonchè un sito in dal look stile Lycos '96 dove immagino tutti si tufferanno per comprare le loro magnifiche felpe. Insomma, l'intera operazione puzza così tanto di budget/voglia zero che nessuno si sentirebbe spinto a darle una minima chance, eppure -beh, eppure, se si sa a cosa si va incontro uno può e deve chiudere un occhio sulla presentazione.
A dire il vero l'occhio andrebbe chiuso anche su un altro difetto, e cioè l'assenza di un qualsiasi tipo di rimasterizzazione e mixaggio delle tracce; delitto, questo, che fa sì che molte di esse soffrano di un suono ovattato francamente imperdonabile. Per dirne una, See You In Hell Pt. 2 -passata come canzone "vera" ma in odore di freestyle, visto che il beat è un loop tratto da Illuminati di Tragedy Khadafi, al quale fa anche qualche velato riferimento- ha un'equalizzazione "da radio" che purtroppo guasta considerevolmente il piacere dell'ascolto. Idem per quanto riguarda, che so, Ghetto Way Of Thinking (con tanto di sibilo di sottofondo), Rock U e Purse Snatchaz Pt.2. Riassumendo, tutti i pezzi che sono stati esclusi da All We Got Iz Us -cioè l'70% di CCF- soffrono del difetto di essere dei "ruff mix" e questo è imperdonabile, soprattutto se si considera che sono gli stessi Onyx i padri del progetto. Cos'è, non avevano soldi, che so, per levare il fischio di distorsione di inizio disco o per silurare l'intro tagliata di Purse Snatchaz dai primi due secondi di Ghetto Way Of Thinking? Diosanto...
Vale dunque il dicorso che feci per Shabazz, ad eccezione di una cosa: escluse le raccapriccianti ed evidentemente più recenti I Don't Want To Die, Hard To Be A Thug e Return Of The Madface -tre canzoni su quindici-, Cold Cases Files è una bomba. Purtroppo non è dato sapere chi abbia prodotto i beat, ma vista l'epoca di riferimento suppongo sia stato lo stesso Fredro Starr e dunque non stupisce che ci siano così tanti pezzoni. Per dirne una, Evil Streets Pt.2 straccia l'originale in meno di una strofa; I'll Murda You in versione estesa avrebbe aggiunto un ulteriore tocco di grimeiness a All We Got iz Us; Rock u soffre di un ritornello discutibile ma sia la base che le strofe sono da applausi. Ed anche le cose acusticamente più vicine a Shut 'Em Down -O.N.Y.X., Hydro, Wili'n Wili'n, Mad World- fanno nascere interrogativi sul perchè siano mai state accantonate a favore di pacconate come la tragica Broke Willies o l'urfida Ghetto Starz. A chiudere con una nota positiva ci sono i featuring, che spostandosi dal buono (Gang green) raggiungono via via (Smoothe Da Hustler e Trigger Tha Gambler) fino a raggiungere l'eccekllenza (Method Man ed i defunti Big DS e X-1).
In chiusura, quindi, non posso esimermi dal lamentarmi di nuovo della sciatteria di certa gente, che evidentemente non si rende conto di quel che ha tra le mani o, ben più grave, se ne frega di presentare al pubblico un prodotto fatto con quel minimo d'attenzione da migliorare l'impressione -quale che sia- di almeno la metà. Ma, detto questo, Cold Cases Files è un acquisto indispensabile per chi ha amato i primi tre album degli Onyx ed in particolar modo All We Got Iz Us; e attenzione, oggettivamente i nostri soldi non se li sono meritati (mi ha stupito il fatto che alcuni dei pezzi che già avevo in Mp3 da tempo suonino uguali a quelli presenti sul disco), ma se non pompiamo un po' di dane' nelle loro tasche col cazzone che ci fanno vedere il secondo volume. Che, chissà, magari potrebbe anche essere realizzato tecnicamente meglio -sperèm.

Onyx - Cold Cases Files Vol.1

venerdì 24 ottobre 2008

N.Y. OIL - HOOD TREASON (Babygrande, 2008)

"So when you hear me speak, and the things I say... I'm speaking to my people! I'm holding them accountable 'cause they're the ones that have to fix their situation -I'm not going to speak to no record label! Everybody keeps coming at me on the message boards saying "oh... well, you know, the real villain is the corporations that use these kids to" - NO! They're not the real villain, because there has to be some accountability! You have to have some self accountability. You have to say to yourself: "What am I going to do that's right for me, man? When am I going to take ownership for what I do, to me and my people? When I do that?". And when you do that, when the black man do that, when the black woman do that, our change will be so sudden that your head would snap."
Questo è solo un esempio, secondo la mia modesta opinione il più interessante, della Weltanschauung di NY Oil: senza accettare le proprie responsabilità si cessa di pensare, e cessando di pensare si degrada e si danneggia non solo la propria persona ma anche tutti coloro che ad essa sono direttamente o indirettamente collegati. Noialtri medioborghesi italiani possiamo trovare conferma della validità di questo ragionamento ovunque -il più clamoroso sta nella politica, certo, ma anche nelle nostre quotidiane ipocrisie (perlomeno le mie)- ma di certo le nostre situazioni sono difficilmente paragonabili a quelle di qualsiasi minoranza soggiogata ora economicamente, ora razzialmente, ora socialmente.
Tra gli afroamericani, poi, questo problema e le sue implicazioni sono state affrontate di petto più volte nel corso del XX secolo: prima con Booker T. Washington e W.E.B. Du Bois, poi con Marcus Garvey, poi ancora con la Nation Of Islam e Malcolm X, per proseguire con i movimenti per i diritti civili degli anni '60 (il SCLC di Martin Luther King ed il SNCC sotto Stokely Carmichael) e più recentemente con i discussi Jesse Jackson e Louis Farrakhan. Trattandosi in tutti i casi di organizzazioni o pensatori che tendevano ad abbracciare tutti gli aspetti della segregazione era inevitabile che a fianco di questi movimenti politici si sviluppasse parallelamente il versante artistico, che verso la fine degli anni '80 riuscì addirittura a diventarne l'amplificatore più efficace nel mondo; sto parlando naturalmente dei vari Spike Lee, Public Enemy o il primo Ice Cube -tanto per citare i più noti. Ma dopo di essi vi fu almeno un decennio di silenzio mediatico e solo recentemente i più attenti hanno potuto notare una crescita di impegno sociopolitico e critica al sistema americano; tuttavia, ciò è ancora limitato all'underground (tant'è vero che, in ambito mainstream, un'osservazione fondamentalmente ovvia come "George Bush don't care about black people" è parso radicale quanto un "Black power"), dove a partire da Immortal Technique per giungere al redivivo Wise Intelligent si sono visti vieppiù dischi testimoniare delle prese di coscienza ben definite ed incompromettibili che finalmente sono state di nuovo prese in seria considerazione. Ebbene, a queste persone va ora ad aggiungersi NY Oil, già ignoto al pubblico agli inizi degli anni '90 come Kool Kim, esploso mediaticamente nel 2004 grazie ad una canzone ed un video: Y'All Should All Get Lynched, in cui si accusavano tutta una serie di noti rapper di essere dei giullari di corte, dei traditori della propria gente e dunque meritevoli di essere linciati.
Vuoi anche per la rapida censura del tutto da parte di Youtube, sta di fatto che il pezzo fece molto discutere di sè ed aprì la strada ad un aperto confronto che vede(va) diversi personaggi venire accusati di "coonery", "minstrelsy" ed altri termini che definiscono il nero che si copre volontariamente di ridicolo per compiacere i propri padroni bianchi, gettando così nel fango non solo la propria dignità bensì anche quella del proprio popolo. Una posizione facilmente tacciabile di moralismo (o calvinismo, se fossimo in Italia) ma che indubbiamente ha dei punti a suo favore, i quali trovano un'occasione di ampliamento nella ristampa curata dalla Babygrande di Hood Treason, l'album d'esordio dell'MC di Staten Island. In esso, distribuito su due Cd e sparso tra 39 tracce, si può trovare il NY Oil-pensiero in tutte le sue articolazioni e tutta la sua forza di critica morale e sociale, accompagnato per fortuna da una produzione musicale solida quanto basta per permetterne una fruizione efficace.
I beat -curati al 99% da totali sconosciuti quali Religion, DJ Mosaic o J.Owens- hanno infatti un sapore tipico della New York di fine anni '90, con una melodia non troppo "spezzata" e con una sezione ritmica piuttosto regolare e ben pronunciata; ciò da un lato non distoglie l'attenzione dell'ascoltatore dal messaggio, e dall'altro non costringe lo stesso Oil a doversi inventare più che tanti trick per far quadrare metrica e contenuto. Messa così parrebbe una critica ma in realtà la formula funziona più che egregiamente, specie se si considera che le origini del Nostro provengono per via diretta dallo spoken word, e pertanto uno stile che fa così tanta leva sulla cadenza, la pronuncia e la pausa ad effetto necessita secondo me di meno "distrazioni" possibili. Questo potrà naturalmente scoraggiare coloro che cercano il perfetto bilanciamento tra forma e contenuto -e allora consiglio loro di rivolgersi a Immortal Tech- ma con un minimo sforzo e due ascolti di adattamento non riuscirà difficile apprezzare appieno gran belle canzoni come Self Destrukkktion, Boombyeyay, The Hate That Love Made o Unreal. In queste, Oil spazia dallo storytelling all'autoesaltazione alla narrazione autobiografica, riuscendo sempre a conferire un tocco personale al tutto attraverso una serie di osservazioni che assumono diversi gradi d'importanza a seconda della natura della canzone; dunque, se una Self Destrukkktion usa lo storytelling come espediente stilistico per elencare una serie di comportamenti autolesivi, allora Y'All Should All Get Lynched è decisamente più esplicita e suona come un vero e proprio "j'accuse" (e non è l'unico) nei confronti degli oggetti del disprezzo del Nostro. E, tanto per chiudere il discorso, i suddetti oggetti di disprezzo sono fondamentalmente la cialtroneria, la disonestà, l'amoralità e l'ignoranza dei suoi colleghi i quali si rendono colpevoli di propagarla in tutta la comunità afroamericana, tanto che "even Africans are callin' you 'niggas', ain't that something?".
Ma di fronte a queste accuse egli offre anche alternative? In parte sì, impugnando più volte l'argomento della decenza e del rispetto di sè stessi come piede di porcvo per scardinare l'imperante inciviltà; ma anche nei casi in cui la questione resta aperta, cosa c'è da aggiungere? I comportamenti asociali che Oil denuncia sono talmente evidenti e pacchiani che non ci vuole un genio per capire come correggerli; e nel momento in cui ciò non avviene -questa la tesi- si è in totale malafede e perciò colpevoli di "hood treason". All'ascoltatore il compito di trarne le conseguenze.
Ma, detto questo, resta da vedere l'aspetto più puramente "tecnico" del lavoro. Rime e musica. Le mie prime rimostranze sono destinate alla tecnica del Nostro, che se di per sè è più che dignitosa (e dimostra una buona esperienza nella gestione di respiro, adlib, dizione ecc.), reputo d'altro canto un po' troppo legata allo spoken word ed eccessivamente "enunciata" per risultare armoniosa e legata alla musica. In altre parole, vi sono momenti in cui rappata e beat paiono viaggiare su binari paralleli indipendenti gli uni dagli altri, come ad esempio in Don't Get It Twisted, I Tried o la follemente intitolata La La La Laaa (WTF!?!). Au contraire, rime, vocabolario ed interpretazione sono degne di lode e sfociano in una generale sensazione di carisma essenziale per la natura del progetto; e non scordiamoci che per fortuna il più delle volte l'alchimia invece funziona, producendo ottimi risultati che in parte ho già elencato precedentemente ed ai quali vorrei aggiungere Hip Hop Ya Don't Stop, You're A Queen e Purrrfect Beat. infine, in quanto a produzioni direi che siamo messi abbastanza bene: ci sono svariate chicche, altre piuttosto inspide ed alcune robe del tutto impresentabili; la cosa positiva è che, tendenzialmente, se il beat è orrendo allora lo è anche la rappata e viceversa, sicchè uno può tranquillamente scremare quelle quattro-cinque cacate (Hood Treason, What Up my Wigger Wigger, Girls Wanna Dance, Soldier e IWNBYSO) e gustarsi il resto.
Alla fine dei conti devo confessare che l'album non solo mi è piaciuto ma anzi mi ha piacevolmente sorpreso, perchè in tutta franchezza ho trovato i beat ben superiori a quanto fosse lecito aspettarsi. Certo, non saranno innovativi nè niente, ma alcuni sono più che piacevoli e, come detto, propedeutici alla comprensione -nel senso più ampio del termine- dei messaggi di NY Oil che, per quel che mi riguarda e pur con il deficit culturale che inevitabilmente ho, condivido. E dirò di più: ai miei occhi, ciò che rende degno di stima il Nostro e tutti coloro che seguono questa strada non sono solo i contenuti in quanto tali, bensì la chiarezza e l'esplicità nel denunciare esattamente cosa va cambiato. E purtroppo questa chiarezza non si ritrova nei vari Talib Kweli, Common e chiunque altro passi per conscious, i quali -per quanto degni di lode per altre cose- sono in questo decisamente dei paraculi king size. E già che ci siamo, tanto per chiudere degnamente questa geremiade, vorrei menzionare il re dei paraculi per eccellenza, Nas, che con l'ultimo album non solo ha di nuovo floppato in termini meramente artistici ma ha pure confermato l'idea che avevo di lui come maître-à-penser un tanto al kilo, bravissimo ma privo di qualsiasi credibilità.
Tornando a bomba a Hood Treason, il suo difetto principale -oltre a quelle cacate già denunciate- è la prolissità. inevitabilmente, ciò che di buono si può trovare nel disco fatica a venire a galla tra le 39 tracce, a causa anche di un'abbondanza eccessiva di skit, monologhi ed interruzioni di vario genere. Non posso quindi dargli un'eccellenza, ma perlomeno consigliarlo vivamente, beh, questo sì.






N.Y. Oil - Hood Treason (Disc 1)
N.Y. Oil - Hood Treason (Disc 2)

VIDEO: UNREAL

martedì 21 ottobre 2008

AA.VV. - OKAYPLAYER: TRUE NOTES VOL.1 (Okayplayer/Rapster, 2004)

Nella mia consueta e preparatoria caccia alla recensione, stamane mi è capitato di leggere i motivi, messi nero su bianco, per cui alle volte mi viene da abbandonare l'hip hop per dedicarmi anima e corpo al blues o comunque a qualche altro genere meno intriso di cazzonaggine. Sentite un po' qua cosa dice un poveretto in merito a True Notes Vol. 1: "Immaginatevi il meglio dell’hip hop più innovativo e trendy, immaginatevi produzioni esclusive di personaggi come ?uestlove dei Roots, immaginatevi brani di band emergenti [nel 2004. Probabilmente è uno di coloro che considera Giovanni Allevi un genio precoce anche se ha 40 anni] come Dilated Peoples, Blackalicious o Aceyalone & Madlib. [...] Grande compilazione [...] sonorità stilose [...] l’hip futuribile dei Blackalicious."
Sapete, leggere questi vaneggiamenti m'ha fatto venire in mente i capitoli di American Psycho in cui Bateman si lancia in appassionate "critiche" di dischi orrendi o personaggi detestabili tessendone elogi e, soprattutto, celando la propria incapacità di analisi dietro ad un registro pomposo o comunque fuori luogo. Ma per fortuna la fede non si giudica necessariamente dal fedele, e se nel caso del romanzo di Bret Easton Ellis i gusti musicali da yuppie bene rispecchiavano la psiche dello stesso amplificandone la comprensione da parte del lettore, in questo caso si può dire che non è richiesto essere dei ciucci per ascoltare True Notes Vol.1. Anzi, meno lo si è e più si riesce ad apprezzarne i pregi e a sorvolare sui difetti, che pur non essendo qualitativamente gravi ci sono e vanno sottolineati per evitare che sporchino quel che c'è di buono in questa «compilazione».
E allora è proprio il caso di cominciare con I Do What I Like, dove un gran bel beat di RJD2 viene brutalizzato dalla conclamata inettitudine di Dice Raw, il quale anzichè seguire la melodia e l'atmosfera della musica decide di rappare a singulto, facendo giochini strani con la sua sgradevole voce e sperimentando addirittura qualche botta e risposta, come nemmeno i Run DMC avrebbero potuto fare in un momento di crisi nera. Imperdonabile. Decisamente meno gravi sono invece le pecche di Keep Livin' di Jean Grae, che oltre ad apparire liricamente un po' improvvisata riutilizza lo stesso campione (tagliato allo stesso modo, con lo stesso tempo ecc.) di World Famous degli M.O.P. e che oramai s'è sentito in tutte le salse; poi purtroppo si ritorno nella spirale della cacata immonda grazie a Bang Bang -decisamente il pezzo più brutto del disco nonchè una schifezza tout court- in cui un beat che vorrebbe tanto essere clubbeggiante consente a due miserabili pippe di cimentarsi in alcune rappate contenutisticamente risibili e stilisticamente fiacche, raggiungendo poi nel ritornello tali livelli di sublime sprezzo del ridicolo da meritarsi una citazione. Sapete infatti come fa? Leggete: "OH! OH! - BANG! BANG! OH! OH! - BANG! BANG! OH! OH! - BANG! BANG! OH! OH! - BANG! BANG!". Vi giuro che, non essendo abituato a cose del genere, la prima volta che ho ascoltato questa canzone sono rimasto impietrito di fronte allo stereo, incapace di fare alcunché, come un riccio in autostrada.
Ma poi mi sono ridestato; e saltando oltre qualche pecca di scarso rilievo come uno dei pezzi dei Little Brother (On And On, titolo ispirato dal vizio di riciclaggio spudorato dei drumset di 9th Wonder), quello di Aceyalone e Madlib (beat generico ma passabile, però l'adlib sovraenfatizzato nelle chiusure dei versi è insopportabile) e quello dei The Chapter (non ha senso tagliare a 1:50 una canzone potenzialmente bella come questa), alla fine ho scoperto di avere tra le mani un'ottima compilation come non mi capitava da anni.
Difatti, a fianco di cose pregevoli come il contributo di Baby Blak, il pezzo dei Dilated Peoples (quando ancora pensavano che rappare su basi sopra i 12bpm non fosse un reato), Shake It dei Little Brother o la collabo tra Nicolay ed il buon Supastition, vi sono alcune perle da non perdere per nessun motivo. Una di queste è Y'All Know Who, che vede Black Thought dominare impeccabilmente uno splendido beat, costituito pressoché solo da basso, batteria ed un suono sintetizzato che non riesco ad identificare ma che si colloca a metà tra Aaight Then dei Mobb Deep e Zen Approach di DJ Krush. Più cupi del solito gli Hieroglyphics, invece, che sfruttano il campione di un coro femminile piuttosto spettrale per marcare lo scarto di bravura tra loro ed il resto del mondo riuscendo, peraltro, a convincere appieno; più allegri i loro colleghi californiani Blackalicious, che favoriscono un sample pitchato ed una linea di basso bella piena su batterie "quadrate" per lasciare Gift Of Gab impazzare in una serie di rime -com'è suo uso- serratissime e stilisticamente ineccepibili. E infine, come non citare la cazzonissima ma divertente Take It Back di Skillz? Vedete, di lui si può criticare il fatto di essere incapace di mettere insieme un disco decente che sia uno, ma quando viene preso a piccole dosi non si può non applaudire la sua sconfinata arroganza, il suo humor e, naturalmente, la sua bravura; per di più, tutto ciò viene ulteriormente evidenziato da un beat allegrotto e strutturato in modo tale da consentirgli di giocarsela con la metrica come meglio gli pare.
Chiudono in bellezza, nell'ordine, la seconda partecipazione di Jean Grae, superiore per ogni aspetto alla già citata Keep Livin', e soprattutto Act 2 di RJD2; quest'ultima è una strumentale che si pone stilisticamente a metà tra Deadringer e Since We Last Spoke, risultando prima di tutto piacevolissima da ascoltare, oltre che ben pensata e magnificamente strutturata (il passaggio da uno strumento all'altro e la loro sovrapposizione finale è eccellente), e questo non può far altro che portarci alle lacrime se ripensiamo al fallimentare percorso artistico da lui intrapreso negli ultimi anni.
Sia come sia, True Notes Vol.1 non è né innovativa né trendy, e solamente un cretino può catalogare della -peraltro ottima- musica nel campo degli status symbol. Anzi, fatte le dovute scremature, tutto quanto di buono è contenuto in questo disco andrebbe ascoltato nell'intimità di un paio di cuffie o di un buon impianto stereo ed assaporato di volta in volta sempre un po' di più. Aggiungo infine che non solo si dovrebbe comprare l'originale per una questione di principio, e cioè quello della qualità da premiare, ma anche perchè la grafica, pur apparendo nella scansione triste come l'Albania, è un caso quasi unico nella storia dell'hip hop: stampa su carta opaca semilucida stile Domopak, una vera chicca per i nerdoni che come me si esaltano per l'uso creativo di materiali originali pur avendo un costo irrisorio.





AA.VV. - Okayplayer: True Notes Vol.1

VIDEO: TAKE IT BACK

lunedì 20 ottobre 2008

TERMANOLOGY - POLITICS AS USUAL (Nature Sounds, 2008)

"I'll tell you this much: you know a good thing when you see it", la frase che apre una delle canzoni del nuovo attesissimo album di Termanology, più che una constatazione deve essere considerata come un auspicio. E' difatti possibile che Term, dopo essersi costruito una reputazione come uno dei migliori MC della nuova generazione, riesca a mantenere inalterato il "fattore wow" (word to Marra) che in primo luogo lo aveva fatto assurgere agli onori della cronaca?
Diciamo che, quantomeno sulla carta, il ragazzo non arriva impreparato: la lista di produttori presenti sul disco è qualcosa di spaventoso, qualcosa capace di donare granitiche erezioni agli amanti del buon hip hop e -giocoforza- qualcosa che non può non creare delle aspettative altrettanto monstre: DJ Premier, Pete Rock, Large Professor, Easy Mo' Bee, Havoc, Buckwild, Hi-Tek, Alchemist e Nottz. In altre parole, si tratta in buona parte delle persone che sono state dietro a classici come Illmatic, Ready To Die, Word Life, The Infamous e Mecca And The Soul Brother, nonché di alcuni di coloro che a cavallo tra il vecchio ed il nuovo millennio hanno contribuito a mantenere vivo e rinvigorire il suono nuiorchese. Come anticipato, una simile decisione non può che creare delle attese all'altezza ed inoltre sarebbe da ingenui pensare che lo stesso Term, scegliendo proprio questi nomi, non volesse implicitamente affermare qualcosa come "Questo è un nuovo classico". Per cui reputo più che giustificata la reazione di alcuni che hanno detto "No bello mio, questo non è un classico, e per giunta lo troviamo pure un po' deludente".
Io per primo ho inizialmente pensato che si dovesse trattare di uno scherzo o qualcosa del genere: perchè passi che Premier non è più lo stesso di NY State Of Mind e quindi ci sta che i suoi contributi risultino relativamente deboli, però gli altri hanno perso ben poca della loro bravura in tutti questi anni: vedi per esempio Pete Rock, Buckwild o Large Professor, che recentemente non hanno lesinato chicche sparse quà e là e che però, vai a capire perchè, non mi sembra che per Politics As Usual si siano sforzati più dello stretto necessario. Detto altrimenti, se un alieno dovesse sentire le loro produzioni qui farebbe davvero fatica a capire come mai siano considerati delle leggende viventi; insomma, se si fossero sbattuti una minima in più ci ritroveremmo tra le mani un semicapolavoro ed invece qui c'è "solo" buona musica, il che mi porta a fare la seconda affermazione: buttala via. Difatti, passato lo shock di non avere tra le mani un lavoro all'altezza dei nomi, non si può però negare che Politics As Usual sia un prodotto comunque valido e pressoché privo di scivoloni, sia come liriche che come beat. Volendo saltare a pie' pari le prime due critiche che verrebbe da muovere al tutto (1-perchè cazzo non hai usato la base di Easy Mo' Bee per rapparci e 2-tre produzioni di Nottz sono troppe), il fatto è che in fin dei conti l'effetto "throwback" riesce; la sensazione che si riceve dall'ascolto è paragonabile a quella che si aveva quando ti capitava tra le mani un album semplicemente piacevole, che filava via ogni qualvolta lo ascoltavi e che volentieri ripescavi una o due volte al mese.
Dopo un'intro sprecata per sussurrare il suo nome, PAU si apre con la stranota Watch How It Go Down, che presumo tutti ormai conoscano; permettetemi solo di dire che mentre qui le strofe di Term sono incredibili, ho sempre trovato che il beat fosse davvero un po' troppo sempliciotto e noioso. Sì, insomma, m'è sempre parsa una riedizione amatoriale di Boom, priva del mordente di quest'ultima oltreché della sua freschezza. Ma tant'è, non si può dire che sia una brutta canzone, così come non lo è la buckwildiana Respect My Walk, che si fa ricordare per il campione di tromba dal sapore molto classico e le belle batterie, sempre ben equalizzate; e pure Hood Shit di Alc non è affatto male, ed anzi si colloca di molto sopra alla sua produzione più recente ricordando così il periodo d'oro 2001-2004 (c'è persino il tipico bridge dove gira il campione originale). Ed ora che si arriva a Float si comincia a pensare non solo che l'album alla fin fine non sia malaccio, ma persino che Nottz sia più che valido (anche se il campione dei Floaters è un po' in odore di omosessualità latente); purtroppo però, Please Don't Go, che pure ha il pregio di non campionare l'omonimo pezzo dei nostrani Double You, riesce a ricreare un che di jiggyness da R&B fine anni '90 con tutto quel che ne consegue, il che a casa mia non è esattamente una buona cosa. Specie se a seguirla c'è la ruvida How We Rock, che vede un Premier in modalità D.I.T.C. (cfr. Rep For The Slums di Showbiz) destreggiarsi tra linea di basso e campanellini con un ottimo risultato; ma almeno Nottz si ravvede e crea la buona Drugs, Crime & Gorillaz.
Apro una parentesi: l'unica vera critica che mi sento di muovere al produttore virginiano è che francamente tutte le sue tracce succhiano un po' troppo lo stile di Dre, il che diventa lampante se c'è un Termanology che a sua volta si mette a rappare come Eminem come in Drugs eccetera. Ora, non che io finora lo avessi seguito molto, ma mi ricordo che cinque anni fa potevi riconoscere un suo beat abbastanza facilmente grazie al suono epico che puntualmente ne permeava ogni singola nota (Wolves, Killer In Me, Richman Poorman), mentre ora mi pare abbia intrapreso un percorso sfociante al massimo nel ben fatto ma banalotto. Chiusa la parentesi.
Ma mi sto accorgendo che sto facendo la lista della spesa: e allora diciamo subito che Large Pro, Hi-Tek e Pete Rock deludono in ordine decrescente: il primo crea una robetta melensa da sufficienza scarsa, il secondo secondo me non osa più di tanto (ed il giro di synth è monotono ai limiti del fastidio) ed il terzo, infine, crea un qualcosa di passabile ma un po' fuori linea da ciò che ci si aspetterebbe da uno che anche solo sul recente NY's Finest ha regalato bei momenti. Chapeau invece a Havoc, decisamente ispirato e creatore di un beat che non stonerebbe in Murda Muzik, decisamente godibile e degno epilogo di un disco musicalmente altrimenti un po' sottosviluppato.
Lasciando però ora il versante produzioni, arriviamo a Termanology stesso. Sappiate innanzitutto che ai suoi due stili finora usati -cioè la rappata normale con schemi metrici incrociati e l'odioso sussurro- se n'è aggiunto un terzo: la rima incrociata con enfasi sulla parola chiudente la barra. Vi ricorda qualcosa? A me sì: nell'ordine abbiamo lo stile à la Big Pun, poi quello tipo Jay-Z ed infine il simil-Eminem; e d'accordo che messa giù così la mia critica è forse un po' dura, ma in tutta franchezza non posso fingere che Term sia intrinsecamente uno originale. Ciò non significa naturalmente nè che si tratti di plagio spudorato, nè che sia sgradevole da ascoltare: anzi, spesso e volentieri il Nostro scrive e rappa strofe più che pregevoli, come ad esempio in Watch How It Go Down, How We Rock, the Chosen o Float. Il problema, casomai, è che spesso sembra mancargli il lampo di genio: sia che si tratti di sboronare che di educare l'ascoltatore; non metto infatti in dubbio l'onestà di una We Killin' Ourselves, ma a mio modo di vedere l'esposizione lascia alquanto a desiderare senza, poi, aggiungere concettualmente nulla di nuovo; così come non metto in dubbio che lui sia uno bravo, ma allora perchè in più e più pezzi -So Amazing su tutti- continua a far riferimento a terzi come se fosse un Game qualsiasi? Anche perchè così facendo di certo non riesce a convincere molti che abbiamo di fronte un membro dell'élite di rapper d'oggigiorno.
Insomma, come s'è capito non è tutto rose e fiori, anzi. Vi dirò di più: se dovessi scegliere tra questo album ed il precedente, non esiterei a propendere per quest'ultimo; non solo per una questione di beat, che reputo più soddisfacenti in Out The Gate, ma anche perchè di fronte ad una minore capacità tecnica il Nostro riusciva a proporsi con maggiore personalità. Detto questo, però, non posso certo dire che Politics As Usual sia da buttare via. Diversi buoni beat ed alcune ottime strofe (anche da parte degli ospiti, eccetto l'ormai irrecuperabile Prodigy) lo rendono un acquisto insè e per sè più che soddisfacente. A patto, però, che non si pensi a ciò che avrebbe potuto essere.





Termanology - Politics As Usual

VIDEO: SO AMAZING

mercoledì 15 ottobre 2008

JAKE ONE - WHITE VAN MUSIC (Rhymesayers, 2008)

Delle mille differenze che separano me da un fan della G-Unit ce n'è una che può lasciare aperto uno spiraglio di speranza di dialogo: Jake One. Negli ultimi sette-otto anni, il produttore di Seattle ha difatti partorito basi per una pletora di artisti tra cui, appunto, la G-Unit così come Encore; Lil' Scrappy come Gift Of Gab; Freeway come i De La Soul. I risultati sono stati, a mio modo di vedere, molto diversi: per i più puristi il Nostro sceglieva di reinterpretare un suono classico aggiornandolo con tagli di campione più azzardati e qualità del suono purissima (ascoltare Layover per credere!), mentre ai più ghettusi faceva dono di cose piuttosto semplici ma pensate esclusivamente per rendere efficacemente in macchina o in un club; inutile dire che preferisco il primo tipo di approcio, e pertanto mi duole notare come negli ultimi anni Jake si sia sempre più distaccato da esso. Tuttavia, quest'ultima constatazione non mi ha fermato -tre giorni fa- dal comprare questo White Van Music a scatola chiusa e a girarlo immediatamente nel walkman per poterlo assorbire come dio comanda.
Ora: i più attenti di voi ricorderanno che scrissi che in genere non amo recensire musica che non abbia ascoltato attentamente per almeno due settimane, e quindi come mai mi trovo già qui? Beh, un po' perchè in effetti continuo ad ascoltare questo disco sia prima che durante e dopo il lavoro, ma soprattutto -e aggiungo purtroppo- perchè l'insieme è piuttosto prevedibile e privo di elementi che facciano gridare al miracolo o che comunque richiedano tempo per essere assimilati. Da fan di Jake Weezy devo infatti sottolineare come il suo stile non si sia evoluto un granchè nell'ultimo periodo e, più grave, che WVM assomiglia più ad una raccolta che ad un progetto pensato ad hoc. Ma se fosse solo questo, allora potrei anche dirmi soddisfatto (anche Port Authority di Marco Polo, che pure apprezzo molto, soffre di questi problemi); invece, a queste due critiche devo aggiungere che in ultima anlisi troppi beat sono inspidi o fiacchi, e che l'album nel suo complesso appare monotono benché' privo di grande omogeneità.
Ma prima di giungere alle conclusioni, vediamo in breve cosa ci possiamo aspettare. Tanto per cominciare, una folta lista di ospiti di estrazione ben differente: Brother Ali, Freeway, Young Buck, Slug, Pos dei De La, gli M.O.P., MF Doom e via dicendo; brillano in tal senso le assenze di un Encore, di un Rasco o di un Gift Of Gab, che pure avrebbero fatto del bene. Ma tant'è: non c'è gusto che non possa dirsi soddisfatto, vuoi anche solo in parte. In secondo luogo, ciò che consegue da un simile assortimento è varietà stilistica e contenutistica, con relative eventuali differenze qualitative. Infine, e siamo al terzo punto, data la quantità e la varietà dei personaggi coinvolti nel progetto è lecito attendersi una presentazione quanto più completa dello stile di produzione di Jake One.
Cominciando dalla fine, ciò avviene solo in parte: la risposta è positiva se si va a considerare la media dei bpm -siamo sulla novantina- delle differenti tracce oltrechè l'abbondante uso del basso come strumento di percussione anzichè di semplice "accompagnamento"; essa diviene invece negativa se si considera il fatto che in diversi casi il Nostro preferisce adattarsi ai gusti dell'ospite di turno, il che avviene in maniera particolarmente adamantina nel caso delle collabo con Doom, Black Milk, Elzhi e persino Alchemist. Tuttavia, questo "deficit di personalità" non è in fondo nemmeno tanto sgradevole, tant'è vero che in alcuni dei casi sopracitati ci troviamo di fronte a quanto di meglio sappia offrire WVM: nella fattispecie è Trap Door, una delle due canzoni con MF Doom (l'altra, Get 'Er Done, è buona ma non eccelsa), a meritarsi il titolo di perla del disco. Il giro di basso è difatti impeccabile ed immediatamente memorizzabile, e quando va ad abbinarsi con il campione di chitarra dalle reminescenze morriconiane e la semplice batteria (rullante e charleston aperto) non si può non pensare ad un ibrido ben riuscito tra i gusti melodici di Doom, le batterie di Madlib e la pienezza di suono di Jake. Inoltre devo ammettere che un Ditadeféro così in forma non lo sentivo da qualche anno, e per quanto continui a dire poco o niente almeno lo fa bene. Poco più in là troviamo anche le valide I'm Coming, dove un buon beat di dichiarata ispirazione detroitiana ci fa scordare parzialmente che certi produttori il microfono non lo dovrebbero nemmeno toccare (Black Milk è OK, ma Nottz è incircolabile), e la geosonicamente (passatemi il neologismo) analoga Glow, che a distanza di pochi mesi dall'ottima Detroit 25 rivede i due mostri Elzhi e Royce the 5'9'' scambiarsi il microfono con buoni seppur non altrettanto eccelsi risultati.
A stupire sono poi alcune combinazioni bizzarre, quali Freeway e Brother Ali ma soprattutto Slug e Pos: la loro Oh Really è indubbiamente un altro pezzo da 90 di White Van Music, sia per quanto riguarda la qualità intrinseca del beat che per l'alchimia che si sviluppa tra i tre elementi (e aggiungo che mai avrei pensato che un Pos allo stato di grazia potesse venir avvicinato da qualcuno al di sotto di Rakim, e invece guarda lì Slug che ti combina). Menzioni speciali vanno pure allo storytelling di Scared e al suo inusualmente sobrio beat, mentre si collocano nella zona grigia gli esordienti di Seattle: Godlike vede tal D. Black destreggiarsi con competenza ma scarsa personalità su un beat di pari statura, col risultato che ci ricorda più delle sue due sparate creazioniste che del resto; i Carneadi J.Pinder, GMK e Spaceman (!?!) regalano performance più che dignitose ma mi ricordano un po' i Lox e purtroppo viaggiano su una base che sarebbe stato meglio variare o accorciare un po'; last but not least, Home risulta insignificante per chi non è di Seattle ed anche lì il tutto mi pare un po' troppo prolisso (5' e 22", che asciugo).
Chi invece mi ha deluso puntebbasta sono gli M.O.P., che con il beat di Gangsta Boy fanno francamente a pugni, ed i Little Brother: uno si mette ad ascoltare Bless The Child ed arriva a tre quarti di canzone con una buona impressione, salvo poi dover scoprire che Phonte riattacca a cantare ed in ultima analisi a scassare il belino. Ma perchè!?! Nota a parte per Casual, che mi ha sempre fatto cacare e che pertanto non riesco a valutare secondo criteri almeno vagamente oggettivi.
Ma ora occhio perchè cominciamo a penetrare a fondo nel reame delle porcherie, ed in quest'ottica chi ha il dubbio onore di farci provare un disgusto senza nome è Keak Da Sneak: il fondatore del hyphy -e già qui si dovrebbe capire con che gente abbiamo a che fare- spreca una discreta base (campione già sentito paro paro in Sugar Ray & Hearns di Cormega) per rantolare fantozzianamente le sue quattro palle di cui poco ce ne può fregare e, calcolando che nel suo nome ci sono più rime valide che nell'intera canzone, direi che ci avviciniamo al concetto di urfido. In quanto a bruttezza lo segue a ruota Young Buck, che gentilmente ci conferma di essere una pippa salvo essere ripreso dall'inetterrimo Bishop Lamont: come a dire uno scontro fra titani, reso ancora più avvincente dal fatto che le produzioni di Dead Wrong e Kissin' The Curb sono a dir poco triviali e financo fastidiose, in quanto ornate da suoni sintetizzati che personalmente reputo sgradevoli. Honorable Mention infine per White Van, che vanta una produzione cacofonica e delle strofe francamente imbarazzanti da parte di Alchemist -e vabeh, Evidence e Prodigy.
Insomma, giungendo alla conclusione del disco e della mia pazienza, vorrei che fossero chiare due cose: la prima è che ci sono tre canzoni molto belle di cui una da applausi a scena aperta. La seconda è che quando i pezzi sono brutti, beh, lo sono DAVVERO: inascoltabili già la prima volta, diventano vieppiù orrendi di ascolto in ascolto fino a quando viene da porsi la domanda se alcune cose non avrebbero meritato il trattamento "sposta in cestino > vuota il cestino". Inoltre reputo che, come Alchemist ai tempi di 1st Infantry, Jake One abbia già raggiunto il picco della sua creatività qualche anno addietro e purtroppo ciò si fa notare in diversi punti di WVM: scarsa ispirazione, tendenza a ripiegare sulle solite tre formule standard eccetera eccetera. Al che non me la sento di raccomandare questo disco più di tanto, anche perchè nella sua linearità non riesce comunque ad appagare pienamente nessuno: per ogni purista che odierà Keak Da Sneak vi sarà il tabbozzo che sputerà in faccia a Blueprint. In tre parole: un'occasione sprecata.

P.S. Una cosa indubbiamente fica però c'è: la bella grafica con stampa in rilievo mi ha fatto urlare FUCK YEAH!, ed anche un booklet esaustivo nonchè tanto di CD bonus con strumentali (e per lo stesso prezzo) sono iniziative degne di plauso.





Jake One - White Van Music
Jake One - White Van Music (Instrumentals)

martedì 14 ottobre 2008

A.G. - GET DIRTY RADIO (Look/The Ave, 2006)

La carriera musicale di AG è una strana bestia: in un solo decennio è riuscito a passare dai fasti dei lavori con Showbiz a delle mezze porcherie senza capo nè coda; così, BAM!, lasciando spiazzati più o meno tutti. In seguito alla pubblicazione della suddetta mezza porcheria -e mi riferisco al suo esordio come solista del '99- il Nostro s'era perso dietro a qualche 12" coi Ghetto Dwellas per poi non lasciar alcuna traccia sensibile della sua esistenza almeno fino all'autunno del 2006, quando cominciò a girare la voce che un nuovo disco era alle porte. Per quanto mi riguarda posso confessare tranquillamente che a quel punto avevo perso la speranza nella sua capacità di creare qualcosa di complessivamente soddisfacente; eppure, sapere che tra i produttori vi sarebbero stati (oltre a Finesse e Showbiz) alcuni dei miei beatmaker contemporanei preferiti (Madlib, Oh No, Jake One, Dilla) aveva fatto germogliare in me un seme di positività.
Comprato a scatola chiusa, Get Dirty Radio ancor'oggi non riesce a farmi esprimere un parere chiaro e netto. D'accordo, brutto non lo è affatto: ma quant'è bello? Hip Hop Quotable è fatta bene? Campionare il pezzo più gay (bella lotta) e più famoso dei Culture Club è una davvero una stronzata o i miei sono solo pregiudizi? Madlib e Oh No danno il meglio? E com'è che ha chiesto beat a Cochise, che è un incapace e che difatti, puntuale come la morte, ha partorito la musica peggiore dell'album?
Tutte queste domande verranno affrontate più avanti, perchè prima di tutto vorrei chiarire un punto: non mi piace più come rappa AG. Vado a spiegarmi: tra Goodfellas e Full Scale il Nostro aveva finalmente abbandonato il modo cantilenante di scandire le parole e chiudere i versi (cosa che mi ha sempre reso Goodfellas e Runaway Slave solo dei bei dischi e non dei capolavori), favorendo uno stile più asciutto ma comunque riconoscibilissimo e personale. Inoltre, le rime e le assonanze avevano cominciato ad essere più complesse e l'uso abbondante di schemi metrici incrociati me l'aveva fatto salire sempre più in alto nel mio indice di gradimento; persino quel che salvo di The Dirty Version era dovuto soprattutto ad AG stesso, che mi rendeva sopportabili gli altrimenti inutili o cacofonici beat. Per Get Dirty Radio, invece, il maledetto ha deciso di compiere un mezzo passo indietro e dei tornare a rappare a mo' di filastrocca, e ciò mortifica l'ascolto di molti passaggi o di intere canzoni (vedi ad esempio Frozen o We Don't care). In più, reputo che la sua tecnica sia lievemente peggiorata e che certi "esperimenti" -If I Wanna- risultino in tal senso fallimentari.
Poi, è chiaro: non è che sia diventato improvvisamente uno scarso, ed anzi, molte rime del disco dimostrano esattamente il contrario. Però non posso che rammaricarmi di questa sua scelta stilistica che, ne sono certo, non ha deluso solo il sottoscritto.
Tornando ora a bomba al disco nel suo complesso, la prima cosa che mi viene da fare è spernacchiare A Giant By Design; perchè sì, io sarò pure un rompicoglioni, ma come fai ad ascoltare un pezzo che campiona Do You Really Want To Hurt Me senza pensare immediatamente al relativo tragico video? Dài... Ma se DJ Design poi più o meno riesce a risalire il baratro di paillette e colori pastelloin cui è caduto, c'è chi invece fa di peggio, diciamocelo: Say Yeah di Cochise è ufficialmente quanto di peggio abbia sentito provenire da un membro della D.I.T.C. almeno da Bon Appetit in poi, ed in tal senso anche il Tommy Tee di Pray non scherza; insomma, non è un caso se tutte le cose più uptempo ed orientate verso i club create dalla crew nuiorchese siano delle mezze schifezze. Non fa per loro, punto, che lascino perdere.
Mentre tutt'altro discorso va fatto in considerazione dell'approccio più classico al rap che si fa vivo in diversi pezzi, primo fra tutti Hip Hop Quotable. In esso, difatti, AG lavora di copia e incolla mettendo insieme tre strofe composte da singoli versi di varie canzoni degli ultimi vent'anni e modificandole in base alle proprie esigenze; nessun vero nerd potrà esimersi dal cercare di riconoscere le varie Ambitionz Az A Ridah, C.R.E.A.M., Sucker M.C.'s, l'ovvia Eric B Is President, Gin & Juice e così via, e per questo noi lo ringraziamo. Ma la cosa davvero positiva è che tutto ciò gira su un eccellente beat di J Dilla, che di nuovo fa un lavoro di batterie favoloso lasciando poi al solo synth e ad Aloe Blacc il compito di donare un accenno di melodia al tutto. Ottime sono anche Take A Ride, che riaggiorna il G-Funk virandolo nelle tonalità di Madlib, Love (chapeau a Oh No, che riesce a non farmi vomitare pur usando le vocine pitchate) e la conclusiva Who Dat -decisamente d'ispirazione fusion/jazz-funk e sorprendentemente atta a liberare il talento di un AG più "vecchio stile".
Ma a questo punto qualcuno potrà chiedersi che fine abbia fatto il suono tipico della D.I.T.C.; al che gli rispondo che se già la suddetta Who Dat fa correre il pensiero al Diamond D più rilassato, allora sono definitivamente le varie Yeah Nigga, We Don't Care e The Struggle a dirci da dove proviene il Nostro. Dispiace solo che alla fine dei conti la migliore delle tre risulti la prima, curata da Tommy Tee, mentre le prestazioni di Show e Finesse non sono onestamente nulla per cui valga la pena di strapparsi i capelli (per dire: il campione di Struggle è stato usato con più criterio nel remix di Urban Legends, toh). Tuttavia, si vede che è su questo genere di produzioni che AG si sente più a suo agio, tant'e vero che in altri casi dove si verifica un maggiore distacco dal tipico boombap, vuoi anche con risultati in sè validi (Frozen, Gigantic, in parte Triumph), il suo stile fa un po' a pugni con la base e rende l'alchimia un po' tanto forzata.
Concludendo, da un lato non posso non apprezzare lo sforzo fatto da AG per creare un buon album e soprattutto per non ricalcare una strada già percorsa; ma quest'ultima decisione è purtroppo a doppio filo, nel senso che certe canzoni lasciano un po' spaesati e davvero ci si chiede se forse non si avrebbe preferito qualcosa di più tradizionale. Rimangono poi le mie perplessità sullo stile del Nostro, e pertanto non me la sento di affibbiare al tutto più di un tre zainetti; vi consiglio comunque di ascoltarlo per benino, perchè è assai probabile che vi troverete qualche sorpresa.





A.G. - Get Dirty Radio

venerdì 10 ottobre 2008

TERROR SQUAD - THE ALBUM (Big Beat/Atlantic, 1999)

C'è un momento nello sviluppo delle tossicodipendenze, e più nello specifico nel caso dell'alcolismo, che viene definito "momento di lucidità": è quando arrivi a capire improvvisamente il tuo stato e decidi che così non puoi andare avanti, che devi trovare un rimedio e che lo devi fare in fretta. Ecco, qualcosa di simile mi è successo qualche tempo fa, quando giunsi a capire che a 18 anni ero un po' più coglioncione di quanto non sia adesso -un impresa a suo modo encomiabile.
Uno dei tanti catalizzatori di questa scoperta è stato riascoltare l'album d'esordio della Terror Squad, che ricordavo aver atteso all'epoca con la bava alla bocca solo per rimanerne profondamente deluso al momento dell'ascolto; insomma, mi aspettavo una sorta di "best of" di Capital Punishment e Don Cartagena e invece, orrore degli orrori, non tutti i beat erano dei classici!!1! E quelle frociate sparse quà e là con Tony Sunshine -che già solo il nome, Antonio Splendore Solare, cazzo- da dove saltava fuori? E perchè Cuban Link s'era praticamente nascosto, lui che doveva essere il prossimo Pun? Insomma, perchè faceva cagare?
La verità era ed è un'altra, ma all'epoca la mia infantile reazione di delusione l'aveva completamente obnubilata. La verità è che l'omonimo album della Terror Squad, pur non essendo la somma delle parti e pur includendo un paio di canzoni insulse, fa quello che deve in maniera più che onesta e riesce ad intrattenere l'ascoltatore per più di un'ora dandogli, alle volte, delle scosse di adrenalina non da ridere. Tra queste vorrei annoverare la ovvia Whatcha Gon' Do ma anche le sottovalutate In For Life, War e Rudeboy Salute, che da un lato alzano la tensione generata da altri pezzi comunque validi (Pass The Glock, Triple Threat ecc.) e dall'altro facilitano il perdono per autentiche gemme di omosessualità in 4/4 quali As The World Turns, Tell Me What You Want e la ultragaia My Kinda Girls; queste ultime sono in effetti dei patetici ammiccamenti alla scena da club che poi tanto sarebbe diventata cara a Fat Joe e soci negli anni successivi e a posteriori possiamo attribuir loro un significato, ma certo è che nel contesto lasciano davvero molto a desiderare.
Entrando ora nel dettaglio, cosa si può dire di questo LP? Innanzitutto che la lista dei produttori è chilometrica e comprende JuJu dei Beatnuts, Yogi dei Cru (che nessuno si ricorda ma io sì), V.I.C. dei Ghetto Pros, Amen Ra, Younglord, Buckwild, Alchemist, Armageddon stesso più qualche altro Carneade sparso quà e là. Nonostante questa formazione da Inter del rap, il sound nel suo insieme risulta omogeneo senza scadere nella monotonia e si rifà decisamente all'estetica hardcore di fine anni '90. Immaginatevi dunque loop di archi, pianoforti, fiati e quant'altro che viaggiano su beat non troppo lenti e nemmeno eccessivamente quadrati, con in più l'occasionale accenno alla latinità di alcuni dei membri (ad esempio l'uso di campioni di veloci arpeggi di chitarra in All Around The World). Un buon esempio di quanto detto lo si può trovare nell'eccellente Whatcha Gon' Do, dove un Big Punisher ancora in forma spadroneggia sull'ottimo beat di JuJu che si fa notare per il bel campione di viola sapientemente mescolato a singole note di piano e che riesce a conferire una sottile melodia al tutto pur non risultando ingombrante per il Nostro -che difatti consegna alla storia una seconda strofa da applausi. Ron Lawrence (che nel frattempo ci siam persi per strada), dal canto suo, tira fuori il suo lato più cupo e lascia che sia il melanconico piano di In For Life a dare il "la" a Pun, Cuban Link, Seis e Prospect; curiosamente, malgrado la presenza del panzone portoricano, è Cuban Link a rubare lo show grazie a sedici barre memorabili: "Set it off, we all together gettin cheddar livin' better/ Sippin' amarettos, whippin' the Vetta instead of a Jetta, dead up/ Never let up bet up, we settle vendettas/ Ghetto dwellers, y'all better duck when I let off the beretta, hit'em up!". E se V.I.C. crea qualcosa di piacevole seppur un po' tanto fracassone à la Conan Il Barbaro, abusando un po' dei tamburi e così rendendo "didascalico" il beat di War, Buckwild estrae dal campionatore la sua anima e crea qualcosa di così genuinamente hardcore che fa scordare che il campione sia il medesimo di Hip Hop di Mos Def. La sua Rudeboy Salute è difatti eccezionale e si candida, volendo, a secondo miglior pezzo del disco (per me siamo alla pari); d'altronde non posso che genuflettermi più e più volte quando sento che cosa può fare un simile mostro con tre note del menga e due effetti in croce... cioè, pigia due volte dei tasti a caso di un pianoforte, regalami delle batterie pesanti ed una linea di basso che da la melodia e con me praticamente hai vinto a mani basse.
Ma crocettati che sono i piatti forti del pasto, va anche detto che pure i contorni non scherzano: pur nella loro trivialità le basi di Pass The Glock, Triple Threat o Payin' Dues meritano un ascolto, mentre le soliste di Prospect e Fat Joe -'99 Live e Bring It On, rispettivamente- anche più d'uno. I problemi si presentano casomai quando si vira un po' troppo verso il kitsch (concetto chiaramente ignoto ai rapper), come ad esempio con All Around The World e le sue chitarrine suonate a tutto spiano, 'na roba che sa così di posticcio da far pensare immediatamente ai film di Pieraccioni quando ballano le fiche spagnole assieme ai simpatici toscani. O, ancora, As The World Turns: tra melodia struggente e ritornello cantato sorge prepotentemente il dubbio che i Nostri volessero fare la caccia grossa di sentimenti a buon mercato, il che non è certo uno dei motivi per cui si ascolta la Terror Squad; così come del resto non lo è il jiggyness (scusate ma il termine è troppo adatto a descrivere musica e intenzioni) delle occasionali aperture al mondo dei club, delle quali avrei volentieri fatto a meno.
Ma tutto sommato direi che non ci si può lamentare più di tanto, anzi! La struttura musicale di The Album è solida e mediamente più che ben fatta, per quanto scarsamente originale; ma ciò in fondo va pur bene ai Nostri in quanto nemmeno loro si lanciano in esplorazioni della psiche umana bensì, al contrario, preferiscono girare attorno ai loro temi preferiti. Il fatto è che la cosa diventa ben presto ridondante quando a supportare la marea di minchiate ci sono una tecnica ed uno stile onesti o poco più; difatti, comunemente ad altri gruppi, la Terron Squad si divide tra bravi/mostri (Pun, Cuban Link, Joe) e competenti (Seis, Prospect e, qualche gradino più in su, Armageddon), e quando sono questi ultimi a prendere in mano le canzoni può succedere di trovarsi a sbadigliare.
Ma a conti fatti i deficit degli MC o delle tematiche non sono tali da pregiudicare la bontà complessiva dell'opera. Ingiustamente sottovalutato all'epoca dell'uscita, l'album della Terror Squad è l'ultima testimonianza degna di nota di una storia durata a malapena quattro anni e che poteva trasformarsi in qualcosa di veramente potente e che invece si è tramutata in una cacatiella di poco conto. Ascoltatelo dunque per sicurezza, ma so che dopo che avrete visto le scansioni che ho fatto del booklet non saprete resistere alla tentazione di averlo originale per poter sfogliare sempre questo piccolo capolavoro di arte narrativa.





Terror Squad - The Album

VIDEO: '99 LIVE

mercoledì 8 ottobre 2008

SELF SCIENTIFIC - CHANGE (Angeles Records, 2005)

Ogni qualvolta che scrivo una recensione passo prima una decina di minuti a cercare di documentarmi nonché a leggere altre opinioni in merito, in modo tale da poter decidere cosa esternare e cosa omettere al fine di evitare troppe ripetizioni o banalità. Ovviamente, questo è impossibile per lavori sconosciuti o risalenti ai primi anni '90 (ma lì fortunatamente entra in gioco la mia memoria nonchè l'archivio domestico sdella Source), e difatti la cosa non mi sorprende, ciò che invece mi ha davvero sorpreso è stato il deserto di opinioni attorno a questo Change.
Mi rendo conto che i Self Scientific non siano esattamente delle popstar, certo, ma è anche vero che: a) quantomeno Khalil dovrebbe godere di un minimo di notorietà, visti i suoi rapporti con Muggs ma soprattutto i trascorsi con la G-Unit, e poi perchè b) Change è un bel disco che segue il buon mixtape Gods & Gangstas e l'ancor migliore esordio The Self Science. detto altrimenti, in soli cinque anni (dal 2001 al 2005), il duo di Los Angeles ha saputo farsi un curriculum forse non molto denso ma che senz'altro si contraddistingue per qualità e, non dimentichiamolo, originalità; e per una volta tanto l'originalità non deriva dalla parte più strettamente musicale quanto dal versante lirico, grazie a Chace Infinite che riesce sapientemente a mescolare un'attitudine di strada ad una critica sociale che non cade nello scontato nè nei contenuti, nè soprattutto nella forma, che conserva un che di poetico assai difficile da notare in molti suoi colleghi.
Bilanciamento, ecco la parola chiave stante alla base di Change: pur evitando di creare il classico disco-happy meal buono solo per essere scordato in quanto dichiarato "fatto per tutti", i nostri eroi riescono a passare dalla serietà di una Tears alla tamarraggine di King Kong senza perdere in personalità ed anzi andando a completare l'immagine complessiva restituita dall'ora abbondante di musica contenuta nell'opera. Chace non è difatti solo una persona pensante e riflessiva (cfr. Change, Tears, Weight Of The World, When I Die, Free Will ed annessa ghost track), e nemmeno si limita ad essere un tabbozzone della peggio specie (cfr. King Kong, 2 Step), bensì è un misto delle due cose decisamente ben equilibrato e credibile (cfr. Understand Me, Futurist, Chace's Theme). E per fortuna di tutti, anche al microfono se la giostra più che egregiamente: pur non esibendosi in particolari acrobazie verbali, il suo stile è pulito e coadiuvato da una buona tecnica ed un vocabolario più ampio della norma, il che gli permette il più delle volte di concentrarsi su temi ben precisi senza cadere nella noia o nella prolissità.
Dal canto suo, Khalil è il degno epigone del partner [no homo]: pur dovendo molto alla matrice classice del beatmaking, sovente riesce, giocando più sulle batterie che sui campioni, a dimostrare una varietà encomiabile. Non temo infatti di affermare che in quanto a programmazione delle percussioni (e qualità del suono, fattore non scontato in casi come questo) Change è da prendere come esempio per i posteri, nonché da usare come sorta di crocifisso contro i produttori cagoni che non si vergognano a fare dischi usando sempre gli stessi tre suoni; dal piglio incessante di una King Kong o una Change si passa al ritmo scandito più lentamente dalle solenni ghost track o balance, senza scordarsi di robe uptempo come 2 Step o Futurist piuttosto che classiconi tipo Live 'N' Breathe e Tears. Ma Khalil, oltre ad essere dotato di un'evidente creatività in quanto a ritmi, non scherza nemmeno nella scelta dei campioni: seguendo perlopiù il pensiero che vuole che vi sia una melodia, appare chiaro che il Nostro sa destreggiarsi senza problemi tra soul, funk e quant'altro (inclusi anche rock e colonne sonore) riuscendo sempre a dare un taglio per cui la natura del genere musicale originario resti intatta (vedi ad esempio What You Need o Live 'N' Breathe), senza disdegnare l'occasionale synth quà e là -fortunatamente più per rendere corposo il beat che per crearlo ex novo.
A questo punto, salvo la scelta secondo me oggettivamente poco azzeccata di inserire nella tracklist 2 Step (che con la sua atmosfera danzereccia fa un po' strano), non vedo come si potrebbe trovare vere e proprie pecche. Tutti i pezzi sono di statura elevata, e se si preferisce uno piuttosto che l'altro ciò dipende esclusivamente dai gusti, giacché -eccetto le superiori Understand me, la ghost track, King Kong e Live 'N' Breathe- in quanto a bontà generale sem sèmper lì. "A nigga need pain to create better music", dice ad un certo punto Chace: volendogli credere, posso solo dispiacermi che finora abbiano evidentemente sofferto così tanto.





Self Scientific - Change

VIDEO: LIVE 'N' BREATHE

martedì 7 ottobre 2008

PIÚ TARDI AGGIORNERÒ, MA INTANTO...

...volevo esprimere la mia massima soddisfazione per la dipartita di Pansa dalle pagine de L'Espresso. Un sunto di ciò che penso del suo protervo calabraghismo spacciato per coraggioso (ma anche riformista, ça va sans dire) e del relativo bizzarro modo di intendere la logica -ogni suo "Bestiario" ne era la prova- lo potete trovare QUI. In tal senso, saperlo al Riformista me lo fa però rivalutare, perchè è evidente che nel scegliere come destinazione quella pubblicazione semiclandestina aveva in mente cose come l'Italia Libera et similia. Ma non diteglielo.
Fortuna però che se n'è accorto, dopo tanto tempo, che oramai con la linea editoriale non c'azzeccava una sega. Almeno questo merito non me la sento di toglierglielo.

lunedì 6 ottobre 2008

GZA/GENIUS - PRO TOOLS (Babygrande, 2008)

Finalmente ho una buona scusa per affrontare l'onere di recensire il quinto album solista di GZA (propendo però per definirlo "sesto" in considerazione della joint venture con Muggs): nella notte mi devo essere schiacciato un nervo del braccio sinistro e così mi trovo con una mano pressochè inutilizzabile, il che mi costringe a scrivere con la sola destra. Ergo, ho un ottimo pretesto per non sprecare più di tanto tempo per compiere un'azione abbastanza semplice come quella di definire Pro Tools una (relativa, se volete) stronzatona col fischio e col botto, il cui acquisto può essere giustificato solo se siete parenti di primo grado di GZA oppure se siete dei nerdoni che tutto potrebbero tollerare fuorchè l'avere una discografia incompleta di uno dei propri artisti preferiti. Anche se, come dicevo, comprarlo corrisponde sostanzialmente a gettare una ventina di euro dalla finestra.
Vedete, il punto è uno solo: Pro Tools è un album scritto e registrato col pilota automatico, con l'aggravante di appoggiarsi ad un bel pacchetto di beat dal sound genericamente Wu che, in ultima analisi, non lasciano nulla. Insomma, non solo è artisticamente prevedibile ma -ben più grave- annoia mortalmente e riesce così a meritarsi degnamente il titolo di peggior opera del Nostro di sempre (ad esclusione di Words From The Genius, che però per me si colloca al di fuori di ciò che ha reso Gary Grice un household name tra gli aficionados del genere).
Certo, liricamente siamo sempre su livelli medioalti con punte di eccellenza (Short Race, Path Of Destruction, Cinema e Paper Plate) ed in tal senso non è più di tanto inferiore alle aspettative, però è anche vero che non ci sono tracce nè della genialità manifestata in canzoni come Labels o Animal Planet, nè della ferocia sfogata sul microfono come invece avvenne in Duel Of The Iron Mic o Illusory Protection, nè, infine, degli storytelling d'atmosfera à la Cold World o Exploitation Of Mistakes. Il che sarebbe anche perdonabile se avessimo dei beat quantomeno significativi a farvi da contraltare; peccato che persino gli episodi meno noiosi (Short Race, Paper Plate, Life Is A Movie e Path Of Destruction) impallidiscano di fronte ad una qualsiasi traccia "minore" del passato (che so, Mic Trippin'), tanto che verrebbe da chiedersi se GZA non abbia dopotutto optato per una serie di beat a costo zero raccattati da uno dei milioni di imitatori del RZA "storico" che si trovano in rete. E invece no: guarda un po', a fare un lavoro così insulso sono stati proprio quei RZA, Arabian Prince o Mathematics che invece furono capaci un tempo di concepire grandi cose.
E allora cosa resta? Massì, qualche batteria equalizzata male, l'occasionale excursus nel soul degli anni '70 (vedi la strausata Love Serenade di Barry White in Columbian Ties), oppure dei loop di archi e piano troppo brevi, ripetitivi e per giunta privi di una melodia decente. Buoni esempi di questa mediocrità sono Alphabets, Pencil o 7 Pounds ma, soprattutto, la didascalica 0% Finance, così intitolata in quanto evidente riferimento ai soldi sborsati per un beat così sorprendentemente noioso e permeato fino alle ossa di amatorietà da risultare patetico (nel senso più cristiano del termine).
Oh, dimenticavo: ad eccezione di Rock Marcy degli U.N., le prestazioni degli ospiti sono mediamente penose. Chapeau, in tal senso, alla fiacchissima performance di Masta Killa in Pencil: mai così loffio in quindici anni! A degno coronamento del tutto, infine, la grafica: una vera sfida leggere i titoli persino per chi, come me, possiede 10/10 su ambedue gli occhi. Bravi!
Morale? Credo che gli unici motivi per cui mi ricorderò di possedere Pro Tools saranno la cocente delusione derivante dall'ascolto, ma soprattutto il fatto che è il terzo disco in assoluto che io possegga in versione censurata. Pure!, direbbe uno, ma a parte che GZA non è un gran smadonnatore, tanto chi lo ascolterà più? Ad ogni buon conto, i tre zainetti sono un voto ultrageneroso conferito al disco solo perchè rispetto alla media attuale non si può parlare di mediocrità; ovviamente, se lo volessimo porre in rapporto diretto al resto della discografia scenderemmo almeno di mezzo punto. Almeno.




Genius/GZA - Pro Tools

venerdì 3 ottobre 2008

KOOL G RAP & DJ POLO - LIVE AND LET DIE (Cold Chillin', 1992/2008)

Sarebbe interessante creare una sorta di albero genealogico degli stili dell'emceeing e della metrica perchè ad un certo punto, seguendone i rami, intorno all'89 si troverebbe una ramificazione da casata reale. Nella quale, al vertice si dovrebbe porre il nome di Kool G Rap e, a seguire, una lista di artisti più o meno conosciuti come Nas, Big Punisher, Big L, AZ, Smooothe Da Hustler, Necro e centinaia di altri. Peraltro, lo stesso avverrebbe se si andasse a ricostruire la storia di coloro che hanno rielaborato i temi del "mafioso-rap" fino alla nausea negli ultimi 15 anni: non basterebbero venti cartelle di testo per stilarne una lista completa. Insomma, il punto è che Kool G Rap non solo andrebbe riconosciuto come uno dei cinque MC più influenti della storia (e, sì, più in alto di Rakim), ma anche come uno dei più ingiustamente dimenticati oltreché più bravi.
Ma se ciò non avviene la colpa stavolta non è unicamente dovuta alla consueta faciloneria e pigrizia degli ascoltatori di rap, bensì anche a causa del fatto che il suo lavoro migliore, quello che lo avrebbe dovuto proiettare nell'Olimpo dei pezzi da '90 dell'hip hop, è stato pubblicato in circostanze tutt'altro che favorevoli che ne hanno persino determinato l'impossibilità di ristampa. Ma procediamo per ordine. Innanzitutto va detto che Live And Let Die è per molti versi speculare a Amerikka's Most Wanted di Ice Cube: prima di tutto perchè entrambi gli artisti si sono rivolti a dei produttori all'epoca molto in auge sulla costa opposta (Sir Jinx e Bomb Squad, rispettivamente), e poi perchè nelle canzoni venivano trattati temi che a quei tempi "tiravano" ma conferendogli un taglio smaccatamente personale e carismatico -sfido chiunque a non riconoscere le diversità tra la critica sociale fatta da Cube e quella fatta dai Public Enemy da un lato, così come è impossibile non notare le differenze tra gli atteggiamenti gangsta di un Eazy E rispetto a G Rap. In brevis, AMW così come LALD si ponevano come obiettivo (forse subconsciamente) quello di riunire il meglio di due diverse sensibilità in modo tale da costruire un punto di riferimento, una summa, non solo della propria carriera ma anche di un'epoca.
Ma se l'esordio di Cube ce l'ha fatta, perchè Live And Let Die no pur essendo artisticamente allo stesso livello? Occhio alle date: nel marzo del '92 esce ufficialmente la celeberrima Cop Killer dei Bodycount, e nell'arco di tre settimane scoppia il finimondo; tra proteste ufficiali del LAPD, sedute del congresso americano, lamentele da parte dell'FBI, denunce da parte di Bush Sr. e varie campagne moralizzatrici (tra cui la più importante comportò la minaccia degli azionisti della casa discografica di vendere le loro quote), la Warner Bros alla fine si vede costretta a ritirare le restanti copie della prima stampa e di pubblicare le successive ristampe senza la canzone incriminata. Andiamo avanti di qualche mese e giungiamo alla fine di novembre di quello stesso anno: dopo molti aggiustamenti di rotta, G Rap e Polo concordano col celebre fotografo musicale George DuBose la scelta della foto di copertina; vi sarebbero stati i due, con i volti coperti da passamontagna, che offrivano bistecche a due rottweiler agganciati a sedie sulle quali si trovavano due agenti della narcotici con dei cappi intorno al collo, pronti per un'impiccagione. Come a dire: noi ammazziamo sbirri (ma con tecniche più chic).
Prevedibilmente, i media si accorsero del sottile messaggio ed anche stavolta scoppiò un casino... o quasi. Preventivamente, la Warner dichiarò di non essere intenzionata di distribuire questo disco in alcun modo, e fu così che la Cold Chillin', già indebolita dalla causa persa l'anno precedente (in cui si dichiarava che i campioni andavano dichiarati e retribuiti), decise di gettare la spugna e abbandonare Live And let Die al suo destino di oscurità. Tant'è vero che mentre io stesso in passato non ebbi mai problemi a recuperare le vecchie cose di G Rap, per 'sta minchia di album ho dovuto attendere ben dodici anni (lo scoprì nel '96, infatti); posso però dire che l'attesa è valsa la pena, perchè non solo viene proposto un pacchetto contenente un CD aggiuntivo di remix, strumentali e rarità, ma per giunta ci viene fatto dono di un booklet contenente molte informazioni storiografiche oltrechè dell'artwork aggiuntivo -un bonus estremamente apprezzato da chi ama comprare originali perchè reputa che questi abbiano un valore aggiunto rispetto alla controparte più effimera.
Ma tutto questo companatico avrebbe poca importanza se la portata principale avesse un cattivo sapore, e invece, signori miei, che gran album! Non un pezzo che si allontani dall'alta qualità, e per giunta, sparse quà e là, alcune tracce da applausi a scena aperta. On The Run, per dire, coniuga perfettamente lo stile di Jinx -già di suo più orientato ad est dei vari Dr. Dre o DJ Quik- con l'estetica nuiorchese dell'epoca, col risultato di anticipare per certi versi un sound la cui sintesi si sarebbe realizzata più diffusamente solo qualche anno dopo. Non scordiamo inoltre il fondamentale apporto di G Rap stesso, che si lascia andare ad uno storytelling dei suoi in cui si mette nei panni di un corriere della mafia italoamericana che decide di ribellarsi ai suoi datori di lavoro. Com'è facile immaginare, lo stile di regia del Nostro è senz'altro più affine a un De Palma che non a un Coppola e difatti la piega degli eventi si mantiene sul tamarro andante, con sparatorie, sangue e cervella un po' ovunque eccetera, eppure risulta ben più appassionante ancor'oggi del solito "tough talk" da ghettuso qualsiasi.
Live And Let Die, poi, non ha problemi a mantenere il passo con la canzone precedente, e si collega perfettamente all'apologia del crimine contenuta in Crime Pays (in cui, è bene ricordarlo, più che glorificarlo e stop lo si vede come un'inevitabile reazione alla miseria in cui si nasce) - che suonerà senz'altro familiare anche agli sbarbi per il fatto che usa lo stesso campione di Rock Stars dei Non Phixion.
Come sonorità, poi, sono in anticipo di due-tre anni Train Robbery e Go For Your Guns, mentre più rappresentativa per l'epoca è la magnifica collabo con Big Daddy Kane, #1 With A Bullet, un'autentica perla dell'epoca che vede i due semirivali scambiarsi il microfono con un successo decisamente raro da vedersi (ed il fatto che la strofa del Nostro verrà riciclata sull'ultimo Half A Klip significa qualcosa - anche di negativo, se guardiamo al presente). Ma è inutile negare che il capolavoro di Live And Let Die è la storica Ill Street Blues, che si regge da un lato su un fondamentale loop di piano di Joe Williams, consacrandolo a sè per gli anni a venire, e dall'altro sulla tecnica e le capacità di G Rap, che vanno a fondersi impeccabilmente con la strumentale per creare uno dei capisaldi dell'hip hop degli anni '90. Chi l'avrebbe mai detto che i Trackmasterz, autori in solitaria del beat, sarebbero poi stati capaci di virare verso le atmosfere più rilassate di una Street Dreams RMX o Hey Lover (per rimanere sul tema, è anche vero che I Shot Ya chiarisce molte cose sulle loro origini)? Infine, per chiudere in bellezza l'LP c'è la posse cut da sogno per ogni fan sfegatato del reality rap: Two To The Head, con Bushwick Bill, Scarface e, gurda un po', il già menzionato Ice Cube.
Ricapitolando: produzione eccellente? C'è. Tre-quattro tracce da antologia? Ci sono. Un pezzo (almeno) perfetto? C'è. Un liricista coi controcoglioni all'apice della sua creatività? Pure. Insomma, non si sfugge: comprare, e subito. originale.




Kool G Rap & DJ Polo - Live And Let Die
Kool G Rap & DJ Polo - Live And Let Die (Bonus Disc)

VIDEO: ILL STREET BLUES