Ho rimosso il post di ieri sera perchè a ben pensarci non c'entrava un granchè con la natura del blog e dunque ho preferito evitare di fare confusione. Questo non per dire che vi perderete un tassello del mosaico del Progresso, ma solo per spiegare. Poi: pare, dico pare, che sabato dovrebbe arrivare il benedetto materasso su cui dormire e perciò da settimana prossima il blog dovrebbe riprendere le pubblicazioni. Sempreché, naturalmente, si riesca a riattivare il boiler. A meno che oggi non riesca a trovare il tempo di andare da Vibra a prendere i dischi ordinati e arrivati, si capisce.
Update freschissimo: Scegliete voi quale volete prima; in ballo ho anche Live And Let Die di Kool G Rap e DJ Polo in versione da doppio CD.
Come ho già avuto modo di scrivere in precedenza, fino alla fine degli anni '90 Boston era stata fondamentalmente periferica rispetto al movimento dell'hip hop. Certo, c'erano alcuni artisti come EdO.G. & the Bulldogs o gli Almighty RSO che in passato avevano provato a "metterla sulla mappa" (perdonate l'italianizzazione, ma visti i tempi conviene abituarvisi), ma questi tentativi erano sempre rimasti commercialmente irrilevanti e dunque culturalmente snobbati dalla comunità reppusa internazionale. Ma intorno al 2000 vi furono due case discografiche -la Brick ma soprattutto la Landspeed- che raccolsero attorno a sè la crème de la crème di ciò che la città aveva da offrire e, complice un ottimo sistema di distribuzione, inondarono con singoli e EP un mercato che stava pian pianino scivolando nella stagnazione. Home rientra dunque all'interno del sopracitato contesto, essendone una sorta di summa: Insight, Krumb Snatcha, 7L & Esoteric, Edan, Reks... chiedete e vi sarà dato. Mancano solamente Virtuoso ed il veterano L Da Headtoucha, ma per il resto la fotografia composta da questi 15 pezzi è straordinariamente nitida e rispecchia perfettamente quel florido periodo; non dovrebbe stupire perciò l'elevata qualità del prodotto, tant'è vero che in diversi casi le canzoni presentate dagli artisti diverranno i singoli dei relativi futuri album. E' questo il caso di Rekless, singolo di quel Along Came The Chosen da me già recensito qualche tempo fa e che pertanto non vale la pena di descrivere una seconda volta; oppure, ancora, di Rap Religion di Insight. Ecco, qui vale la pena di spendere un paio di parole per descrivere la canzone e l'artista: innanzitutto, va detto che 'Sight è uno dei pochi che si rifanno ad un suono antecedente il '95 riuscendo a mantenerne le atmosfere ma al contempo riaggiornandolo e rendendolo digeribile ai più giovani. Chi ha mai ascoltato uno dei suoi dischi già sa di cosa sto parlando (includo anche l'eccellente duetto del 2007 col produttore Damu), mentre chi lo dovesse aver finora ignorato potrà notare quanto da me espresso nella suddetta traccia: le batterie ed il basso sono martellanti e "sporche" come se ci trovassimo nel '93, ed il modo di tagliare in brevi spezzoni il campione di organo elettrico (inserendovi il saltuario effetto) si spinge addirittura verso un'estetica bombsquadiana. Naturale, dunque, che anche il flow e le metriche risultino serrati ed energetici, cosicché l'insieme (più degli azzeccatissimi cut di Guru nel ritornello) riesce a farci scordare che dopotutto si tratta della tipica ode al rap -che piace sempre come i tegolini pur non rappresentando nulla di concettualmente nuovo. E, volendo restare ancora nel filone delle "odi a qualcosa", che dire dell'ottima posse cut Home? Su un beat dai suoni essenziali (una scala di basso ed un'unica nota a chiuderne il loop) prodotto da G², che pare però uscito dallo studio di Diamond D, si avvicendano al microfono EdO.G., i Kreators, Krumb Snatcha, Akrobatik, Big Shug e, ciliegina sulla torta, Guru nel ritornello. Una roba che solo ad immaginarsela vien da leccarsi i baffi, e per una volta tanto il risultato riesce a soddisfare ampiamente le aspettative. Persino il cronicamente scarso Big Shug dà un colpo di reni portando a tavola una strofa onesta, mentre i restanti fanno a pezzi la base, in special modo EdO.G., Akrobatik e Krumb Snatcha. Krumb Snatcha che ritroveremo due tracce più avanti con una prestazione in linea coi suoi standard di allora (tant'è che pare quasi una Killer In Me 2.0), così come allo stesso modo si comportano 7L & Esoteric, Edan, Chan (autore poi del bruttoccio Part Of A Nation), Kreators e Skitzofreniks (Slow It Down è più bella remixata). Chapeau va invece sia al sempre affidabile EdO.G. ed alla sua Questions, come al solito preciso e pulito sia nel suono che nell'esposizione dei concetti, che ai Raw Produce e Mr. Lif. La loro I Am Myself è sì oggettivamente un po' da boyscout (sapete, meglio essere che apparire, onesto è bello... robe che nemmeno Jovanotti), lo concedo, però bisogna dire che non solo Lif migliora nettamente la situazione sia concettualmente che tecnicamente, ma anche che la melodia costruita con l'ausilio di un loop di piano è infettiva e capace di restare in testa per molto, molto tempo. Insomma, la sostanza è che se si cerca del buon hip hop Home è capace di darvelo. Alcune cose sono, ovviamente, ben più interessanti di altre che invece mancano di mordente; tuttavia, nel complesso l'opera è solida e fornisce una soddisfacente panoramica di quelli che erano i rappresentanti di Boston all'epoca, molti dei quali ancora presenti ed evolutisi a tal maniera da rendere i loro pezzi qui presenti "storicamente" interessanti.
Allora, lasciate dunque che vi aggiorni su una cosa di cui TROPPO vi fregherà: ho trovato casa e mi trasferirò lì dal prossimo fine settimana. Date le mille tarantelle che questo comporta (tra le quali il trasporto dei miei dischi) è possibile che nel prossimo periodo gli aggiornamenti saranno più saltuari. In ogni caso non perdete la fiducia. Detto questo, vorrei indicare un fatto più che positivo: nel periodo recente mi pare proprio che stiano venendo ristampati un sacco di dischi finora irreperibili nei negozi. Solo sabato, per esempio, ho pouto upgradare la mia collezione di svariati titoli finora posseduti solo su cassetta o mp3, tra i quali The Main Ingredient, Hold It Down dei Das EFX, Return Of The Boombap e Uptown Saturday Night. In particolare è quest'ultimo che più mi ha fatto sudare sangue: al tempo dell'uscita decisi di non comprarlo subito, salvo poi pentirmene negli anni successivi arrivando ad elemosinarne l'acquisto di seconda mano da un mio amico che però, pur essendo già allora era passato ad altri generi musicali, per principio si rifiutò sempre di cedermi la sua copia. Va da sè che se per così tanto tempo ho potuto rinunciare alla mia dignità è per un solo, semplice, motivo: l'esordio dei Camp Lo è una ficata. I più ricorderanno il duo del Bronx per via della hit Luchini e poco più, ma posso garantirvi che Uptown Saturday Night riserva delle sorprese che si spingono ben oltre questa canzone, a partire dal carico d'innovazione che (inconsapevolmente?) si porta dietro: come si può notare infatti già dalla sola copertina -una rielaborazione della cover di I Want You di Marvin Gaye- l'intera opera affonda le proprie radici nel soul degli anni '60 e '70. E se ciò di per sè non fa notizia, è però vero che in molti casi il produttore principale di USN (il delinquentemente dimenticato Ski) ha fatto un lavoro di campionamento che per molti versi precede quel che si sentirà in dosi sempre più massicce a partire circa dal 2003. Egli difatti sovente usa interi loop preservandone la matrice originaria e dunque il sapore settantone, come per esempio nel caso della magnifica Black Connection o di Black Nostaljack. Certo, non siamo ancora nel reame delle vocine pitchate alla Alvin e dunque le differenze d'epoca si sentono, però è inevitabile ascoltare l'LP e sentirsi trasportati indietro nel tempo di 30 anni. Sensazione, questa, in netta contrapposizione però con le metriche e gli stili di Geechi Suede e Sonny Cheeba: assolutamente originali ed ancora capaci di lasciare l'ascoltatore a bocca aperta. Questo avviene già alla prima traccia, Krystal Karrington, dove i due cavalcano magistralmente un beat inusualmente ruvido per i loro standard e che ben si pone come contraltare ai loro flow rilassati. La batteria e la singola nota di piano sono incessanti e vengono sottolineati da un costante fruscio di maracas, e solo l'occasionale entrata in gioco di un campione di fiati dal taglio epicheggiante ne spezza la continuità; dal canto loro, i due presentano immediatamente il loro personalissimo stile, che si contraddistingue innanzitutto per l'uso massiccio di slang e la scrittura a mo' di flusso di coscienza. In tutta onestà devo dire che questo fa sì che la maggior parte dei testi sia pressochè incomprensibile: solo in alcuni casi si riesce ad intuire vagamente i contenuti propostici, ma considerando quanto suoni bene l'insieme si tratta di un difetto facilmente relegabile in secondo piano. E dopotutto, non è che si discostino un granché dai soliti cliché dell'essere fichissimi, pieni di dané e brögna: solo che lo fanno in un modo tale per cui la forma diventa contenuto, per la maggior gioia di McLuhan e dell'ascoltatore. Difatti, ascoltare Luchini è un piacere non solo per -scontato- lo storico beat, ma anche perchè i due si scambiano il microfono con una naturalezza tale da fargli meritare il titolo di una delle coppie meglio combinate della storia del rap. Poi hai voglia a dire che Geechi Suede è più bravo di Cheeba... non è importante. Non lo è perchè nel momento in cui viene spontaneo prestare maggiore attenzione alla musicalità di un tale flow che non alle effettive rime (spesso accantonate in favore di assonanze) significa che si antepone lo stile (in senso lato) alla pura tecnica, e va benissimo così. D'altronde, se così non fosse sarebbe altamente probabile che l'altrimenti immensa Black Connection (pezzo preferito del disco) ne risulterebbe danneggiata; considerando infatti la forte melodicità del tutto (una rielaborazione della strumentale di Love Is The Answer degli Stylistics) la cosa che meglio vi si può abbinare è un equivalente vocale, e difatti i Camp Lo vi scivolano sopra impeccabilmente. Lo stesso dicasi per l'ottima Sparkle, Black Nostaljack (chapeau per il lavoro svolto con il tecnicamente abusato Nautilus di Bob James), Say Word, Coolie High e Killin 'Em Softly. Escludo dalla lista Negro League non tanto per colpa loro -anzi, Sonny Cheeba qui regala una prima strofa da pelle d'oca- quanto per la presenza di due weed carriers di cui uno è dotato di una voce spiacevole quanto lo stridio del coltello sul piatto (no, davvero, agghiacciante) o l'estrazione di un'unghia senza anestesia. Insomma, giunti a questo punto parrebbe tutto rose e fiori... e invece no. Vedete, sono due i problemi che affliggono Uptown Saturday Night. il primo, volendo anche banale, è che la maggior parte dei pezzi migliori sono concentrati nella prima parte del disco. Il secondo è che quei pezzi che meritano sono davvero da dieci e lode; e dunque è inevitabile che quelli invece meno riusciti (Swing, Park Joint, Nicky Barnes e l'unica oggettivamente fiacca Rockin' It) appaiano come loffi. E' solo un'impressione, certo, eppure a questa non si sfugge. Voglio dire, B-Side To Hollywood farebbe la gioia di molti artisti oggi presenti sul mercato, eppure dopo aver sentito una Krystal Karrington o una Sparkle ti fa pensare "niente de che". Ingiusto quanto vuoi, ma capita. Tolte queste imperfezioni, le uniche cose che mi vengono in mente sono domande. Per esempio, come mai Ski non se lo fili più nessuno. Voglio dire, dopo le belle cose prodotte per Jay-Z e quest'ottimo Uptown Saturday Night (suo vero biglietto da visita) cosa doveva fare? Sconfiggere la fame nel mondo? Oppure, ancora, com'è che chi è stato capace di mettere insieme un simile disco abbia poi ampiamente deluso con quelli successivi? E perchè USN non viene mai tirato fuori nelle discussioni da Amarcord del tipo "si stava meglio quando si stava peggio"? Misteri. Comunque sia, dategli un ascolto e, soprattutto, compratevelo originale ché il lavoro di mixaggio è ottimo e, garantisco, la differenza tra mp3 e originale si sente.
Spero che perdonerete la mia recente schizofrenia nello scegliere gli album da recensire, ma avendo forse (e qui mi do una scaramantica frugata di pacco) trovato casa tendo ad essere un po' in sbattimento e dunque con l'umore variabile. Ciò si ripercuote ovviamente sulla selezione musicale e oggi, dovendo staccare un assegno da 500€ tanto per, ho bisogno di rilassarmi. Cosa c'è di meglio, dunque, di un album dei De La Soul, specialmente se il loro più jazzato oltreché il mio preferito e quello a cui sono più affezionato? The Low End Theory, senz'altro, ma avendolo già recensito immagino che mi dovrò accontentare di quel che passa il convento. Insomma, fatto sta che Buhloone Mind State è secondo me rilevante per tre buoni motivi: il primo è che è stato l'ultimo album ad essere interamente prodotto da Prince Paul; il secondo che è il loro disco più sottovalutato persino volendo includere The Grind Date (gran bel lavoro anche quello, tra parentesi); il terzo, infine, è che in questi 50 minuti scarsi di musica i tre sanciscono la definitiva rottura con qualsiasi volontà di compiacere il pubblico più vasto (nel '93!). Ciò però non significa necessariamente prendere una posizione netta ed urlata come invece fecero -per dire- gli EPMD con Crossover o Underground, scristonando magari anche a ragione contro i "poteri forti del caso, quanto piuttosto addensare in poche tracce una complessità musicale indigeribile al primo ascolto e dunque de facto inadatta ad una fruizione usa-e-getta. E tra le loro liriche, i loro giochi di parole, la strutturazione dell'intera opera nonchè il fondamentale contributo di Prince Paul, credo che il gioco gli sia riuscito bene; ad ascoltarlo così, en passant e magari cercando il pezzo d'immediato impatto, Buhloone Mind State pare fallire... salvo riprenderlo in mano una, due, tre o più volte e scoprire che di carne al fuoco ce n'è parecchia. Smembrarlo dunque com'è mia abitudine sarebbe scorretto, tuttavia non posso fare a meno di sottolineare la bontà di tracce come I Am I Be: in uno dei pezzi più seri dell'intera discografia dei De La, Pos & soci si lanciano in una serie di osservazioni che dal personale partono per toccare temi più ampi come lo sfruttamento della cultura afroamericana, trovando peraltro il tempo di lanciare una frecciata nemmeno troppo dissimulata agli ex compagni dei Native Tongues ("Or some tongues who lied/ and said "We'll be natives to the end" nowadays we don't even speak"). Il tutto mentre Maceo Parker si concede un paio di assoli che, per la maggior gioia dei musicofili, trovano uno sfogo completo in I Be Blowin' (che non a caso usa il medesimo campione di I Am I Be). Altri pezzi eventualmente "sottraibili" dall'insieme sono poi la stupenda Ego Trippin' Pt. Two, che gode di uno dei beat al contempo più tradizionali e belli di Prince Paul, e, naturalmente, il singolo Breakadawn col suo campione di Can't Help It di Michael Jackson (per capire la differenza tra melodia e kitsch paragonatelo al pezzo di Royal Flush). Per il resto viaggiamo sempre su una qualità alta, ma personalmente trovo difficile separare, che so, Eye Patch da En Focus oppure 3 Days Later dalla pur differente Area; reputo infatti che queste colgano nel segno solo se contestualizzate, e dunque non andrò contro la loro natura. Insomma, come s'è potuto capire ho ben poco da ridire su Buhloone Mind State -anzi, in quanto a basi non riesco a trovare difetti evidenti salvo, forse, qualche microscopico calo d'ispirazione quà e là (Eye Patch, In the Woods) e l'inevitabile caduta nel reame del weirdo (i tizi giapponesi che rappano a metà disco faranno molto eclettico ma fanno anche molto cagare); e del resto anche l'emceeing è difficilmente opinabile. certo, i De la sono sempre stati un po' bizzarri/originali nel gestire i loro stili, ma del resto è il loro marchio di fabbrica e se non lo si riesce ad accettare l'unica è non ascoltarli. Ma, garantisco, si correrebbe il rischio di perdere qualcosa.
Per quanto io sia uno che spesso ha ragione, talvolta mi capita di liquidare con eccessiva frettolosità determinati temi o argomenti, correndo dunque il rischio di perdermi eventuali evoluzioni/miglioramenti degli stessi. Chissà, magari in questo preciso istante potrei avere tra le mani un bellissimo secondo album degli Snowgoons; purtroppo, avendo bollato il primo come noioso, banale, scontato e privo d'originalità credo che correrò il rischio -benchè abbia dei motivi per mettere in dubbio le mie certezze (almeno in linea di principio). Uno dei motivi è quest'album degli Slum Village. Sapete, fino al novembre del 2005 avevo ritenuto il gruppo di Detroit poco più di un'ottima alternativa al Halcion o simili perchè a me Fantastic faceva e fa schiantare i maroni a cemento, roba che gli album successivi nemmeno m'ero premurato di scaricarli. Senza contare, naturalmente, che come MC non è che fossero un granchè dotati. E invece -nemmeno mi ricordo perchè- in quel mese di tre anni fa decisi di dar loro una chance, trovandomi con mia grande sorpresa di fronte ad un album certamente non perfetto ma che mi piaceva parecchio. Di fronte allo scorrere della musica, dovuto principalmente all'eccellente lavoro svolto dai BR Gunna, qualsiasi sbavatura passava in secondo piano e, per di più, perlomeno a 'sto giro c'era anche qualcuno capace di far danni con un microfono in mano: Elzhi. Certo, successivamente avrei poi scoperto che questo non era il suo esordio come membro degli SV, così come sarei venuto a conoscenza dei precedenti lavori dei BR Gunna, ma questa è un'altra storia... il punto qui è che con sole tredici tracce un gruppo finora da me ritenuto ai limiti della mediocrità mi aveva fatto cambiare posizione di 180°. Ora, non pretendo che in questo caso tutti siano d'accordo con me: molti di coloro a cui ho caldamente consigliato l'ascolto di Slum Village lo hanno bollato come "bellino" ma poco più, segno evidente di quanto qui siano in gioco determinate atmosfere più che oggettivi meriti tecnici. D'altro canto è anche vero che nessuno ha mai teorizzato una sua bruttezza, e se ciò è avvenuto credo lo si deva in primo luogo a Young RJ e a Black Milk, che si spartiscono gli oneri delle produzioni dell'LP. Contrariamente però a quanto avrebbero dimostrato le differenze tra gli sviluppi delle rispettive carriere, tra i due è indubbiamente RJ a svettare: pur rispettando l'estetica di Detroit in termini di combinazioni tra basso e batteria (che riassumerei in relativa irregolarità, nitidezza di suono, potenza) egli riesce a combinare eccellentemente campioni vocali e melodie estratti principalmente dal soul, oltreché jazz e strumentazione live. L'esempio migliore di ciò è la superba 05, indubbiamente il pezzo migliore tra tutti, che unisce strumenti suonati dal vivo a note sparse di pianoforte e, soprattutto, ad un'impronta jazz che vede il suo culmine nei minuti conclusivi del pezzo, caratterizzati da assoli di sax e batteria assolutamente da urlo che giustificano pienamente la lunga durata della canzone (sei minuti di cui appena due passati a rappare). Ma anche l'iniziale Giant, col bel coro filtrato che va a contrapporsi ad un solido lavoro di programmazione delle batterie, e la più cupa Def Do Us o l'eterea Fantastic possono ben dare un'idea dello stile del Nostro. Dal canto suo sarebbe però ingiustamente relegare Black Milk ad un ruolo di semplice comprimario: in fondo non solo coproduce una svariata selezione di canzoni più che degne (Can I Be Me in primis, certo, ma anche le Dilliane EZ Up e Multiply), ma si dà da fare per far risaltare la sua personalità pià essenzialista -hardcore, se volete- attraverso le ottime Set It e l'ultrafunkettona Hear This. Insomma, l'accoppiata funziona ancor meglio che in precedenza, e per quanto sussista una gradita omogeneità acustica questa non scade nella monotonia grazie al buon lavoro di coppia svolto dai nostri eroi. Ecco, casomai potrei aver da ridire sulla melensa Call Me che, oltre a vedere l'immancabile featuring di Dwele, riprende il celeberrimo campione di Between The Sheets reso immortale da It Was A Good Day di Ice Cube cercando di riutilizzarlo in chiave sentimentale: ecco, appunto, lode per il coraggio ma purtroppo quel campione è "suo" e qualsiasi -inevitabile- paragone vedrà perdere lo sfidante. E di analogo semifallimento si può parlare nel caso di Hell Naw, che pur presentando un'idea interessante (un basso "rotolante" che sostituisce il rullante e che va di pari passo con un giro di chitarra acustica) ritorna un'impressione di incompiutezza e, in ultima analisi, di monotonia. Monotonia data anche dai nostri cari T3 ed Elzhi, che purtroppo non hanno abbastanza carisma per tirare su un pezzo solo con le liriche e che in presenza di un beat sottotono risaltano negativamente in termini puramente tecnici (T3 a rimare è una mezza pippa) così come contenutistici (tutt'e due). Perchè purtroppo, va detto, la maggioranza dei pezzi ha a che fare con i rapporti col gentil sesso; il che non solo è soggettivamente poco interessante in sè e per sè, ma diventa quasi alienante nel momento in cui la forma risulta spesso povera quanto i contenuti. Al punto tale che scorrendo tra le canzoni ho quasi momenti di euforia ad ascoltare del sano vecchio battle rap (1,2 in particolare risalta, sia grazie al validissimo beat di MoSS che grazie a Elzhi che qui sfodera una tecnica invidiabile) oppure qualcosa che sia comunque esterno alla passera (no, davvero, Def Do Us o Giant sono in tal senso dei toccasana). Ma per fortuna, come dicevo, in questo Slum Village sono le atmosfere a fare da padrone; lacune stilistiche e monotonia contenutistica passano così in secondo piano, consentendo all'ascoltatore di godersi la musica senza avere crisi di diabete. Sicché, nell'attesa che esca qualcosa di nuovo da parte del duo ma soprattutto che venga pubblicato in via ufficiale The Preface (che anticipo essere un disco della madonna), questo è senz'altro uno dei modi migliori di godersi un po' di suono di Detroit o, molto semplicemente, di passare tre quarti d'ora in compagnia di buona musica.
Al contrario di diversi altri audioblog, questo sito non si propone né di tenervi aggiornati sulle ultime uscite in tempo reale, né di fornire guide approfondite e ragionate a determinati artisti. Più semplicemente, non è altro che la graduale messa online della mia collezione di dischi e, in qualche caso, di cose originali fatte da me. Come ogni buon collezionista, tendo a voler avere quanto più materiale su formato originale; non pretendo naturalmente che chiunque la pensi allo stesso modo, ma sarebbe corretto acquistare i dischi che ci piacciono. Credo anche che in questo modo cambi la percezione della musica, che il supporto fisico le attribuisca un valore aggiunto che spinge ad approfondire gli ascolti (vuoi anche solo perchè uno ci ha speso dei soldi). Va da sè che i file vanno cancellati dopo 24h -mi raccomando, eh. Inoltre, salvo rare eccezioni, difficilmente riupperò i link scaduti da tempo -lavorando, purtroppo, il tempo a mia disposizione è quello che è. Commenti e consigli sono sempre ben accetti.