mercoledì 26 agosto 2009

JAY-Z - THE BLUEPRINT (Roc-A-Fella, 2001)

Ultimi giorni dell'agosto 2001: ero da poco rientrato da una lunga vacanza in America, pronto per sorbirmi il secondo (e ultimo) anno di lingue straniere e in quei giorni stavo per lasciare -o essere lasciato: è stata una mera questione di tempismo- la mia ragazza d'allora. All'epoca vivevo da solo ed onestamente non è che fosse un gran periodo. Anche se col senno di poi posso dire che non stavo malaccio, in quei giorni preferivo lasciarmi andare a decadenze di vario genere, come ad esempio provarci con una barista in circostanze a dir poco imbarazzanti, collassare a casa di sconosciuti vomitando un po' ovunque e mandando il padrone di casa al San Giuseppe per una corroborante ed oltremodo necessaria lavanda gastrica, oppure ciularmi la prima disponibile solo perchè aveva tette di dimensioni gargantuesche ed io non avevo mai provato l'ebbrezza di una quinta (e poco importa se collocata in un contesto altrimenti discutibile).
Sfortunatamente, poi, non solo non avevo internet ma per giunta mi trovavo ad investire soldi in dischi di gente teoricamente valida che però puntualmente si scoprivano essere delle colossali puttanate. Qualche esempio? Il primo di Jadakiss, la compilation di Dame Grease (che aveva prodotto alcune delle meglio cose per l'esordio di DMX: pensateci, prima di prendermi per il culo), Malpractice di Redman, Firestarr di Fredro Starr, Infamy dei Mobb Deep eccetera eccetera. Insomma: proprio mentre si stava consumando la rottura definitiva tra underground e mainstream, con alcuni nomi storici che viravano verso quest'ultimo spesso con risultati disastrosi, io mi trovavo privo dei mezzi necessari per poter entrare a conoscenza di materiale valido e ciò non faceva che peggiorare il mio umore. Occasionali spiragli di luce come Cormega, gli Screwball, 7L & Eso o i Lone Catalysts restavano appunto solo spiragli in un mondo altrimenti composto da synth pacco, batterie plasticosissime, e soprattutto i primi vagiti di successo commerciale del crunk. Ora, se devo trovare un colpevole per questo scempio penso innanzitutto a quella scarsa merdina di Swizz Beatz e a quella crew di mastodontiche seghe che era la Ruff Ryders (e da Yonkers viene pure Lady Gaga, si vede che è l'aria di lì a creare idioti), ma pure Jay-Z, che infatti aveva veicolato enormemente quel tipo di suono, non è immune dalle accuse.
Vol. 2 e Vol. 3 e, in minor misura Vol.1, sono a mio avviso dischi di rara bruttezza salvati in zona Cesarini dall'occasionale So Ghetto o It's Like That. Ma tolte appunto le suddette rare eccezioni -comunque irrilevanti al fine della regola- essi rappresentano il peggio del peggio del mainstream dell'epoca e soprattutto sono simboli e al contempo catalizzatori evidenti del declino artistico di vasta parte della costa atlantica. Non a caso oggigiorno quegli album suonano datati come una merda secca e, sempre non a caso, persino pezzi a loro tempo acclamati come capolavori oggi possono al limite far ridere. Money Cash Hoes è la summa di tutto quanto scritto finora e vi invito a riascoltare quel beat e farvi un esame di coscienza qualora all'epoca vi fosse piaciuto. Fate ancora in tempo a pentirvi. Ma procediamo oltre.
Insomma, visto quanto detto finora, potete immaginare quanto mi potessi aspettare da un nuovo disco di Jay-Z. Quella che oggi considero inconsistenza nel saper fare buoni dischi era, allora, l'incapacità conclamata di sapersene uscire con qualcosa di buono, punto e basta. Reasonable Doubt lo vedevo ormai come un caso fortuito o comunque irripetibile, e l'unica cosa che mi spinse ad acquistare Blueprint fu il packaging. Stop. Devo quindi innanzitutto ringraziare Jason Noto, l'art director del progetto, per avermi spinto ad esborsare quelle trentacinquemila lire per un album che altrimenti avrei evitato come la peste; e che invece fin dalle prime battute di Ruler's Back cominciava a far breccia nei miei timpani facendomi pensare il classico "vuoi vedere che stavolta, invece..."
Ebbene sì, stavolta invece Jigga ha fatto centro. Lo ha fatto innanzitutto perchè per Blueprint abbandona finalmente la vena più smaccatamente elettronica virando nettamente verso atmosfere soul, le quali faranno scuola negli anni a venire e contribuiranno enormemente a proiettare Just Blaze e Kanye West nell'Olimpo dei produttori (Bink invece no, chissà perchè), ma che prima di ciò danno un tocco di classe del tutto coerente con l'immagine che Jay-Z ha sempre voluto proiettare fin dai tempi di Reasonable Doubt: non uno sceicco pacchiano che nuota in piscine d'oro ma che in fondo non conta un cazzo, bensì un businessman pacato e tanto elegante nelle apparenze quanto crudo nelle gesta. Non Tony Montana ma Vito Corleone, quindi: aspirazioni ed immaginario che ad un borghese europeo come me fanno sorridere ma che quando limitate alla musica danno lo stesso un certo piacere. E la stessa eleganza è poi data da metrica e contenuti, con questi ultimi che raggiungono considerevoli vette di megalomania mescolate ad uno snobismo del tutto personale, e con la prima che si fa tecnicamente più semplice -all'apparenza- ma che in realtà risulta più più elaborata per quel che riguarda giochi di parole, uso della voce, pause eccetera eccetera. Tra Jigga e gli altri passa insomma la stessa differenza che c'è tra Agnelli e Ciarrapico: entrambi sono sostanzialmente dei delinquenti ma il primo sa celare la sua natura dietro apparenze perlomeno più ricercate.
Difatti bisogna dire che la forza di Jigga non è mai stata la profondità degli argomenti ma la forma in cui li sa esprimere: cosicché persino la tipica ode alle mignotte si trasforma nella divertente Girls Girls Girls, così come la costante autoesaltazione che si respira ovunque viene (mal)celata da un understatement che ovviamente non fa che far crescere la credibilità del personaggio, oltre che la sua sicurezza. In tal senso, Heart Of The City, U Don't Know e Never Change formano un trio perfetto che poi viene puntellato da tracce più evidentemente cazzare (Hola Hovito, Izzo, Jigga That Nigga) così come da altre più serie (Renegade, Song Cry, Momma Loves Me). Una nota a parte va invece fatta per i molti riferimenti ai Mobb Deep, a Nas e a tutti quelli che nel 2001 avevano dei conti aperti col Nostro: ebbene, per quanto Takeover riassuma grossomodo la risposta di Jigga ai suddetti, sparse per le tracce vi sono diverse frecciate rivolte ai suoi detrattori che fanno credere quanto la cosa evidentemente gli dovesse pesare. E bisogna dire che quando sentì quel pezzo rimasi fulminato sia per alcune uscite di Jay, che più che un dis sono semplici fatti, sia per l'implicita arroganza e sboroneria consistente nel campionare in un solo pezzo David Bowie e i Doors. Poi si può discutere su chi abbia vinto tra lui e Nas (parere: la terza strofa di Ether riscatta tutto il resto del pezzo, mentre Takeover è una bella canzone a tutto tondo e perciò arriviamo al pareggio), certo è che era da tempo che nel rap non saltava fuori uno scazzo così evidente tra artisti di indubbia rilevanza sulla scena mondiale, e questo sicuramente ha giocato a favore del "riscatto" di credibilità ottenuto dal Nostro con questo album.
Un riscatto che però s'ha da cercare anche e soprattutto nell'impeccabile scelta dei beat: chiudendo un occhio sulle produzioni dei Trackmasterz e di Timbaland, che tra l'altro stonano pure un po' nell'insieme, su quindici pezzi non ce n'è uno che si ponga sotto ad un livello qualitativo medio-alto. Persino il beat di Eminem funziona più che egregiamente, mentre altre produzioni non possono essere definite con aggettivi al di fuori di "stupendo" o "fantastico": personalmente amo partire da Takeover per giungere a Girls Girls Girls, passando per Heart Of The City e Never Change, in modo tale da formare un poker di pezzi incapaci di invecchiare e che da soli mi fecero poi comprare College Dropout ad occhi chiusi. Kanye & soci, infatti, pur attingendo sempre nel reame del Motown soul et similia dimostrano una capacità d'interpolazione notevole, riuscendo a creare atmosfere decisamente variegate e che molti ancor'oggi possono sognarsi; tant'è vero che, come accennavo prima, Blueprint è una pietra miliare anche perchè ha reintrodotto di forza l'uso dei campioni soul, sdoganandolo agli occhi delle masse e rendendolo dunque nuovamente efficace anche dal punto di vista commerciale. Senza Blueprint, ad esempio, i Dipset avrebbero fatto persino più schifo di quanto non facessero nel 2003, e credo che anche solo per questo Jigga e compagnia vadano ringraziati.
Ricapitolando, quindi: quindici canzoni di cui solo due personalmente non piacciono, mentre il resto oscilla tra il bello e l'immortale; destrezza lirica seconda solo a quanto mostrato sul Black Album; culturalmente influente e capace di suonare fresco anche a distanza di anni e malgrado le numerose imitazioni a cui ha dato luogo. Il voto pieno è scontato, naturalmente, così come il fatto che rientri a pieno titolo nel tris delle meglio cose mai prodotte da Jay-Z e che sia uno dei dischi fondamentali del decennio; ma rispetto a Reasonable Doubt come lo vediamo? A ciascuno la propria 'opinione, ma per quanto mi riguarda Blueprint non solo è complessivamente più godibile di RD (anche se mancano una Brooklyn's Finest o una D'Evils), ma per giunta è uscito in un periodo dove per emergere dalla monnezza sarebbe bastato fare un disco "ok" (cosa poi avvenuta con American Gangster) mentre l'impegno e l'esito finale sono stati a livelli di competizione da '96.





Jay-Z - The Blueprint

VIDEO: GIRLS, GIRLS, GIRLS

8 commenti:

A_G ha detto...

concordo in toto, e per me superiore a RD.

peraltro in "hola hovito" (che a me manda fuori di testa) c'e' la mejo basketball quotable ever. jigga riesce ad essere originale e complesso anche paragonandosi a michael jordan, grandioso.

Anonimo ha detto...

Sicuramente tra le cose migliori di Jay-Z, però per me non è da 5 zainetti.

BRA
www.rapmaniacz.com

Anonimo ha detto...

best rapper alive.

ck

MAK ha detto...

Boh, 5 zaini per me non ci stanno.
Nel complesso preferisco RD, al quale affibio a fatica 5 zaini...

In Blueprint tracce come Izzo o Jigga That Nigga sopratutto, a me non scendono proprio.

Magic Johnson ha detto...

la compilation di dame grease e' live on lenox ave? non l'ho presa all'epoca e non l'ho piu trovata.
se ti avanzano 2 minuti e me la uploadi mi fai felice, mai sentita.

D'accordissimo su quasi tutto per quanto riguarda la recensione. Sicuramente l'album del decennio 2k, ma senza rivali proprio.
Molta gente non si ricorda che il soul campionato -bene- al numero uno in classifica non si vedeva dai tribe called quest, e ho detto niente...
Trovo il beat di eminem orrendo -come quasi tutti i suoi- sebbene il pezzo regga proprio grazie ad una strofa secondo me mostruosa proprio di eminem. (eminem murdered you on your own shit...)

Sui Dipset... tendo a considerarli tra le pochissime cose fresh a new york in quegli anni, non so che farci. E il fatto che Jigga li avesse segnati qualcosa vorra dire.
Ne riconosco tutti i limiti, non apriamo un dibattito please, ma gli hitmakers erano onfire (e motivare cio' con il fatto che hanno copiato blueprint e' ingeneroso) e il loro modo di rappare originale.

reiser ha detto...

Sì, è Live On Lenox... vediamo, se passo un buon fine settimana e recupero le forze lo recensisco, altrimenti nell'attesa te lo passo sottobanco

Per i Dipset/Heatmakerz, che dire? ALCUNI dei loro primi beat potevano starci ma già dopo due anni per me erano spompati. Comunque sia, anche se non credo di averlo detto o lasciato intendere, il loro successo non dipende assolutamente solo dal fatto che si siano ispirati a Blueprint. La prova è che mille altri oltre a loro l'han fatto eppure il successo l'han visto solo col binocolo. Su questo siam d'accordo.

Sull'essere freshi ci sarebbe da discutere. Effettivamente sono stati in un qualche modo rilevanti, non si può dir di no, ma la mia impressione è che si sia trattato più di un marketing a suo modo molto d'impatto ed anche innovativo (la roba del movement e bla bla finché ci si credeva funzionava) che però s'è esaurito nel momento in cui il prodotto stesso aveva stancato

Anonimo ha detto...

"Sicuramente l'album del decennio 2k, ma senza rivali proprio."

Ma per favore...

"best rapper alive."

ma per favore 2...

RARASHIXXX

Giovanni ha detto...

Premesso che le tue recensioni mi piacciono molto (ho scoperto questo blog da poco grazie al link di rapmaniacz.com), non sono d'accordo con i 5 zainetti. In generale, credo che questo album sia molto sopravvalutato.
Non solo è inferiore al debutto di Jay-Z, ma è inferiore anche agli album più importanti del biennio 2000-01: deltron 3030, stillmatic, cannibal ox, quality control dei jurassic 5, like water for chocolate di common, ma anche the w (giusto per dire i primi che mi vengono in mente), sono tutti su un altro livello. Non dal punto di vista delle produzioni, ma dal punto di vista delle liriche. Jay-Z è un buon rapper ma liricamente non ha fantasia e non ha "anima": non ha delle idee e degli argomenti da sostenere, e non regge il confronto con gli album da me citati.
Entrando nello specifico, IZZO è troppo commerciale, "Girls girls girls" non è brutta, ma sprecare una base così bella per un argomento trito e ritrito mi sembra assurdo. "Song Cry" è melensa, Never Change è noiosa (e poco credibile). Takeover è inutile, Jigga That Nigga è brutta. Il resto non è male, ma è comunque mediocre. L'unico capolavoro del disco è Renegade: peccato che il 90% del merito sia di Eminem....
Insomma, proprio non capisco perchè sia considerato un classico. Ma magari mi sbaglio io.