mercoledì 11 marzo 2009

DAS EFX - HOLD IT DOWN (EastWest, 1995)

Sarebbe interessante studiare la differenza carrieristica che passa tra gli artisti di successo nel campo del rap e quelli di un altro genere musicale. Alcune notevoli differenze salterebbero fuori sia per quanto riguarda la parabola commerciale che per quel che riguarda la memoria collettiva. Prendiamo ad esempio tre dei gruppi di maggior successo dei primi anni '90: i Naughty By Nature, gli Onyx e i Das EFX. Tutti questi hanno avuto un esordio di enorme successo all'inizio del decennio seguito da una più che buona seconda opera, nel 1995 hanno creato un album eccellente, ma dopo -a prescindere dalle vendite del passato- sono andati scomparendo sia dalle classifiche che soprattutto dalla memoria.
Intendiamoci: non sto parlando di memoria personale, perchè lì basta avere un sufficiente numero di anni per sapere cosa rispondere alla domanda "You down with O.P.P.?"; parlò di ciò che fa cultura (nel senso più ampio del termine), cioè di quello che permette ad un quindicenne di oggi di sapere cosa sia The Message e non They Want EFX. Decisamente, su certi artisti o certe canzoni pare che ci sia una data di scadenza, al contrario di ciò che avviene ad esempio con l'alt rock e le sue diramazioni (ma di questo ne ha già scritto più nel dettaglio Antonio). Fatto sta, insomma, che alcuni artisti secondo me più che degni sono ormai condannati all'oblio e, parlando adesso specificamente dei Das EFX, in parte se lo sono anche meritato viste le ultime creazioni da loro partorite. Ma nessun album -per brutto che possa essere- dovrebbe autorizzare la rimozione di due ottimi dischi come Straight Up Sewaside o questo Hold It Down.
Hold It Down che, analogamente a All We Got Iz Us, è uno degli unsung heroes del 1995. Ascoltarlo oggi fa uno strano effetto perchè risulta essere incapsulato in una bolla temporale,e se questo da un lato non l'ha aiutato ad essere ricordato dai posteri, dall'altro è capace di regalare ai fan del genere più di settanta minuti di goduria e questo è il suo maggior pregio. Tutto, dico tutto il disco sprigiona hardcore da ogni singolo poro. Non un ammiccammento a sonorità leggere, non un ritornello cantato, non un argomento che si sposti dalla combo ghetto-fumo-alcol-hiphop; l'immaginario di Timberland indossate sotto a pantaloni militari è presente in ogni singola strofa e portato avanti con una convinzione tale da cancellare qualsiasi dubbio sulla sua genuinità. I produttori, che si chiamino Premier, Easy Mo' Bee, Showbiz o Solid Scheme tirano fuori il loro lato più minimalista e lavorando per la maggior parte del tempo quasi solo di basso e batteria riescono a creare un suono omogeneo che solo in pochi casi viene a noia; un buon 80% di Hold It Down fila via infatti che è un piacere, e se è indubbio che taluni pezzi abbiano un impatto maggiore rispetto ad altri, è pur vero che questi fungono da collegamenti di lusso. Here We Go, ad esempio, fa da ponte tra la potentissima Knockin' Niggaz Off (messa un po' in ombra solo dalla precedente No Diggedy) e la storica Real Hip Hop; allo stesso modo, Hold It Down collega Alright a Dedicated, e lo stesso vale per Bad News. Le uniche note dissonanti sono date da Comin' Thru e 40 & A Blunt, che a fronte di contenuti onestamente generici ed uno stile non troppo variegato non sanno esibire una controparte sonora capace di destare l'interesse dell'ascoltatore, il quale è portato a pensare che si tratti di canzoni nemmeno completate da tantoi che isultano scarne.
Tolte queste due pecche (alle quali comunque aggiungo Buck Buck e l'inutilissima seconda intro, dato che spezzano l'ascolto senza un perchè), il resto è materiale da leccarsi i baffi. La già citata No Diggedy è energica quasi quanto My Kinda Nigga di Heather B e la successiva Knockin' Niggaz Off prosegue su questo filone. Senza citare più di tanto originale e remix di Real Hip Hop, preferisco tessere le lodi della cupa e relativamente melodica Here Its Is (che sfrutta un intero loop di piano), Can't Have Nuttin' (azzeccati i sample vocali, peccato solo per delle batterie un po' datate anche per quel periodo) e Dedicated che, con suoni a metà tra Inna City Blues dei Group Home e Properties Of Steel di Godfather Don, trova Clark Kent nella sua modalità hardcore più estrema. Last but not least c'è il singolone Microphone Masta ed il suo indimenticabile campione di xilofono, un'autentica perla curata da Easy Mo' Bee che straccia come e quando vuole gli inutili remix che gli sono susseguiti. L'unica accusa che si potrebbe muovere al sound di Hold It Down (ho fatto la rima) è di non brillare per originalità, ma di fronte ad una simile esecuzione la cosa per me scivola in secondo piano.
Tuttavia, non posso essere altrettanto generoso con le liriche. Non tanto per la banalità dei contenuti, che considerando il tipo di disco ci sta tutta, quanto per l'aspetto più strettamente tecnico dell'emceeing. Drayz e Skoob, infatti, si lasciano alle spalle le esagerazioni di "iggety" vari, e ciò personalmente non può che farmi piacere (ma chi mi volesse controbattere che era il loro marchio di fabbrica avrebbe ragione); peccato però che facendo questo facciano notare a tutti quanto la loro abilità di costruire metriche o punchline valide sia quel che sia. Spesso infatti li si sente usare metafore ed analogie assolutamente prevedibili già nel '95, così come del resto le rime che, in certe occasioni, addirittura rimandano il pensiero a certi stilemi di fine anni '80 (lunghe pause, una sola rima a fine verso, cose così insomma). Detto in altre parole, in Straight Up Sewaside erano oggettivamente più in forma ed avevano secondo me trovato la quadratura del cerchio tra la gimmick del iggety e la tecnica più tradizionale/efficace. Ciò detto, dispiace che gli ospiti siano solo due (KRS One e PMD) perchè questi avrebbero potuto movimentare un po' di più una situazione certamente non disperata ma nemmeno eccelsa.
Ma anche alla luce di questi difetti Hold It Down mi pare davvero troppo bistrattato dal pubblico hip hop. Esageratamente criticato all'epoca della sua uscita da un lato e vittima di una memoria fallace che vede Drayz e Skoob dei fenomeni da baraccone da lasciare nei primi anni '90 dall'altro, in realtà è un disco che nella sua incapacità di giungere a compromessi merita ben altra attenzione. Non piacerà a tutti, poco ma sicuro, ma del resto questa non è mai stata un'ambizione del hip hop. Quanto al voto, spero che non ci sia la sommossa come dagli Organized ma comunque spiego: quattro e mezzo stiracchiati ai beat, tre/tre e mezzo all'emeceeing, diciamo che un quattro abbondante ci sta tutto.




Das EFX - Hold It Down

VIDEO: REAL HIP HOP

lunedì 9 marzo 2009

BIG CITY - HOW TO ROB AN INDUSTRY HIPSTER (VIDEO)

Me likes.

NON-PHIXION - BLACK HELICOPTERS (2002)

Dato che oggi è lunedì, cioè una giornata abbastanza traumatica per un cazzeggiaro purosangue come il sottoscritto, voglio giocarmela facile facile con un bècchindedeis oramai forse inutile ma -immodestamente- apprezzabile. Quando nel 2002 uscì The Future Is Now, mi resi conto che oramai ero riuscito a mettere da parte una discreta quantità di singoli e b-side dei Non-Phixion che, ovviamente, non erano stati poi inclusi nel loro album d'esordio. Inutile dire che questo era tanto giusto quando seccante, perchè canzoni come 5 Boros, Refuse To Lose o 4 W's meritavano senz'altro un secondo o terzo giro nelle orecchie di chiunque. E allora, ispirato dal mixtape The Past, The Present & The Future Is Now (curato dallo stesso DJ Eclipse e originariamente pensato come mezzo promozionale per il loro disco ufficiale), mi sono messo di Photoshop e Goldwave a mettere insieme un po' di roba. Ancor'oggi mi sembra che la selecta regga abbastanza bene e, fatta eccezione per il remix di 5 Boros, che qui troverete in qualità urènda (ma vi ho caricato il VLS a quest'altro indirizzo), la pulizia del suono sia a livelli mediamente accettabili. Ovviamente, la grafica dovrei ancora averla nel HD esterno, ma stamattina francamente non avevo tempo di ripescarla e, in ultima analisi, non è che sia tutto 'sto granché.
Fatto sta, ecco la tracklist:

01. 14 Years Of Rap feat. Q-Unique & Jise One
02. Legacy
03. Black Helicopters
04. I Shot Reagan feat. necro
05. Promo WKCR
06. This Is Not An Exercise
07. 5 Boros feat. D.V. Alias Khrist
08. Refuse To Lose
09. No Tomorrow
10. Thug Tunin'
11. 4W's
12. End Of the World
13. Sleepwalkers
14. They Got...
15. 5 Boros (D/R Period Remix) feat. D.V. Alias Khrist
17. 2004 feat. Obscure Disorder
18. The Full Monty (non segnata nella tracklist, chissà perchè)

Come si può vedere dalla pur lillipuziana scansione, 'sto CD ha fatto altrettanti viaggi quanto il suo fratello maggiore. Scopritene il perchè, casomai non conosceste a memoria tutti i pezzi, e gustatevi il video di 14 Years Of Rap (tra l'altro, gli Skeme Team mica erano gli odierni Brooklyn Academy? E, se sì, qualcuno li vede nel video?)

Non-Phixion - Black Helicopters

VIDEO: 14 YEARS OF RAP

giovedì 5 marzo 2009

PETEPHILLY AND PERQUISITE - MIND.STATE (Epitaph, 2005)

[Disclaimer: Alcune delle recensioni incluse in questo blog sono originariamente state pubblicate sul sito Hotmc.com. La ripubblicazione di questo materiale su Rugged Neva Smoove non è in alcun modo dipendente dalla volontà di Hotmc, che per politica editoriale desidera rimanere estranea alle attività di qualunque audioblog supporti il download illegale. La riproposizione degli articoli si riduce a una scelta personale dell'autore di questo blog, nonché autore delle recensioni, che si assume totalmente la responsabilità delle eventuali conseguenze]

E’ buffo: alle volte incappi in un disco quasi per caso e magari senza dargli un gran peso. Questo, almeno, succede a me. Nel dettaglio, qualche settimana fa sono entrato in un negozio di dischi usati per vedere se avevano qualcosa dei primi Soundgarden ed invece me ne sono uscito con questo Mind.State del duo olandese formato da PetePhilly (Mc) e Perquisite (produttore).
Non che i loro nomi mi suonassero nuovi: se n’era già parlato in abbondanza sia in rete che sulla carta stampata, ed i vocaboli più sentiti in quelle occasioni erano “avanti”, “geniale”, “sperimentale” e via dicendo, cosa che, al solito, ha fatto crescere in me sospetti di pacco al limite della paranoia. Dopo due settimane circa di ripetuti ascolti, il mio scetticismo è stato finalmente sconfitto e così posso dire che mi sbagliavo.
Tanto per cominciare, il disco si presenta bene: digipack a doppia antina, grafica molto stile “street art” (curata da TwoThings... Boghe?), booklet contenente tutti i testi e adesivo recante un elogio da parte di nientepopodimenoche Talib Kweli. Mica cazzi. Altra peculiarità: tutti i titoli dell’album corrispondono ad uno stato d’animo: gli anglofoni e/o gli intelligenti cominceranno dunque ad intuire che si potrebbe trattare di un concept album. Le loro doti di fini osservatori della realtà saranno premiate: è un concept album.
Svelato l’arcano, comincia l’ascolto: bella intro coi soliti scratchini, e poi subito la prima traccia: Relieved… toh, un inedito di Ali Shaheed Muhammad con su un Talib Kweli in erba, maddài, mica lo conoscevo… invece no. Ascoltando con un orecchio meno ottuso, si nota che Philly tira sì saltuariamente delle sucate al Talibbo (tenete presente che mi riferisco al T. Kweli dell’immediato post-Black Star), ma resta comunque abbastanza riconoscibile per via della metrica un po’ meno complessa e d’un approccio alle tematiche più diretto, teso molto verso lo storytelling. Storytelling, appunto, inquadrabile come elemento principale dell’album; i suoi tratti somatici sono l’uso di uno stile a metà tra il racconto vero e proprio e l’utilizzo di immagini, un ibrido ben riuscito che più di una volta evita di dar peso a rime in sé un po’ banalotte o non propriamente fresche. L’analogia che mi viene in mente lo collega per certi versi alla scrittura di Guru, per capirci. Rispetto a quest’ultimo, però, PetePhilly gioca molto sull’interpretazione (da che mondo è mondo, di king of monotone Mc's ce n'è uno), eccellendo in pezzi come Paranoid o Mellow.
Ovviamente, a determinare il successo finale dell’evocazione è l’alchimia tra i beat e le rime, e questa funziona praticamente sempre: ottimi esempi sono Eager ed il suo bel loop di piano; la già citata Paranoid (bellissimo il campione ed il bridge, valide le batterie che, a metà pezzo, vengono programmate in stile drum’n’ bass); la più classica Hope (che vede finalmente ‘sto benedetto featuring di Talib); infine, l’omonima Mindstate.
Di Perquisite s’è detto molto, e a ragione: la cultura musicale classica che ha alle spalle ha evidentemente influenzato la sua produzione, che risalta per i frequenti cambi di stile e melodia nei diversi pezzi, senza però danneggiarne la continuità. Anche l’elettronica si fa sentire e, a parte l’epilogo technuso di Motivated (un po’ troppo da Molella, per i miei gusti), non disturba.
In conclusione: il prodotto è ben pensato ed ottimamente realizzato, specie dal punto di vista musicale, tanto che se ne potrebbe tranquillamente fare un album di sole strumentali. PetePhilly, di suo, non scrive rime in sé perfette (anche se qualche virtuosismo c’è, cfr. la terza strofa in Hope, veramente bella), ma compensa il tutto tramite una buona abilità nel descrivere situazioni e stati d’animo ed una capacità di interpretarli in modo decisamente fuori dal comune –magari esagerando, in certi allunghi, ma sono inezie. L’unica critica che potrei muovere al tutto –ma è una questione privata- è che occasionalmente il disco, in tutta la sua pulizia e semiperfezione- risulta un po’ freddino.
In definitiva, questo Mind.State è un album che piacerà sicuramente a chi ha un orecchio piuttosto allenato e resta occasionalmente annoiato dalle “solite” uscite; tristemente, però, verrà impugnato anche dai soliti contadini che amano occuparsi di paragoni fatti alla carlona tra “la VERA musica” e “quelle cose tutte uguali che ascolti tu”. Triste ma inevitabile.
Sono però seriamente in crisi per quel che riguarda il voto finale: l’album, nella sua coesione, può risultare un po’ pesantuccio; del resto, è un problema tipico di qualsiasi concept album. Musicalmente ineccepibile, è un po’ più debole sul versante dell’Mc: ma si può dire che sia davvero un difetto e non una semplice smagliatura? Insomma, se gli omini a mia disposizione fossero cinque, gli darei un bel 4 e 1/2; disponendo però solo di quei quattro miseri cazzetti, arrotondo (con qualche esitazione) e gli do il voto più alto, aggiungendo un “buona fortuna” per quel che riguarda le vendite.

[Ah quanto si può sbagliare, una persona; persino io, che immodestamente sono un genio. Infatti, contando il fatto che negli anni passati dalla sua uscita ho riascoltato Mind State al massimo cinque volte, devo giungere a una conclusione: o sono io ad essere strano, oppure questo album è seriamente una mattonata sui coglioni. I beat, lo confermo, sono fatti bene ma viaggiano tutti sulla stessa lunghezza d'onda. Per quanto Perquisite dimostri senz'altro competenza e voglia di sperimentare, questo in fin dei conti non basta e se si prende l'album nella sua interezza non si può non risultarne annoiati. Diciamo dunque che una scrematura quantitativa avrebbe senz'altro giovato al prodotto. In più, PetePhilly non solo ha il difetto di assomigliare stilisticamente fin troppo a Kweli (fattore sul quale si potrebbe anche glissare), ma pecca di personalità. Ovverosia, né la sua scrittura, né le esperienze descritte nelle diverse tracce riescono a risultare un granché interessanti e, peggio ancora, le riflessioni su di esse spesso scivolano nella banalità tipica delle geremiadi da ubriaco. "Scialbo" è il termine che più gli s'addice, insomma, ed il suo cosid. self righteousness non fa altro che peggiorare ulteriormente le cose. Ne consegue che Mind State può essere apprezzato in piccole dosi, ma certamente non per i quasi settanta minuti di durata del tutto; come concept album in sè e per sè è anche pensato abbastanza bene, ma francamente non riesce a trasmettere molto e la sua freddezza mescolata ad una certa pretenziosità lo fa apparire un degno epigone dei lavori di Emerson, Lake & Palmer. Impossibile quindi dargli quattro -men che meno quattro e mezzo- però non me la sento di scendere sotto i tre zainetti abbondanti. Aggiungetegli mezzo, se volete, ma a vostro rischio e pericolo]




PetePhilly And Perquisite - Mind.State

VIDEO: PARANOID

martedì 3 marzo 2009

ORGANIZED KONFUSION - STRESS: THE EXTINCTION AGENDA (Hollywood Basic, 1994)

Sentendomi di una bontà squisita, dopo avervi deliziati con i Non Phixion, oggi torno al mio tanto amato nine-flavor con un altro di quei album caduti sotto il peso della mannaia di Illmatic e della sua innegabile perfezione. Cosa voglio dire: voglio dire che è stato quel disco a imprimere a lettere di fuoco il nome "Nas" nelle nostre menti, e che quest'ultimo è riuscito a ridefinire i canoni qualitativi lirici attraverso sole nove canzoni.
Ma se è innegabile che Nas è uno dei dieci maggiori liricisti di sempre, è anche vero che la sua "ingombrante" presenza ha gettato un'ombra di pochezza su molti altri album del periodo anche quando alcuni di essi non l'avrebbero affatto meritata; è il mio solito ritornello riguardante la memoria selettiva, ma francamente non posso fare a meno di ritirarlo fuori un'ennesima volta, specie in quest'occasione.
Questo non solo perchè gli Organized Konfusion sono (sempre stati) un gruppo che sarebbe riduttivo definire "sottovalutato", ma anche perchè all'interno di questa visione i loro sforzi al microfono in Stress appaiono oramai dimenticati e -tristemente- privi di alcun tipo di "prole" o tangibile eredità. Eppure già solo i primi sei pezzi di STEA contengono più implicite indicazioni sulle qualità che dovrebbe avere un MC, sia dal punto di vista della scrittura che della tecnica vera e propria. In tal senso, l'unico motivo che mi viene in mente per spiegare come mai Pharoahe Monch non abbia mai fatto grandi proseliti è che, indubbia originalità a parte, il suo talento sia pressoché impossibile da replicare a meno che non si detenga la stessa bravura (non oso immaginare gli aborti che scaturirebbero da un'imitazione nella media). E a quel punto la cosa non avrebbe più senso.
Esagero? Avete ascoltato Desire e non vi pare poi 'sto gran mostro? E allora vi invito a sentire la sua strofa in Bring It On (votata tra le migliori 5 di sempre dai lettori della Source nel '98, altri tempi) così come quelle di The Extinction Agenda, Thirteen o Stray Bullet solo per citare i pezzi più noti. L'abilità del Faraone di distorcere accenti, spezzare sillabe, cambiare tonalità di voce e contorcere la metrica è qualcosa di realmente unico nel mondo dell'hip hop e sfido chiunque a dimostrare il contrario. L'unico reale paragone che mi viene da fare, peraltro in una sola occasione -cioè la seconda strofa di Thirteen- è col Jonathan Davis dei primi Korn che, come fa Pharoahe, in certi pezzi saliva di ottave fino a rasentare il cigolio; ma tolto questo passaggio davvero non trovo nessuno che possa assomigliare al Nostro per più di un 50%. Discorso diverso si deve fare per Prince Po, che pochi si cagano in quanto meno dotato di Monch, ma che in realtà è capace di dare la paga a molti come e quando gli tira il culo: in Stress, ad esempio, tiene il passo del suo compare ed altrove riesce comunque ad uscire a testa alta dal confronto. La sua sfortuna è di non essere così estremo come il Faraone ma, ciò detto, non gli si pssono non riconoscere indiscutibili capacità sia come MC che come scrittore vero e proprio (il suo storytelling è decisamente sopra la media e non soffre delle ovvie forzature dettate dallo stile, al contrario del socio).
I due mi cadono (in termini relativi, certamente) in 3,2,1 e Let's Organize, guardacaso i due pezzi dotati dell'atmosfera più cazzeggiara dell'intero disco. Ecco, appunto, i beat: storicamente tanto criticati ma in fin dei conti nient'affatto da buttare. Tolte le tracce sopracitate e Bring It On, che effettivamente necessitava di un remix prontamente fornito da Buckwild, il resto mi pare di qualità tutt'altra che media, figuriamoci poi bassa. Buckwild, per esempio, prende un giro di basso di Charles Mingus e lo trasforma nel singolo Stress, sulla cui potenza sarebbe ridicolo dubitare; è poi il turno di Herbie Hancock e della sua Dolphin Dance, invertita rispetto al sound originale per Extinction Agenda; oppure Black Sunday, che utilizza l'ormai stranoto loop tratto da Jagger The Dagger di Eugene McDaniels ma lo fa con la stessa incisività con la quale Nautilus di Bob James riaffora in Stray Bullet. Nell'insieme del disco, il mood è sfrontatamente hardcore nuiorchese, ovviamente, e questo agli occhi dei puristi (per quel che può significare il termine...) non può che essere motivo di gran gioia; d'altronde fatico a pensare che cos'altro avrebbe potuto costituire un valido tappeto musicali per un duo simile. Ridurre le melodie all'osso e lavorare casomai di basso e batteria mi pare ancor'oggi la soluzione migliore.
Insomma, volendo chiudere in bellezza, cosa potrei aggiungere? La prima metà del disco è assolutamente strepitosa, con basi ed MC che si spalleggiano come meglio non si potrebbe sperare; nella seconda i beat calano sia d'intensità che di qualità vera e propria ma, francamente, con un simile emceeing questo può risultare così grave? No, decisamente no.




Organized Konfusion - Stress: The Extinction Agenda

VIDEO: STRESS

lunedì 2 marzo 2009

NON-PHIXION - THE FUTURE IS NOW (Uncle Howie/Landspeed, 2002)

Interrompo la lunga pausa sabbatica -dovuta vivaddio a lavoro in eccesso e non altro- con una recensione che è al contempo superflua ed importante. Superflua perchè suppongo che chiunque mastichi un po' di rap abbia avuto modo di apprezzare questo disco e quindi non necessiti di una conferma da parte mia, ma scriverne è importante vuoi anche solo perchè chi finisce qui usando criteri di ricerca bizzarri ("pestaggio mc") magari riesce a trovare qualcosa che sia all'altezza di timpani degni di questo nome.
E comunque m'ero un po' rotto il cazzo delle robe troppo chic, per cui riparto da una bella roba hardcore com'è questo The Future Is Now e bon.
Come potete notare dalla scansione, il digipak di questo CD è ben rovinato e segnato dal tempo, e questo nonostante io sia uno che tiene i propri oggetti -a maggior ragione i dischi- con cura ed attenzione certosini; in questo caso, però, trattarlo meglio di così era impossibile. L'esordio dei Non Phixion è infatti uno dei dieci dischi più belli di questa decade che sta volgendo al termine, nonché la miglior pubblicazione del 2002. Ne consegue che per lungo tempo me lo sono portato appresso, che fosse in giro (col Discman), in macchina, in vacanza eccetera. Solo con l'avvento dell'Ipod e, più recentemente, di un'autoradio con presa USB ho potuto dargli un po' di meritata requie.
Perchè il punto è che la qualità dei pezzi qui è elevatissima e vede tre MC più che bravi cavalcare eccellenti beat curati da personaggini da nulla come Premier, Pete Rock, Large Professor ed un Necro che non sfigura di fronte a questi mostri. Lo si nota fin dall'iniziale Futurama, costruita attorno ad un loop in crescendo di archi combinato a batterie che schioccano come spari, e dove Ill Bill, GoreTex e Sabac gettano le basi dell'atmosfera generale che regnerà per tutti e 56 i minuti di durata dell'album. Peep game: "Who decides truth, guys in ties and suits/ Violent coups in private schools, we got rules of taunt/ Duals of war, using thugs like swords, pay for groceries, the DNA codes in your vocal cords/ The order of the world has already been bought, Robocops programmed to kill and ready for war/ Drink your cocaine 'cause drugs is legal, androids rule the streets, it'll be dark, scremin' fuck the people".
Un immaginario, quello dei Non Phixion, decisamente decadente e di carattere distopico, dove il mondo si divide tra colletti bianchi corrotti e oligarchie di vario genere che gestiscono il mondo a proprio piacimento e la gente comune (nella loro ottica) che ne soffre più o meno conciamente e cerca rifugio in droghe, sesso, violenza e altro: andando per approssimazione si può parlare una versione ghettusa di William Gibson mescolata alla visione di Chomsky ed alla cospirazionistica assortita di Cooper.
Tuttavia vi sono attimi di respiro tra una visione opprimente e l'altra: vuoi mediante la solita buona vecchia autocelebrazione, vuoi attraverso contenuti più "liberi" o pezzi più emo, The Future Is Now non annoia. Ma vi dirò una cosa: se anche le liriche fossero limitate esclusivamente alla descrizione di un mondo orribile, queste comunque non verrebbero a noia perchè sia Bill che GoreTex e 'Bac hanno una capacità suggestiva da affabulatori professionisti; le associazioni di immagini ed idee sono assolutamente personali e cariche d'inventiva, tantopiù che non è certamente un caso se solo grazie ad un album si è potuto parlare in alcuni casi di "scuola Non Phixion". Non saranno pochi i casi in cui l'ascoltatore ascolterà un paio di versi e li manderà indietro, esclamando al contempo "COSA!?!"
E ciò detto -do ovviamente per scontato che i tre siano tecnicamente ottimi, Ill Bill in particolare- restano solamente da commentare i beat, e a questo punto la strada è in discesa. il singolo Rock Stars vede un Premier ancora in stato di grazia aggiornare la buona vecchia Crime Pays di Kool G Rap aggiungendovi però le sue batterie ed un ritornello fatto dei suoi classici cut; Pete Rock, per non essere da meno, si spinge oltre il marchio di trombe soul che lo aveva reso celebre in primo luogo e partorisce l'ottima If You Got Love. Potevano poi Large Professor e Necro farselo piazzare in saccoccia senza dir niente? Naturalmente no, ed ecco che il primo produce due beat di cui uno realmente fantastico (We Are The Future), mentre il secondo mostra una versatilità che in futuro saprà esibire solamente sul primo solista di ill Bill: la già nota Black Helicopters gira attorno ad un meraviglioso loop di chitarra pitchatissimo che malgrado duri quattro minuti non riesce proprio ad annoiare; in CIA Is Trying To Kill Me invece sfrutta l'ouverture di Milano Cal. 9 degli Osanna, salvo poi passare con disinvoltura a mood perfetti per un MF Doom (che infatti appare in Strange Universe) oppure alla ruvidezza tipica del Nostro e costituita anche stavolta da due scale di basso incessanti tanto quanto il beat (There Is No Future). Contestualmente, anche Dave One fa un buon lavoro con la sua Cult Leader, mentre JuJu dei Beatnuts torna al funk più puro per Suicide Bomb ma con risultati lievemente inferiori a quanto fosse lecito aspettarsi dopo il buon Take It Or Squeeze It (del 2001).
A questo punto è difficile stabilire quale sia il piatto forte del menu, se le liriche o i beat. Diciamo che ambedue sono mediamente di qualità elevata ed in molti casi eccezionale (soprattutto per quel che riguarda l'alchimia, il risultato finale). Se proprio devo muovere una critica particolare a The Future Is Now è l'inclusione di un inutile remix di CIA Is Trying To Kill Me, a scapito magari dell'inclusione della favolosa Refuse To Lose, ma cosa ci vogliamo fare? Il disco, così com'è, è da quattro e mezzo abbondanti. Forse non si può dire un classico vero e proprio perchè in alcuni momenti la perfezione non c'è (e forse manca di carica innovativa), ma in ogni caso poco ci manca. Da avere assolutamente.




Non-Phixion - The Future Is Now

VIDEO: ROCK STARS