lunedì 30 novembre 2009

PO' BOY

Troyale, dopo che m'hai fracassato il belino per l'immagine nemmeno una mail? Beh, puoi scaricare la scansione in alta risoluzione da QUI e osannarmi. Un giorno o l'altro, quando avrò voglia di venir preso per il culo aggràtis, vi girerò la mia tesi...

NAS - STILLMATIC (Columbia/Ill Will, 2001)

Non molto tempo fa ho recensito Illmatic decantandone le lodi e conferendogli di conseguenza un tanto ovvio quanto meritato punteggio pieno: del resto cosa si può fare quando ti trovi di fronte ad uno dei tre migliori dischi degli ultimi quindici anni, se non il migliore? Bene, era il 1994. Ora facciamo un balzo in avanti di sette anni e ricapitoliamo in breve cos'è successo durante questo periodo: il rapper conosciuto come Nasty Nas ha pubblicato prima un album valido me deludente se rapportato al precedente, poi a momenti s'è bruciato la carriera col ben brutto disco del collettivo The Firm salvo risollevarla col discreto I Am, ed infine ha spazientito persino i suoi fan più accaniti col fiacco Nastradamus. Tutto ciò è avvenuto contestualmente ad uno spostamento degli equilibri all'interno della scena americana, che ha visto prima l'emersione e dopo la consacrazione commerciale definitiva degli stati a sud della Mason-Dixon, e poi una scissione irreversibile tra underground e mainstream, con a capo di quest'ultimo "filone" un Jay-Z quanto mai battagliero e deciso a schiacciare i suoi avversari, tra i quali proprio Nas.
Veniamo quindi a Stillmatic: com'era ovvio, ciò di cui Nasir Jones aveva bisogno era di un qualcosa di ben definito che lo svegliasse dal suo torpore e lo reindirizzasse sui binari abbandonati tanto tempo prima, e ciò è avvenuto nell'estate e nell'autunno di otto anni fa. I vari dissing di Jay-Z, soprattutto quello fatto durante la Summer Jam e la successiva conferma data da Takeover (che aveva come plus quello di essere incluso in un album classico, come a conferma della validità dello status dell'autore), hanno fatto capire al Nostro che se non voleva chiudere la carriera così l'unica soluzione era quella di ricreare un Illmatic moderno. E per un soffio quasi non ce l'ha fatta.
Veniamo innanzitutto alla prima cosa che risalta di Stillmatic: le liriche e le diverse concept track qui presenti. Quanto alle rime appare evidente fin dall'introduzione che Jones ha vivaddio abbandonato ogni velleità pseudomafiosetta per tornare a focalizzarsi su quella poesia di strada che gli aveva fatto meritare il titolo di erede di Rakim; e difatti la cosa non solo gli riesce ma gli riesce benissimo. Stillmatic è uno dei dischi moderni meglio rappati che la mia pur enciclopedica memoria può ricordare, con flow e metriche precisi ed incisivi come un bisturi e capaci di sezionare i diversi aspetti della New York del 2001(ma non solo, come vedremo) così come era stato capace di fare nel '94. Su 15 pezzi -17 se includiamo le tracce bonus- almeno tredici (o quindici, a seconda) possono essere definiti la gioia di qualsiasi fan di rap che possa dirsi tale, grazie a metafore originali, un immaginario vivido e dai toni sempre azzeccati, e senz'altro uno sfoggio d'abilità mai fine a sè stesso e comunque autogiustificantesi. Voglio dire, se uno apre un pezzo dicendomi di essere il migliore e poi prosegue così: "narration describes the lives of lost tribes in the ghetto tryin to survive/ The feature opens with this young black child/ fingers scratched, cigarette burns on the sofa, turnin the TV down/ While Mary Jane Girls, 45's playin, soft in the background", io cosa posso dirgli? "Non ti credo, dimostramelo"? Ma è già tutto lì, perdio!
E comunque, se anche fossi un'inguarbile scettico -e viste le delusioni datemi in precedenza da Nas avrei anche il diritto di dubitare- le riconferme che quanto lui sostiene è effettivamente vero vengono giù a pioggia man mano che ci si addentra nell'opera. Ether, ad esempio, oramai più che un dissing è un'icona del genere, tantopiù che ha fatto nascere il verbo «to ether» per descrivere l'offesa perfetta, l'insulto finale, lo sberleffo che chiude i giochi e fa andare via uno dei concorrenti a testa bassa col capo cosparso di cenere. Ricevere un simile riconoscimento non è poco per un genere storicamente competitivo come l'hip hop, questo è indubbio. Così com'è indubbio il fatto che canzoni come Rewind e One Mic siano dimostrazioni di elevatissimo livello di cosa significhi avere un'idea e cosa significhi metterla in pratica: nella prima, infatti, Nasir si lancia in uno storytelling al rovescio esattamente come se si mandasse indietro una videocassetta (quindi non solo la struttura del racconto è invertita ma anche la sua forma) con risultati straordinari, mentre nella seconda fa coincidere il crescendo dato dalla base con il proprio tono di voce e con la metrica e, tanto per non "annoiare", con la terza strofa ribalta questo climax fino a giungere ad un epilogo pressoché sussurrato.
Non basta, non ancora: Destroy & Rebuild è una sorta di cover di The Bridge Is Over, con la ovvia differenza che l'attacco stavolta è portato dall'interno e vede come vittime Prodigy, Nature e Cormega; inutile dilungarsi su questioni come chi ha torto o chi ha ragione, ciò che conta è che liricamente la canzone regge benissimo il peso di quell'eredità. Ancora, Rule si propone come una sorta di sequel di If I Ruled The World e lo fa bene, mentre My Country e What Goes Around si propongono come i pezzi più pregnanti dal punto di vista della critica sociale. E laddove la prima è parzialmente rovinata da un tragico featuring e da un epilogo non proprio «sul pezzo» ("This goes out to Che Guevara, a revolutionary destroyed by his country"... no Nasir, lui era argentino ed è stato ucciso in Bolivia da forze governative locali, e non me la racconti che intendevi al Sudamerica), la seconda è semplicemente inattaccabile.
Ora, se non vado avanti è solo perchè riassumere pezzi così ben scritti in bignamini di dieci/venti parole rischia di privare l'ascolto della sua caratura originale. Meglio allora parlare di beat, così posso anche spiegare perchè malgrado un'assoluta eccellenza lirica non me la sento di conferire i tanto agognati cinque zainetti a Stillmatic. Vedete, se infatti escludiamo la tragica Braveheart Party (che è stata esclusa fin dalla seconda ristampa, che comunque ho ma che vi propongo lo stesso per correttezza filologica), il problema di Stillmatic è che le basi non sono sufficentemente valide per fargli raggiungere la perfezione. Insomma, per farla breve: se Nas avesse dato alle stampe non dico dieci, ma undici o dodici canzoni e poi stop avremmo sì un classico; così, semplicemente, no. Prima di tutto fatemi dire che il beat di Ron Browz per Ether è l'unica cosa che mi fa dubitare dell'indiscussa superiorità di questa su Takeover; quando penso a "suono di plastica" io penso ad Ether, perchè quegli archi ultrafiltrati e la pressoché totale assenza di batterie rappresenta proprio questo. Se invece cerco una definizione di "sample del cazzo", cosa dire allora della scelta di adoperare un campione tratto da Everybody Wants To Rule The World dei Tears For Fears? Certo, c'è stato di peggio (vedi i Duran Duran e la loro Notorious), ma santiddio... In più, basi come quelle di Destroy & Rebuild (Baby Paul) o You're Da Man (Large Professor) non rappresentano certamente il meglio che si potesse ottenere dai loro autori, specie in quest'ultimo caso, dove la colonna sonora di Exodus viene ripresa per la zilionesima volta e pure in maniera moscia.
Ciò detto, per il resto ci siamo eccome: Got Urself A Gun campiona in maniera prevedibile ma efficace il pezzo d'apertura dei Sopranos, Woke Up this Morning degli Alabama 3 e picchia in maniera non indifferente; 2nd Childhood vede un Premier a suo agio con delle atmosfere rilassate ideali per i contenuti del testo, e Large Pro, dal canto suo, si redime per i peccati di You're Da Man con l'eccellente ed atmosferica Rewind. A stupire, però, non è solo Salaam Remi con la sua sobria, semplice ed efficace What Goes Around, ma anche e soprattutto Nas, che firma in veste di coproduttore l'ottima Smokin' e la sensazionale One Mic. Come una persona capace di creare -anche solo parzialmente- due simili beat continui puntualmente a cazziare le scelte delle basi è davvero al di là delle mie facoltà cognitive.
Bòn. Cosa resta da dire (a parte che il ritornello di Rule eseguito da Amerie fa cagare)? Resta da dire che nella scaletta delle migliori opere di Nasir Jones -e sono quattro se escludiamo i Lost Tapes- questa probabilmente si colloca come seconda, e calcolando il valore della prima direi che non è poco. Come ho detto, se la tracklist avesse escluso You're Da Man, Braveheart Party (già fatto ma, insisto, la prima stampa la include ed è stata tolta per motivi esterni alla scelta artistica), e volendo anche My Country -per via del portaborse incapace- e al limite Rule ed il suo tremendo ritornello- allora avremmo tra le mani un classico inattaccabile. Così, invece, c'è "solo" un disco che pur non essendo letteralmente perfetto riesce a raggiungere questo status grazie sì a molte basi azzeccate, ma soprattutto ad un Nas come non lo si sentiva dal '94.





Nas - Stillmatic

VIDEO: ONE MIC

venerdì 27 novembre 2009

FAT JOE - DON CARTAGENA (Big Beat/Atlantic, 1998)

Ultimamente sto un po' abusando di birra e Assassin's Creed II; nei scorsi giorni sono infatti uscito dal lavoro, andato a farmi un due-tre birre, e poi intorno alle 22 mi sono assiso davanti al mio nuovo passatempo per qualche ora, sfruttando così il fatto che in genere da ciuco gioco meglio. Il risultato più evidente di questa mia pericolosa deriva è da un lato una certa sonnolenza mattutina, e dall'altro un sonno irrequieto in cui sogno le cose più folli e quando squilla infine la sveglia risulto sempre un po' sballato. E così stamattina, dopo aver immaginato una rissa con Spencer Pratt (nientemeno!), ho deciso che la cosa migliore per ristabilire un certo equilibrio nello svolgimento della giornata era quello di andare a colpo sicuro e recensire un disco su cui ho un'opinione ormai ben consolidata da almeno dieci anni.
Era l'autunno del 1998 e nella primavera di quell'anno era stato pubblicato lo storico Capital Punishment, da me molto apprezzato. Il mentore di Pun, Fat Joe, non solo aveva alle spalle il valido Jealous One's Envy, ma nell'intervallo di tempo tra quella pubblicazione ed il suo seguito aveva dimostrato un miglioramento tecnico non indifferente -complice sicuramente un certo aiuto da parte di Cristopher Rios. Per giunta, nell'estate di undici anni fa aveva lanciato una campagna promozionale per il suo nuovo lavoro in cui il fan medio veniva a conoscenza della partecipazione al progetto di nomi da nulla come Premier, Raekwon, Noreaga, Baby Paul, Marley Marl, Nas, Buckwild, Spunk Bigga, i Beatnuts e altri. Roba da leccarsi i baffi, visto e considerato che all'epoca tutte queste persone avevano un curriculum pressoché immacolato, e difatti Don Cartagena ebbe un successo commerciale più che soddisfacente (disco d'oro) ed anche la critica lo reputò l'opera migliore del Nostro.
E mentre su quest'ultima affermazione sono combattuto ma senz'altro non in totale disaccordo, su un fatto direi che possiamo concordare senza esitazione: Don Cartagena è l'ultimo album bello di Joey. Il successivo J.O.S.E. volendo si può salvare per qualche pezzo quà e là, ma da lì in poi la sua carriera è stata un susseguirsi di immani porcherie solo in minima parte rese comprensibili dalla ricerca del successo commerciale. Pertanto il mio consiglio iniziale non può che essere da un lato di stare alla larga dalle puzzonate propinateci in seguito, e dall'altro di approciarsi a DC come a una sorta di canto del cigno da parte di un artista che, pure con tutti i suoi difetti, è riuscito a regalarci almeno cinque anni di musica degna di nota.
Venendo ora all'album in discussione, le prime cose che si notano sono l'affinità con Capital Punishment (a partire dalla grafica fino all'impostazione complessiva del sound, radicalmente scissa tra hardcore ed accessibilità) e la gargantuesca lista di featuring, tanto che a fare la spunta delle canzoni si nota che di pezzi solisti ce ne sono solamente due su quattordici. Pur considerando perciò la moda dell'epoca, in cui le comparsate di massa erano all'ordine del giorno, è inevitabile ritenere questo disco più come una compilation che non l'opera di una singola persona. La cosa poi non inficia in nessun modo l'ascolto, sia ben chiaro, ma trovo giusto far notare questo fatto in quanto alla fine il nome che campeggia in copertina risulta essere rapportabile al ruolo di A&R più che di artista propriamente detto.
Ma a parte questo "dettaglio" di discutibile importanza, la carne al fuoco risulta essere ottima ed abbondante. Don Cartagena apre con veemenza e già fin dall'ottima Crack Attack si può notare un enorme miglioramento dal punto di vista delle liriche di Joey (o nella scelta dei ghostwriter); su un campione di piano tagliato con gusto ed una sezione ritmica capace di spaccare in due qualsiasi woofer e polverizzare i mid-range -ringraziamo tutti insime L.E.S.- il panzone tamarro non fa prigionieri: "You could tell it's on from my introduction/ Hibernate the junction with killin somethin when you was barely dumpin/ You ain't even nuttin to worry about/ I flurried your mouth with about thirty right in front of your house". Autoesaltazione e dichiarazioni ghettuse a profusione proseguono poi in Triplets, dove su un beat ugualmente tenebroso a cura di Dame Grease il nostro paffuto eroe viene affiancato da Armageddon e, soprattutto, da un ottimo Big Pun ancora fresco dei fast di Capital Punishment ed assolutamente in forma -per quanto questo modo di dire faccia sorridere. Le sue rime multisillabiche, il flow praticamente robotico ed i tipici passaggi tuttitiratituttidunfiato rientrano senz'altro tra i pregi di Don Cartagena ed ogni volta che Rios accende il microfono fa a pezzi chiunque si trovi nello studio con lui; che si tratti di Joe, Nas o Raekwon, il panzone portoricano è anche stavolta la star dello spettacolo.
Si veda per esempio la famosa posse cut intitolata John Blaze, autentico tormentone dell'epoca, in cui una base prodotta da Ski viene violentata da Nas, Jadakiss, Raekwon, Joe e appunto Big Pun; oppure, ancora, le esibizioni di potenziale bravura dell'intera Terror Squad, dove egli emerge come il più talentuoso di tutti (anche se Cuban Link in Hidden Hand gli dà filo da torcere). Insomma, non si può nascondere il fatto che, anche e soprattutto alla luce della bravura del suo discepolo, Fat Joe non sia esattamente il più dotato degli MC al mondo. Eppure, non capitemi male, questa sua tendenza ad essere oscurato dall'ospite di turno -si escludono vivaddio Puff Daddy e Charli Baltimore- non significa né che sia sgradevole da ascoltare, né che le canzoni siano delle puzzonate: ad esempio, vuoi anche per lo stupendo beat prodotto dai Beatnuts e dai Ghetto Pros, ma Misery Needs Company emerge come una delle canzoni più potenti di tutto l'assortimento e questo anche per merito di Joey, non solo di Noreaga. Idem per Find Out, dove l'energica base di Marley Marl vede nel carisma del Nostro un'ottima controparte, oppure anche la premierana Dat Gangsta Shit -anch'essa degnamente supportata da un testo ed un flow che si accompagnano benissimo al tiro impresso da sample e batterie.
Il fatto poi che in tutto l'album ci sia un solo pezzo dai contenuti remotamente richiedenti l'uso delle sinapsi -sto parlando della semicospirazionista Hidden Hand, comunque più vicina ai Killarmy che a Chomsky- aiuta decisamente Fat Joe ad esprimersi al meglio, e cioè con uno stile votato più alla potenza pura e semplice che non ai tecnicismi. Non a caso, i (devo dire pochi) brani in cui si cerca una via d'entrata ai club, come Bet Ya Man Can't o Don Cartagena, soffrono un po' della veemenza di Joey che, contrariamente a Pun, dimostra di non essere capace di costruire un ponte realmente efficace tra liricismo e cazzeggio. Tuttavia, a suo elogio va detto che i pezzi più ballabili conservano una loro dignità e non hanno nulla a cui spartire con le nefandezze di cui egli stesso si macchierà a partire dal 2001; anzi, a conti fatti, l'unica nota stonata di un album che personalmente reputo molto bello è la collaborazione con due dei Bone Thugs 'N' Harmony, i quali già da Art Of War in poi mi sono sempre parsi come spompati e fondamentalmente inutili. Per il resto, riassumendo, direi che per le mani abbiamo almeno cinque canzoni eccellenti, altrettanto molto belle ed infine tre passabili: non male!
Chiudo allora dicendo una cosa: non voglio tornare a riepilogare tutti gli «EPIC FAIL» che hanno visto protagonista il grassone, ma di certo mi mette tristezza che la stessa persona che è stata capace di organizzare -questo il termine giusto- un disco valido come Don Cartagena oramai sia ridotto all'ombra di sè stesso. Spero solo che per la sua famiglia l'introiettamento sia servito, perchè da un'ottica artistica il declino è evidente ed imperdonabile. Pazienza, cosa possiamo farci? Riascoltiamo in silenzio quest'opera, che personalmente apprezzo ben oltre il voto datogli (non so, alcuni album centrano pienamente i miei gusti e Don Cartagena fa parte di essi), e mettiamoci sopra una pietra bella grossa.





Fat Joe - Don Cartagena (file recuperato altrove per i soliti ciocchi col lettore del Mac)

VIDEO: JOHN BLAZE

Fat joe-nas--raekwon-Big Pun.. "John Blaze"
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giovedì 26 novembre 2009

EVERY RECORD LABEL SUCKS DICK

Non so se oggi recensirò qualcosa -dipende se mi arriva l'ultimo ordine fatto su Amazon- ma, casomai non dovesse avvenire nulla, vorrei comunque lasciarvi con un qualcosa di meravigliosamente simbolico dello stato pietoso in cui versa il mercato discografico italiano. Il filmato che potete vedere qua sotto, scoperto per caso QUI dopo aver fatto un giro sulle Malvestite, è una sorta di orrenda creazione delle menti atrofizzate dei Lyor Cohen de noantri e, come tale, si collega per direttissima alla valanga di merda pentagrammata che si abbatte su chiunque abbia l'ardire di sintonizzare la radio su frequenze diverse dal terzo e dal quinto canale della Rai. Se riuscite a superare i tanti momenti di disgusto e di sincera incredulità per quello che state vedendo, vi garantisco che qualche risata ve la potete fare.

mercoledì 25 novembre 2009

KOOL G RAP - ROOTS OF EVIL (Illstreet/Down Low Music, 1998)

Volendo rimandare un mio giudizio sull'album di Masta Ace ed EdO.G, di cui non mi son fatto ancora un'opinione ben delineata, direi che non c'è nulla di meglio che rispolverare quello che a mio avviso è l'ultimo album degno di Kool G Rap: Roots Of Evil. La sua pubblicazione fu segnata al contempo da diverse complicazioni, che riguardavano sia G Rap stesso (che aveva grossi problemi a New York, tanto che in quel periodo s'era ritirato in Arizona), sia il marketing (limitatissimo, essendo passato da una major a una indie quando queste ancora erano poco più che etichette locali), sia l'hip hop nel suo insieme (che in quel periodo di transizione stava vedendo la definitiva divisione tra underground e mainstream). Fatto sta che il successo commerciale di Roots Of Evil fu pressoché nullo, ed anche la critica lo bollò come un'opera minore assolutamente trascurabile e in definitiva inferiore alle inevitabili aspettative generate dal curriculum artistico di Nathaniel Wilson.
Premetto che questa non aveva tutti i torti. In effetti, rispetto anche solo a 4,5,6, quest'opera soffre di diversi difetti tra cui dei featuring discutibili, una ingiustificabile prolissità e soprattutto alcuni beat non proprio ispirati -e sto usando un eufemismo. Ma è anche vero che ciascuno di questi difetti è proporzionalmente controbilanciato da altrettanti aspetti postivi, come ad esempio delle basi potenti ed efficaci, storytelling come al solito eccellenti ed una visione artistica dell'insieme forse discutibile ma che rappresenta forse la sintesi perfetta di quella che è stata quasi l'invenzione (una delle tante) di G Rap: il mafioso rap, termine tanto orrendo quanto comunque utile a descrivere la trasposizione in 4/4 dell'immaginario legato ai film di De Palma, Scorsese e Coppola. Roots of Evil si potrebbe infatti quasi definire un concept album, dal momento in cui non solo tutti i pezzi trovano l'ispirazione nella vena dei sopracitati «mob flicks», ma alcuni di essi vi si addentrano completamente. L'esempio più clamoroso può essere Thugs Love Story, suddivisa in tre capitoli e, assieme alla successiva Da Bosses Lady, dichiaratamente ispirata alla tresca da Pacino e la Pfeiffer in Scarface; ma pure Hitman's Diary, Foul Cats o One Dark Night si ricollegano perfettamente al genere, anche se meno lussureggiante e più da sottobosco criminale, à la Scorsese. Menzione a parte merita la magnifica Mobsta's, in cui G Rap dimostra nuovamente l'immenso talento di cui è dotato collegando in una trama, in uno storytelling, praticamente tutti i nomi del gangsterismo americano dello scorso secolo.
Insomma, ammesso che questo sottogenere vi piaccia, penso che Roots Of Evil sia forse la sua sublimazione e la sua declinazione in tutti i modi possibili, eseguiti oltretutto alla perfezione: dall'autoesaltazione allo storytelling, credo che quest'album possa legittimamente mettere la parola "fine" all'argomento. E scordatevi le pacchianate di Nas Escobar ed epigoni; vi garantisco che G Rap ha in questo mille marce in più rispetto ai suoi imitatori, in quanto è (stato?) l'unico capace di mescolare gli aspetti più pacchiani e reppusocentrici (i soldi, la figa, il potere e bla bla bla) a quelli più violenti e rivoltanti, esattamente come si può vedere in Goodfellas, in cui sì ci sono le macchinone e le pellicce, ma al contempo ci sono anche i pestaggi, le sepolture nei campi di grano e le uccisioni a tradimento. Insomma, paradossalmente risulta più credibile o, meglio ancora, verosimile (prendete con le pinze quest'affermazione).
Ma a parte il Leitmotiv dell'album, un altro motivo per ascoltare l'album - sarebbe più corretto definire "il solito" motivo- è la bravura di Kool G Rap. Come al solito, egli anche qui dà il meglio di sè nella tecnica, eccellendo nelle rime incrociate, nelle assonanze, e nelle rime multisillabiche come nel tempo egli ha insegnato a fare; ma, contrariamente a tanti, questa sua abilità non lo blocca dal saper strutturare narrazioni capaci di spingersi oltre al tipico «ti rompo il culo». Senza voler citare nuovamente Thugs Love Story, potrei prendere come esempio la breve ma impressionante One Dark Night: in un minuto e venti secondi egli racconta una storia di crimine usando solamente parole la cui desinenza ha la medesima assonanza di "ike", "ife", "ice" e "ipe". Detta così vi fa ridere? beh beccatevi parte del testo: "He tryin to make the wiped out nigga layin up under the white/ But I ain't tryin to go up in no dark tunnel and burn to the light/ And let myself be one more nigga that just got spun in the night/ And done in on sight, and tryin to breathe with one in my pipe/ But I'm not one of the type, and I'd rather lose all hung on the mic/ Than to be up in the yard receivin CPR at one in the night/ Now I can run and take fllght, but alright, yo son'll be hyped/ And I've played mother nature before so yo I'm clappin' thunder tonight/ I step right, inside of the street light, my gun it was bright/ Send him to kiss Christ, and let my shit slice in front of him twice"
Come al solito, sentirla è ben diverso dal leggerla e pertanto è ovvio quale possa essere il mio suggerimento. Aggiungo -prima di concludere la sezione dedicata a rime e tecnica- che proprio in questo periodo G Rap stava passando dall'usare un tipo di metrica molto regolare e scandita con precisione millimetrica in base alle battute, ad un'altra in cui si prendeva maggiore libertà nello distribuire le parole facenti rime sia all'interno del verso che della strofa tutta. In seguito, poi, egli avrebbe ulteriormente accentuato quest'aspetto -in cui talvolta accelera molto- fino a portarlo alla sua forma attuale; forma attuale che reputo un po' forzata e non sempre adeguata al beat (l'impressione è che chiuda in anticipo rispetto alla battuta, fateci caso), per cui questa sorta di ibrido tra precisione chirurgica e maggiore libertà è secondo me l'opzione, la scelta diciamo, più fortunata che si possa avere. Non a caso, egli fa a pezzi tutti i suoi ospiti rappanti, tra cui un prepubescente Jinx Da Juvy, con la voce di Topolino sotto elio, ed un Papoose non ancora in fase di Swaggacation.
Detto questo, passiamo ai beat. I produttori sono principalmente tre, di cui uno solo mediamente noto, e cioè Dr. Butcher (già abbondantemente sentito nel precedente 4,5,6). Gli altri sono tale CJ Moore e tale Fade. Ebbene, contrariamente alle aspettative, chi vince tra i tre è proprio quest'ultimo, che firma due dei pezzi migliori di Roots Of Evil: One Dark Night, col suo cupo loop di piano e le batterie lente e pesanti (ed i rullanti "strascicati" a me fanno sempre impazzire), e Mobsta's, la quale campiona Ain't No Sunshine When She's Gone di Tom Jones meglio di qualsiasi altra versione da me sentita (inclusa, sì, Endangered Species di Cormega). Comunque sia, medaglie al valore escluse, l'intero album gode di un suono adeguato al tipo di liriche qui presenti. Si va dal minimalismo in odor di Premier di Let The Games Begin al piglio epico di Home Sweet Funeral Home, senza scordarsi qualche ammiccamento indiretto alle atmosfere di Scarface (il sample di chitarra di Mafioso ma soprattuttoil campione delle Sister Sledge di Bosses Lady) e, purtroppo, anche al jiggy-vorrei-ma-non-posso (Daddy Figure, Can't Stop The Shine). Insomma: è chiaro che pur restando in territori sinistri, il sound è molto più melodico di quanto non fosse negli album precedenti; pure, un po' di materiale brutalmente hardcore c'è, e per quanto Da Heat e Mafioso suchino rispettivamente il Showbiz del '96 ed il Buckwild più progressivo (potrebbe essere un suo beat del 2000-01), il risultato è ottimo.
Certo, non è che abbiamo solo capolavori: oltre alle già menzionate Daddy Figure e Can't Stop The Shine, a rovinare la festa ci sono pure Tekilla Sunrise e Cannon Fire, e questo senza contare una generale anonimità dell'operato. Tuttavia, in fin dei conti la struttura musicale è ben più solida di quanto la si fosse accusata d'essere all'epoca, e per quanto non rivoluzionaria né perfetta, direi che ancor'oggi regge bene il test del tempo.
E ora il giudddizziodiddio: come valutare questo Roots Of Evil? Io direi che se proprio non ne potete più dei riferimenti a mafiosi di vario genere, avete le balle piene di sentire di sparatorie e cercate dei suoni che si discostino dall'ortodossia, allora lasciate perdere. Au contraire, se invece gli argomenti vi interessano a patto che siano ben presentati -e qui lo sono, eccome- allora non potete farvi scappare questo album. Tolte cinque o sei tracce tra il brutto ed il trascurabile, sono convinto che Roots Of Evil saprà darvi più soddisfazioni di quante non osereste aspettarvi.





Kool G Rap - Roots Of Evil

martedì 24 novembre 2009

KRS ONE & BUCKSHOT - SURVIVAL SKILLS (Duck Down, 2009)

Io so. E ho le prove. E non perchè sia un intellettuale, bensì perchè ho le orecchie ed un inarrivabile spirito d'osservazione: ascoltare la musica di Lil' Wayne atrofizza le sinapsi, priva una persona del buonsenso e della propria Bildung. Bruciando neuroni peggio del crystal meth, essa porta inevitabilmente un essere di media intelligenza ad una incontrovertibile regressione alla fase anale. Le vittime mietute finora sono milioni in tutto il mondo -la famosa teoria di Immortal Technique sulle vendite è ormai a prova di bomba- ed alcune di esse si trovano ancora nei rispettivi posti di lavoro. Incapaci di distinguere un buco per terra dal proprio buco del culo, essi sono oramai completamente incapaci di intendere e di volere, ma alcuni tra loro tengono pur sempre con le leve del potere in mano. Li si potrebbe definire dei Caligolini del capitalismo e della comunicazione, insomma.
Uno di essi è Tom Breihan, le cui più recenti e clamorose sciocchezze gli meriterebbero un internamento gratuito ad Arkham Asylum (vedi il famoso "Asher Roth venderà MILLE MILIONI di copie, MINIMO!"), ma i pochi residui sistemi di tutela sociale evidentemente gli son bastati per conservare la propria posizione all'interno di Pitchfork. Da lì, dalla sua scrivania di Lex Luthor demente della musica, il nostro eroe prosegue imperterrito ad incensare il valore artistico della Young Money e, nel tempo libero, snocciola saggezze e caustici giudizi su rapper seri. Davvero: Breihan come sente musica fatta per piacere a gente dalla licenza media in sù scappa via stile Carl Lewis, manco fosse Kriptonite!
Ora, a parte quest'ultimo paragrafo, non è mia intenzione continuare a sputtanare Tom Breihan: da un lato perchè comunque non servirebbe a niente visto che non conto una sega in Italia e men che meno negli Stati Uniti, ma soprattutto perchè tempo addietro ci pensò già Combat Jack, e per giunta da una posizione molto più autorevole della mia e dunque con tripla o quadrupla efficacia. Mi limiterò perciò a segnalare quanto sia ridicola, infondata e fuori luogo la sua recensione di Survival Skills ed aggiungo che, così come io non mi sognerei mai di scrivere degli Arcade Fire, lui -come molti suoi epigoni- farebbe bene a stare lontano dal rap. Ma veniamo a noi e ad un altro dei tanti dischi del 2009 creati a quattro mani da un duo formatosi ad hoc.
Questa volta è il turno di KRS One e Buckshot, due veterani della scena che non necessitano di alcun tipo d'introduzione in quanto, sommando le reciproche esperienze, giungiamo alla considerevole cifra di quasi quarant'anni di carriera, il che ovviamente comporta che qualcosa dovrebbe esser giunto alle orecchie anche dei meno recettivi. Più interessante è casomai sottolineare come le circostanze abbiano portato due artisti così diversi a collaborare; certo, entrambi sono fautori di un certo rap ortodosso -chiamiamolo così- ma al di là di questo i loro percorsi sono finora stati assai diversi. Buckshot è nato come scugnizzo ed ha mantenuto questo suo status per una buona decina d'anni, salvo poi maturare quel tanto che gli è bastato per abbandonare gli atteggiamenti iperaggressivi degli esordi; KRS, invece, ha sostanzialmente sempre rappresentato al 100% la sua immagine di «teacha», dispensando negli anni insegnamenti, dogmi e ceffoni verbali a chiunque non fosse d'accordo con lui. Sul versante stilistico le differenze sono parimenti sostanziali: Buck ha sempre conservato un certo tipo di calma e minacciosa pacatezza -perdonate l'ossimoro- mentre il suo compare del Bronx non ha mai abbandonato una dizione enfatica ed apertamente aggressiva. In breve: i due sono lo yin e lo yang del rap nuiorchese.
Questa apparente dicotomia trova in realtà un'unione negli intenti, essendo entrambi gli MC scontenti della direzione presa da buona parte del rap e vedendo come unica soluzione a questo stato delle cose un ritorno alle radici. Che vivaddio non significa la rivitalizzazione del sound di una determinata epoca, ma semplicemente un approccio diretto senza troppi fronzoli con in mezzo qualche messaggio un po' più pregnante. Il tutto, com'è naturale, usando beat in linea con la loro visione artistica -e dunque forniti dai cari IllMind, Marco Polo, Black Milk, MoSS, Havoc, Nottz ecc. - ed invitando ospiti a cavallo tra le vecchie glorie (Talib Kweli, Smif 'N' Wessun, Pharoahe Monch) e le nuove leve (K'Naan, Immortal Technique, Naledge). Nulla di rivoluzionario sulla carta, insomma, ma se ben eseguito capace comunque di soddisfare chi si riconosce nell'evidente target di Survival Skills: gente cioè con la terza media, come dicevo.
Bene: cominciamo col dire che a grandi linee gli obiettivi prefissati vengono raggiunti. Nella maggior parte dei casi, beat ed emceeing si complementano egregiamente, c'è una discreta varietà di atmosfere ed i testi reggono, sia che si tratti di materiale concettualmente meglio definito, sia che si tratti di rap fatto per il gusto di rappare. Insomma, state tranquilli: Survival Skills si fa apprezzare ed è tutto fuorchè una cagata. Tuttavia, esso è lungi dall'essere perfetto, ed anzi, quasi ogni traccia presenta dei difetti che passano dalla quisquilia alla scelta sciagurata, col risultato sommario che purtroppo non è possibile ascoltare nulla che sia letteralmente perfetto. Vi faccio una serie di esempi, così capite meglio: la traccia che dà il titolo all'album ha una terza "strofa", chiamiamola così fatta di inutili shoutouts dei quali si poteva fare tranquillamente a meno; Oh Really vede un Talib Kweli decisamente fuori forma rovinare il ritornello, così come del resto Think Of All The Things soffre di un refrain piuttosto sgradevole; Connection è troppo lunga; One Shot non sfrutta la presenza di Pharoahe Monch come sarebbe doveroso fare; Amazin' nasce male come beat, come concetto e per giunta la strofa di KRS è inascoltabile; Murder 1 ospita un inutile Bounty Killer e, infine, di Melanie Fiona e Mary J Blige avrei volentieri fatto a meno.
Capito? Praticamente non esiste un'occasione dove tutti gli elementi combacino alla perfezione senza lasciare un retrogusto amaro in bocca, a parte forse Runnin' Away e Clean Up Crew. E laddove le singole sviste sarebbero perdonabili, nel suo complesso l'opera si trova però a soffrire parecchio perchè a conti fatti le manca quell'elemento capace di far esaltare l'ascoltatore. Inoltre, e questo è un fattore ulteriormente aggravante, ci sono delle canzoni che proprio non reggono praticamente da nessun punto di vista, specie nella second parte dell'album. Amazin' l'ho già citata ma voglio entrare nel dettaglio: innanzitutto qui KRS dà il peggio di sè, nel senso che ritorna sulle sue dannate routine in cui ogni verso deve contenere la stessa parola usata nella precedente (nel caso, appunto, "Amazin") e la cosa era venuta anoia quando ancora andavo al liceo; il ritornello è asinino e, come in molti altri casi, è obbligatorio interrogarsi sul motivo per cui non si abbia optato per dei sani vecchi cut; last but not least, il beat è ripetitivo e stupidamente pomposo, con trombe, synth e quant'altro si poteva inserire per renderlo una sorta di colonna sonora per film di serie Z. The Way I Live è invece una delle cose peggiori di Black Milk, in cui il solitamente eccelso produttore di Detroit ricicla un campione sentito altrove e pure meglio (Feel My Gat Blow dei Mobb, per esempio) aggiungendovi delle batterie insignificanti, sulle quali per giunta entra a gamba tesa una Mary J Blige che definire "inutile" sarebbe poco. E nemmeno vorrei parlare troppo di Past Present Future, in cui un discreto beat di 9th Wonder e delle buone performance da parte di KRS e Buck vengono rovinate dal mai bravo Naledge e da una deleteria Melanie Fiona, messa lì non si capisce bene con quale logica.
E a questo punto, né Clean Up Crew (con un stellare Rock ed una base giustamente cupa), né Runnin' Away (Black Milk si riscatta come si deve) riescono a salvare Survival Skills dal terribile limbo del tre-tre e mezzo; dico "terribile" perchè mi spiace che un progetto i cui punti forti sono comunque in maggioranza rispetto a quelli incontroversibilmente negativi venga sabotato da svarioncini francamente evitabili. Il disco si lascia ascoltare, per carità, e anzi Buckshot qui regala prestazioni altissime, ma a mancare è proprio «l'effetto wow» capace di conferire uno stato di memorabilità all'intera opera.





KRS One & Buckshot - Survival Skills

VIDEO: ROBOT

lunedì 23 novembre 2009

CORMEGA - BORN AND RAISED (Aura, 2009)

Uno dei motivi per i quali ricorderò il 2009 come un anno particolare risiede senz'ombra di dubbio nel climax qualitativo che lo ha caratterizzato: l'anno è iniziato con i N.A.S.A. e si chiuderà probabilmente con i Clipse, come a dire dalla merda alla Nutella. Grossomodo si può infatti dire che nei primi sei mesi sia uscita solo munnezza o comunque robaccia dozzinale, mentre a partire dall'estate abbiamo assistito ad un'impennata di valore senza precedenti; in più, quand'anche questa curva crescente ha subito degli imprevisti, questi sono stati netti ed inequivocabili. Per fare un paio di esempi: Honda & Problemz -primo semestre- è una ficata, Rakim -secondo semestre- una vaccata; stesso discorso per Finale e Jay-Z.
Ma non solo: secondo il mio modesto parere ci troveremo a festeggiare il capodanno avendo in saccoccia almeno tre dischi eccellenti: il sopracitato Honda & Problemz, Only Built 4 Cuban Linx II ed infine questo Born And Raised. A conti fatti, quindi, benchè fino a marzo abbia sofferto i contraccolpi di un disco più fiacco dell'altro, direi che il bilancio di fine anno risulti essere non solo positivo ma anche superiore a quello del 2008 e del 2007. Bene... e allora?
Allora niente, è solo che oramai non so più come introdurre un disco di 'Mega e qualcosa dovevo pur dire, no? O mi sarebbe bastato scrivere "questo disco è una ficata, compratelo" e tanti saluti? Forse sì, sarebbe stato meglio, perchè in effetti come posso descrivere correttamente la bontà di Born And Raised essendo sprovvisto dell'abilità di un David Foster Wallace? Mi rispondo da solo: magari cominciando col dire che, considerata la lunga pausa fatta da 'Mega tra il suo ultimo album solista e questo (sette anni!), e considerate le voci che avevano cominciato a girare per la rete con un effetto domino impressionante -simile a quando Fantozzi guarda la Corazzata Kotiomkin e si vocifera che l'Italia stia vincendo sull'Inghilterra per venti a zero- le aspettative avevano raggiunto un livello spaventoso ed al di fuori di ogni controllo. In più, il fatto che Cory McKay finora non avesse prodotto cose paragonabili a Immobiliarity o Lex Diamond non gli dava nemmeno quella possibilità dell'uscirsene con materiale da "beh dai poteva andare peggio".
Fortunatamente, invece, le promesse sono state mantenute e se per una volta si può parlare di capolavoro (perlomeno personale), ebbene, questo è il caso. Born And Raised è IL disco da comprare se si vuole sentire il meglio che questo MC, partito in sordina e cresciuto artisticamente senza sosta nel corso degli anni, ha da offrirci. Sia come beat, in assoluto i migliori nell'insieme, sia come testi, sia, infine, come pura tecnica. Qui Cormega dà il massimo. Di più: la coesione dell'opera è superiore alle precedenti e, non per la prima volta ma meglio che in precedenza, la sensazione è quella di trovarsi di fronte ad un album vero e proprio e non una collezione di tracce. A partire dal preludio fino alla conclusiva Mega Fresh X, Born And Raised fluisce senza inceppi con una naturalezza oramai purtroppo rara, tant'è che si iunge al termine dell'ascolto con la spontanea tentazione di premere «play» un'ennesima volta.
Innanzitutto, i testi: che lui sia un raro esempio di MC capace di incrociare poesia, hood tales, note autobiografiche e completa onestà è ormai un fatto assodato e di per sè non fa notizia. Ma che sia riuscito a perfezionare alcuni di questi tratti, su tutti la scrittura ma anche l'apertura personale (e senza cadere nel melodramma) dovrebbe esserlo: questo disco è difatti pieno fino all'orlo di quotables in maniera non dissimile da quanto Nas era riuscito a fare in Illmatic. A partire dall'intro, dove 'Mega rappa "This is my defining moment, my rhymes rose in the concrete/ Life imitates art so I spit on heartbeats" fino a giungere a "My jewels so colorful, my daughter don't gotta watch cartoons/ Dudes watch my moves, like Lebron fresh out of high school", le citazioni da fare sarebbero troppe e nemmeno avrebbe senso farle in questa sede. Vi basti sapere che, grazie anche ad una metrica fattasi più complessa ed un notevole miglioramento della tecnica, il Nostro dà la paga a tutti gli ospiti del disco escluso Big Daddy Kane. Scusate se è poco.
Ospiti che, peraltro, pur andando da Tragedy a Grand Puba, passando per Havoc e Lil' Fame, non sono messi lì così per fare ma aggiungono il loro timbro al concetto stesso della canzone su cui sono ospitati. E se la cosa risulta facile -vedi Lil' Fame- piuttosto che riuscita grazie alla stessa presenza -come in Mega Fresh X- il tutto risulta meno scontato nei casi di Define Yourself e, soprattutto, Love Your Family. Quest'ultima, che funge anche da esempio perfetto della capacità d'aprirsi di 'Mega, viene arricchita da un featuring di Havoc qui sorprendentemente capace di restare sul tema e dire la sua.
Insomma, liricamente siamo su livelli altissimi, ma apprezzabili solo se da un lato si parla bene l'inglese e dall'altro se si è capaci di andare oltre alla logica della punchline o della metrica ultracomplessa fine a sè stessa; le tematiche, come già detto, sono quelle caratteristiche del Nostro, ma ruotando comunque attorno a sue esperienze o punti di vista non risultano trite e ritrite nemmeno a chi ha consumato i suoi dischi precedenti.
Ed in quanto a beat, beh... Pete Rock, Large Pro, Premier, L.E.S., Ayatollah... diciamo che nessuno, a parte Easy Mo' Bee (la sua scarna e sottoprodotta Get it In lascia onestamente a desiderare), delude. Inoltre, a metà disco c'è un poker d'assi strabiliante formato dai seguenti pezzi: The Other Side (Fizzy Womack), Live And Learn (Pete Rock), Make It Clear (Premier) e Journey (Large Professor). In particolare, tra questi stupisce sì Primo, finalmente di nuovo tra noi in buona forma, ma soprattutto il membro degli M.O.P., che produce un beat che trasuda jazz da ogni poro -l'avreste mai detto?- grazie anche ad entrate di sax suonate dal vivo che aggiungono la canonica ciliegina sulla torta. Non male neanche Define Yourself, che campiona Go On And Cry di Les McCann, così come le souleggianti What Did I Do e Rapture, che pur attingendo ispirazioni dallo stesso pozzo si collocano ai lati più estremi dello spettro dell'uso dei campioni soul. In chiusura, invece, troviamo un Buckwild forse non al top dell'ispirazione ma che si difende bene, anche se avrei trovato più coerente col sound complessivo dell'album l'inclusione della versione di Fresh curata da Emile. Poco male.
Ora: devo aggiungere altro? Volete proprio che vi trovi qualche difettuccio perchè altrimenti vi sembro troppo un fanboy -cosa che oltretutto effettivamente sono- di Cormega? Beh, allora eccovi appunto Get It in, sinceramente skippabile (e a me gli M.O.P. abbinati al Nostro non hanno mai convinto troppo), e forse lo storytelling di girl, in cui si rappresenta la cocaina come una meretrice che con le sue liaisons ha mietuto diverse vittime (seguono diversi esempi); non che sia un brutto pezzo o che, ma un po' stona considerando che il resto di Born And Raised è assai autobiografico.
Contenti ora? Ecco, allora andate e compratelo perchè è sicuramente uno dei tre migliori dischi di questo 2009 nonchè il migliore della già ottima carriera di 'Mega.





Cormega - Born And Raised

VIDEO: JOURNEY

venerdì 20 novembre 2009

LO SCEMO DEL VENERDÌ SERA

SUPASTITION - CHAIN LETTERS (Soulspazm, 2005)

Non ho mai fatto mistero della scarsa considerazione in cui tengo i Little Brother e la loro cricca, che peraltro include praticamente tutto il mondo più o meno noto dell'emceeing della North Carolina; il mio si potrebbe addirittura definire accanimento, perchè sovente tiro fuori 9th Wonder o Phonte anche in contesti che nulla hanno a che fare con loro, ma d'altronde penso che il mio comportamento sia comprensibile se si considera l'ondata di plausi ed incensamenti ricevuti ad ogni loro uscita. In più, questi atteggiamenti hanno avuto come effetto collaterale quello di far passare in secondo piano gente secondo me molto più degna ed interessante, la cui sola colpa era quella di non sviscerare le loro noiosissime giornate in sedici barre mentre si sventolavano fiori di Bach sotto al naso ascoltando in ciclo continuo Wake Up di Harold Melvin.
Astioso, eh? Sì, indubbiamente; pure, la mia smisurata onestà intellettuale mi ha permesso di cogliere ciò che di buono è stato seminato da questa gente. Che forse non sarà molto, ma di certo è maggiore a quanto prodotto, ad esempio, dai Jedi Mind Tricks -ovverosia una pletora di mediocri cazzoni che reppano coglionate su beat pomposamente epici. Ecco, tra le poche note positive più o meno ricollegabili al fenomeno Little Brother c'è un MC che secondo me ne rappresenta in qualche modo la versione meno autoesegetica, meno pretenziosa e più d'impatto di Nainf Uonder & soci: Supastition. Per molto tempo avevo sentito Kam Moye (questo il suo vero nome e quello con cui ha firmato l'ultimo suo noiosissimo album, se vi può interessare) solamente su canzoni altrui -Cunninlynguists, Kenn Starr o Pumpkinhead, per citarne tre- e di lui mi avevano colpito lo stile, aggressivo e deciso ma non urlato, e la tecnica, pulita e precisa. Sicché, cerca quà e cerca là, ero poi riuscito a scoprire la sua discografia e di essa m'interessa menzionare, più che l'esordio 7 Years Of Bad Luck, il buon EP del 2004 intitolato The Deadline e, per l'appunto, questo Chain Letters.
Ora, se dovessi definire quest'album in una frase, direi che è la versione hardcore di The Listening. Di esso infatti conserva un approccio molto terra a terra in quanto a liriche e chiare influenze della seconda golden age nel reparto musicale; la differenza però consiste nell'atteggiamento più aggressivo del nostro, sia contenutisticamente che stilisticamente, e nei beat, che in genere tendono a picchiare di più distaccandosi così dalla scuola del Pete Rock più rilassato. Sulla carta, quindi, il risultato è interessante ed in linea teorica può rappresentare un ponte tra coloro che si nutrono di pane e D.I.T.C. e coloro che vedono in Common il loro Guru spirituale; tuttavia, pur ricevendo il plauso della critica, non mi sembra che il Nostro sia riuscito a capitalizzare il giusto da quest'uscita e di ciò mi dispiaccio.
Me ne dispiaccio per vari motivi, ma quello maggiore consiste nel riconoscergli lo status di MC capace e carismatico, perlomeno per gli standard dettati dalla scuola Justus League. Supa difatti non sarà né un Immortal Technique, né un Nas; però conserva una buona dose di arroganza/autostima ed un approccio molto diretto nella scrittura, presentandosi così come una persona sì onesta e dunque capace di riconoscere i propri difetti, ma altrettanto orgogliosa dei suoi pregi. In più, e questo è un fatto chiave, la sua tecnica aggressiva funziona qui come un grimaldello per evadere dalla potenziale noia insita in testi così seriosamente egocentrici come buona parte di quelli presenti in Chain Letters. Sentirlo rappare fa piacere, insomma, perchè al di là dell'avere un ottimo lessico ed un'altrettanto valida penna (vedi i diversi storytelling qui presenti), la sua tecnica del respiro è magnifica ed anche nelle rime incrociate più veloci è impossibile perdersi una singola sillaba.
Ne consegue, dunque, che il valore aggiunto che lo stile dà ai contenuti è imprescindibile se si vuol giudicare obiettivamente Supa; e così, pur essendoci una evidente sovrabbondanza di testi in stile «me-against-the-world» che lasciano il tempo che trovano, può sempre essere piacevole sentirlo metter giù un'ennesima strofa rappata da dio. Ma per fortuna non c'è solo questo: in termini introspettivi o, più in generale, cerebralmente pregnanti, vi sono diverse sorprese perlopiù esibite come storytelling: e se non tutti centrano il segno (il suo j'accuse nei confronti del materialismo -Baby Story- è presentato mediante una storia così inverosimile da fargli perdere ogni credibilità), altri mescolano aneddotica a serietà in maniera encomiabile: Split Decisions, Yesterday Everyday (che in qualche modo prosegue il discorso di maturazione iniziato con Fountain Of Youth) o Special Treatment sono quelle che più risaltano. E anche quando Supa espande la sua autostima ed il suo bastiancontrarismo su territori strettamente legati all'hip hop la cosa funziona: Don't Stop, That Ain't Me, Hate My Face o Nickeled Needles meritano e non poco.
Meriti, questi, che come abbiamo visto si devono certamente al Nostro ma anche ai beat: beat che sono prodotti perlopiù dall'ottimo M-Phazes (che li sa far suonare come pochi altri) e soprattutto da Illmind, un altro che è indubbiamente dotato di talento ma le cui prestazioni sono più oscillanti. A margine c'è poi un Jake One precedente la sua svolta filotamarra -e difatti Hate My Face è una bomba- ed un Nicolay che, come al solito, trovo troppo noiùs ad eccezion fatta per A Baby Story, che usa lo stesso campione di Insomnia di Kaos (non la Vanoni) ma che, come ho detto, perde purtroppo punti a causa del testo. Chiusa la parentesi, torniamo al duo di M-Phazes e Illmind partendo dal primo. Il produttore australiano si richiama chiaramente allo stile più classicamente nainfuonderiano, ma la marcia in più che ha è quella di saper far suonare le sue basi: e così, per esempio, gli archi usati in Don't Stop passano in secondo piano rispetto ai potenti rullanti ed alla corposa linea di basso, che difatti reggono tranquillamente da soli le strofe. Idem per Split Decisions, che fornisce un tappeto sonoro dalle reminescenza jazzate elegante ed al contempo incisivo; Nickeled Needles, poi, oltre ad avere le "solite" batterie gode pure di un eccellente campione di piano che la rende uno dei pezzi migliori di Chain Letters. Dal canto suo, Illmind ha il pregio di fornirci le due ottime versioni di Soul Control (e sotto ogni punto di vista preferisco la versione solitaria), molto Native Tongues, ed un bel po' di beat oggettivamente dotati di maggior inventiva nella strutturazione della sezione delle percussioni: vedi ad esempio le energiche That Ain't Me o Blood Brothers, che risultano variazioni di registro decisamente benvenute. Casomai, egli perde un po' nei brani lenti; e se sono disposto a salvare Special Treatment grazie al sample di chitarra l'uso degli stessi rullanti di More Trife Life, le restanti Ain't Going Out e 100 Percent risultano eccessivamente generiche e/o soporifere.
Ora: i due difetti maggiori di Chain Letters sono fondamentalmente una certa ripetitività concettuale e l'appartenenza dei beat al medesimo stile/registro; soprattutto, è quest'ultimo aspetto a tarpare le ali a Chain Letters. Ad esempio, non sarebbe stato male sentire Supa su qualcosa di più vigoroso, magari qualcosa di Marco Polo, con il quale infatti aveva fatto faville in Heat, per esempio. Nickeled Needles e Hate My Face sono già dei buoni passi in questa direzione, si capisce, ma la diversità non basta. Di sicuro, però, c'è che di tutta la cricca dei «blue collar rappers» Supastition è uno dei pochi che reputo interessanti e tutto sommato completi e non prevedibili. Lungi dall'aver partorito un album perfetto, questo è però l'unico che mi sentirei di raccomandare pressoché a tutti.





Supastition - Chain Letters

giovedì 19 novembre 2009

AA.VV. - WU TANG CHAMBER MUSIC (E1, 2009)

Ieri sera, riascoltando Forever e stramaledendo nuovamente il Wu per non aver concentrato su un solo disco le tredici tracce da urlo che esso contiene, non ho potuto fare a meno di ripensare a come un marchio così prestigioso e rilevante sia riuscito a sputtanarsi nell'arco di pochi anni persino agli occhi di fan un tempo infervoratissimi come me. Contrariamente a quello che in molti suggeriscono, e cioè che la causa di ciò sia stata un'eccessiva profusione di affiliati mediocri, la mia opinione è che alla fin fine siano stati proprio i membri principali -RZA in testa- ad essersi scavati la fossa da soli salvo poi riemergere eventualmente per i cazzi loro oppure proseguendo lungo i sentieri della mediocrità. Puntualizzo una cosa: questo discorso esclude sostanzialmente le carriere di GZA e Ghostface, nonché l'ultimo album di Raekwon e 4:21 di Meth (lo sapete che non è un brutto disco, ammettetelo); in compenso include tutte le fetecchie a nome Bobby Digital, i mediocri dischi di Masta Killa, gli aborti di U-God (anche se Dopium ha delle belle produzioni) e, soprattutto, quelle gran delusioni che son stati i dischi del collettivo, culminati in quella mezza porcheria che è 8 Diagrams.
Il punto è che, visti i risultati, sarebbe meglio che quello che un tempo era considerato il Voltron dell'emceeing farebbe meglio a non unirsi più, dato che oramai ogni volta che li metti insieme riescono al limite ad assomigliare ad una versione smandruppata di Lionbot. A meno che... a meno che la loro unione sia meno rigida -cioè non coinvolga necessariamente tutti i membri- e che coinvolga degli esterni sia per quel che concerne il beatmaking che le liriche. Un primo assaggio del buon funzionamento di questo sistema c'era stato dato qualche anno fa con l'interessante Think Differently Music, ma solo con Chamber Music possiamo assaporarne il (quasi) completo sapore in (quasi) tutte le sue sfumature.
Quei "quasi" tra parentesi sono -lo dico subito- dovuti ad una cosa: questo disco è di una brevità spaventosa: 8 pezzi per appena ventiseiminutieduesecondi di musica. Proprio così. E mo' va bene che ho sempre elogiato la sintesi, va bene che GZA ha saggiamente suggerito di non allungare mai il brodo con le cazzate, va bene anche che tirarla in lungo con ritornelli può essere inutile, ma diocristo... Cioè, sei capace di mettermi insieme Rae, Sean P e Cormega e mi fai durare la canzone meno di tre minuti? Ma insomma, che carognata è!?! Corrisponde a dirmi "Hey, in quella stanza c'è Megan Fox nuda e bagnata. Puoi farci di tutto, anche prenderla a schiaffoni sul culone, queste sono le chiavi. Ah però mi raccomando, tra due minuti e trentasei secondi esci ché s'è fatto tardi". Aho ma sei scemo? Che condizioni sono?
Beh, questo è esattamente il capestro di Chamber Music, prendere o lasciare. Ora, così come non rifiuterei nemmeno un solo minuto di Megan Fox (almeno per un facciale basta), allo stesso modo mi faccio andar bene il misero minutaggio che qui mi viene concesso e prendo quel che passa il convento. E, a dirla tutta, il menu è decisamente buono: i nomi coinvolti sono tutti di alta qualità sia dal punto di vista dell'emceeing che delle produzioni. E partendo da queste ultime, sappiate che non c'è traccia nè di RZA, nè dei Wu-Elements; deus ex machina dell'intera operazione è infatti Lil' Fame, che coproduce tutti i beat, e soprattutto i Revelations, una band di Brooklyn che come diverse altre suona e compone musica rétro sulla scia del soul e del funk anni '70. Tuttavia, malgrado il coinvolgimento di strumentisti in carne e ossa, il sound complessivo mantiene comunque un effetto classico. I pezzi potrebbero infatti apparir come prodotti (molto bene, d'accordo) da una persona sola purchè estremamente competente, e alla fine, non essendoci particolari estri come assoli e altro, tutto sommato il risultato è quello di un album ben prodotto e che suona davvero bene. Lil' Fame alla fine probabilmente ha assitito e curato il solo mixaggio, dato che certe batterie o alcuni archi sono indiscutibilmente effettati per ricreare quel quid di sporcizia tipico del Wu degli esordi, ma comunque ha fatto un buon lavoro perchè in questo modo i suoni risultano ben diversificati e coerenti con le singole atmosfere.
Kill Too Hard, per esempio, è quasi minimalista nel suo ricorrere alle batterie come struttura portante del pezzo; lo stesso dicasi per Harbor Masters, mentre Radiant Jewels opta per una maggior cupezza grazie al superbo giro di archi, di una bellezza come non se n'era vista dai tempi di Publicity di GZA: indubbiamente il beat migliore dell'insieme, oltre che la canzone di punta del progetto (grazie anche agli ospiti, su cui tornerò più avanti). Niente male anche Evil Deeds, giocata tutta su una composizione di piano cupa lenta e sinistra durante le strofe e che progressivamente diviene sempre più tesa nei ritornelli; e dove quest'ultima potrebbe essere definita la Assassination Day di Chamber Music, I Wish You Were Here è senz'altro 260 o comunque qualsiasi pezzo in cui è stato campionato Al Green o Syl Johnson (l'omaggio -e non il plagio- è infatti evidente). Con ill Figures si torna invece alla ruvidità degli esordi del Wu, mentre Sound The Horns, pur viaggiando sulle stesse atmosfere, risulta enormemente più epica e movimentata; se ci avessero messo su qualche altro membro del Wu e l'avessero chiamata Protect Ya Neck 3: The Wu Strikes Back non avrei avuto nulla da ridire. Chiude infine NYC Crack, un titolo assolutamente idiota che però nasconde un'ennesima riuscita variazione sul tema «Wu-sound» nella sua accezione più algida. Insomma: come musica ci siamo, tutto è molto bello e tutto suona effettivamente come un eccellente omaggio al suono di Staten Island di metà anni '90: ottima idea e ottima realizzazione, quindi, bravi tutti.
E come emceeing? Beh, per quanto ci sia un po' troppo U-God e troppo poco GZA per i miei gusti, anche qui il livello è decisamente buono. Radiant jewels, di cui ho già elogiato il beat, vede la sua definitiva consacrazione a "pezzo della madonna" grazie al trio di Rae, Sean Price e Cormega, con quest'ultimo che ci regala una strofa da brividi e riuscendo così a bobbybrownizzare persino due giganti come i colleghi. Non da meno è sadat X, che su Sound The Horn trova uno sparring partner degno nel solo Inspectah Deck, il quale, dal canto suo e come del resto ci ha abituato, da il meglio proprio nelle collaborazioni. Chamber Music per lui non costituisce un'eccezione, e sia che lo si trovi in compagnia di Masta Ace (Kill Too Hard) che AZ e Ghostface (Harbor Masters) o, appunto, il buon vecchio 'Datty X, Ins se ne esce sempre a testa alta. Casomai, se proprio dovessi trovare qualche difetto, oltre alla sempre sconcertante mediocrità di U-God, ci sono la strofa di G-Rap, che non è male in quanto tale ma pare scritta per un altro tipo di beat, ed il featuring di tale Thea Van Seijen -che, ne sono certo, qualche saputone mi dirà essere una grande artista e blablabla ma che su NYC Crack non c'azzecca proprio per niente.
Comunque sia: stando a leggere quanto scritto, come voto potremmo trovarci nel reame del quattro o addirittura del quattro e mezzo, giusto? Beh, no. E nemmeno tanto per la brevità dell'opera, quanto per il fatto che questi otto pezzi sono intervallati da intermezzi musicali sui quali RZA ci snocciola saggezze a tutto spiano delle quali non solo non potrebbe fregarcene di meno, ma che spezzano l'ascolto in un modo oggettivamente insopportabile. Fossero state due o, toh, al massimo tre avrei potuto tollerare; ma così si abusa della logica dello skit, con l'effetto collaterla di farmi pensare male sull'onestà di una simile mossa: che vi abbian pistonato la bellezza di nove interludi per giustificare un prezzo pieno bnchè sia sostanzialmente un EP? Beh, meglio non pensarci; dopotutto, la carne al fuoco non è molta ma è saporita e, benchè quest'uscita sia stata oscurata da Cuban Linx II, direi che nessun (ex) fan sfegatato del Wu dei tempi d'oro può lasciarsi sfuggire Chamber Music.





AA.VV. - Wu Tang Chamber Music

mercoledì 18 novembre 2009

O.C. & A.G. - OASIS (PREASCOLTI COMPLETI)

Dopo EdO.G. e Masta Ace, ecco un altro duo che promette bene e che alla fine razzola come predica. Tutti i preascolti sul loro Myspace. A margine: noto che il 2009 è l'anno degli scontri tra tag team e fra chi tra questi propone la cover più brutta. Arts & Entertainment continua a detenere il titolo, ma anche questo è uno di quegli album che mi fanno vergognare di possederne l'originale.

CAMP LO - ANOTHER HEIST (Soul Fever, 2009)

È passato più di un anno dalla mia recensione dell'album d'esordio dei Camp Lo, il memorabile Uptown Saturday Night, e dodici anni dalla sua uscita: un lasso di tempo significativo sia in termini assoluti che in termini relativi, dato che il duo del Bronx ha cercato nel frattempo di far scordare la loro bravura mediante uscite quantomeno discutibili come Let's Do It Again o Black Hollywood. Ebbene, sarà per questioni nostalgiche, sarà per motivi qualitativi, ma credo che nessun fan li abbia mai condannati all'oblio, come forse avrebbero meritato, malgrado le tre delusioni date dopo il loro debutto; delusioni peraltro ingiustificabili, dato che la causa di queste era palese e riguardava chiaramente i beat.
Ebbene, finalmente, dopo dodici anni, Cheeba e Suede si sono dati una svegliata e hanno capito che forse era il caso di richiamare il sottovalutato Ski per produrre l'intero album. Cosa che hanno fatto e, guardacaso, Another Heist è senz'ombra di dubbio il loro miglior lavoro dai tempi di Uptown Saturday Night ed un buon album tout court. Diverrà un semiclassico come quest'ultimo? Probabilmente no, ma a questo punto la cosa mi è personalmente indifferente e mi basta avere per le mani una loro opera che finalmente si può ascoltare dall'inizio alla fine senza particolari problemi (o quasi).
Veniamo al dunque: scava scava, alla fine cosa volevano da loro i fan di USN e che non gli era mai stato dato, se non in piccoli assaggi? Semplicemente la riproposizione della formula vincente fatta di beat atmosferici densi di funk e soul, da un lato, e di rime pesantemente influenzate dallo slang in cui lo stile deve regnare sovrano e incontrastato, dall'altro: e così è avvenuto. Ora, è chiaro che non ci può più essere la sorpresa e l'innovazione degli esordi: un po' perchè dell'ormai odioso «swagger» si è abusato fino alla nausea (ed i Camp Lo sono stati i primi ad averlo/usarlo nella sua accezione contemporanea), e poi perchè l'avere basi pregne di campioni Motown ormai non fa più notizia. Ma la differenza tra loro e altri gruppi che si richiamano agli anni '70 -anche solo come musicalità- resta ed è enorme, per cui il primo pregio che si può trovare è il mantenimento dell'originalità o perlomeno della personalità.
Fedeli a sè stessi, i nostri eroi hanno infatti proseguito nel loro percorso fatto di atmosfere vintage e testi al 90% incomprensibili, in cui tutto si gioca sul costante scambio del microfono e la destrezza nel maneggiare sillabe, parole e metafore. Praticamente ogni traccia di Another Heist trasuda quindi stile nella sua concezione più reppusa, e forse l'esempio migliore di questo si può trovare nella breve ed imperdibile Son Of A..., in cui fanno evidenti riferimenti alla cultura degli anni '70 passando dalle Chevrolet a due porte ai film di Bruce Lee, senza scordarsi naturalmente della musica e dei suoi eroi piuttosto che delle Black Panthers o Donny Goines. In verità, poi, questa è una delle canzoni contenutisticamente più identificabili assieme al terzo episodio di Black Connection e Good Green; se proprio siete quindi alla ricerca di quel misto di rime, slang e nonsense tipico di Cheeba e Suede, allora vi suggerisco di provare con Get 'Em Lo o Satin Amnesia, in cui si fanno dei viaggioni logicamente difficili da seguire ma che in qualche modo risultano coerenti con il tono ed il mood dato dal beat.
Ecco, venendo alle produzioni, prima di criticare alcune scelte è doveroso ringraziare il patrono del buonsenso: finalmente Ski è tornato tra noi e finalmente abbiamo un album dei Camp Lo musicalmente dotato di capo e coda. Pur essendo decisamente breve (undici tracce ed un remix), nei momenti migliori Another Heist riesce a far rivivere la bellezza di Uptown Saturday Night e solo talvolta si perde in svarioni; epperò questi svarioni, in sè e per sè perdonabili, purtroppo, data la suddetta brevità, finiscono comunque col nuocere all'opera più di quanto si vorrebbe e di conseguenza la bloccano dal prendere il volo. Ad esempio, trovo che nel complesso non avrebbe guastato un mixaggio più aggressivo: sovente, infatti, basso e batteria sono molto leggeri, e se quest'approccio può funzionare in una Satin Amnesia o Black Connection (dove sono le stesse atmosfere eteree ad imporre una scelta di questo tipo), nella stragrande maggioranza dei casi si nota la mancanza di un bel rullante che faccia BAM! anzichè prodursi in poco più di una puzzetta. E chissà perchè talvolta questo avviene (Get 'Em Lo) e talvolta no (Bionic, Uptown...); gli autori del mixaggio e del mastering sono ignoti, ma almeno per il primo penso che sia stato lo stesso Ski a farlo.
Inoltre, almeno un paio di basi lasciano il tempo che trovano: Boogie Nights soffre della sindrome da chipmunk soul del 2004 e francamente risulta inutile e basta; Bionic parte in maniera interessante ma si perde in campioni di archi che non vanno da nessuna parte e, infine, Another Heist ed i suoi synth appaiono un po' fuori fase rispetto al respiro generale dell'album. Tolte queste, nel resto del disco si può partire da buone intuizioni, come gli abbinamenti di piano e flauti in I love It Then oppure il sobrio sample vocale di Black Connection 3, fino ad autentici pezzoni quali Satin Amnesia, Get 'Em Lo, Son of A..., Good Green e Beautiful People. Queste produzioni hanno complessivamente il pregio non indifferente di riflettere perfettamente il taglio generale delle colonne sonore della Blaxploitation, e così si può passare dalla scena di sesso (Beautiful People) all'inseguimento (Son of A...); dalla presentazione del protagonista che cammina per una New York autunnale (Get 'Em Lo) all'esplicito momento in cui tutti si fumano una bella torcia in barba alle leggi dell'uomo bianco (Satin Amnesia). Ecco: rispetto a USN questo è forse l'unico elemento di Another Heist che supera il "maestro", perchè se nel primo c'erano l'atmosfera e dei beai beat, qua, nei momenti migliori, pare davvero di trovarsi all'interno di un film dotato di una certa coerenza.
In ultima analisi, quindi, non volendo ripetere quanto già scritto nei primi paragrafi, posso solo raccomandare l'acquisto a chiunque sia un fan dei Camp Lo. Come dire? "È stata dura ma ce l'hanno fatta"; finalmente possiamo ascoltare un loro prodotto post-1997 senza provare quel senso di disagio che credo qualsiasi loro fan abbia sentito durante Stone & Rob oppure Let's Do It Again. Alla buon'ora.





Camp Lo - Another Heist (link altrui ma non so di chi; la mia copia non viene letta dal Mac, so sorry)

VIDEO: SON OF A...

martedì 17 novembre 2009

COCOA BROVAZ - THE RUDE AWAKENING (Priority/Duck Down, 1998)

Proprio mentre nelle ultime ore si stanno raccogliendo prove che indicano l'ultimo solista di Rakim come una stronzatona col botto -cosa che mi sorprende fino a un certo punto- vorrei prendere una breve pausa dagli anni duemila e tornare indietro di undici anni, in un'epoca un po' meno desolante dal punto di vista del mainstream ma comunque altrettanto foriera di delusioni per l'aficionado nostalgico. Questa tipologia di ascoltatori, nella quale peraltro rientro parzialmente anch'io, è difatti secondo me l'unico trait d'union capace di collegare efficacemente le varie epoche dell'hip hop tra di loro; perennemente insoddisfatti del presente, gli amarcordisti rimpiangono i bei tempi in cui qua era tutta campagna e i treni arrivavano in orario e -ne sono certo- penso che già ai tempi di Kurtis Blow ci fosse qualcuno tra loro che sentisse la mancanza di una vera band che suonasse i beat.
Molti album sono caduti sotto la mannaia critica di questi Ed Gein del rap, e per quanto occasionalmente potessero avere ragione nel cassare la presunta evoluzione artistica di MC Piripacchio, che talvolta compiva un'inversione a 180° rispetto allo stile (e agli obiettivi) precedenti, in almeno altrettanti casi essi hanno avuto torto marcio. Un album diverso non significa necessariamente che sia brutto; e così come It Was Written è senz'altro inferiore a Illmatic ma di sicuro non è la paraculata che si riteneva essere all'epoca, così The Rude Awakening non riesce a replicare i fast di Dah Shinin' ma resta senz'ombra di dubbio un buon album.
Ma diamo a Cesare quel che è di Cesare: io all'epoca fui il primo a mettere le mani a cono e a gridare "BUUU SIETE DELLEMMEEERDEEE!!!"; di Rude Awakening mi esaltava solo Black Trump e mi piaciucchiava Spanish Harlem, mentre per il resto poteva anche essere usato come sottotazza (infatti non lo comprai). Dov'era finito il suono dei Beatminerz? Dov'erano le atmosfere cupe? Cosa ci facevano dei campioni melodici e puliti? E perchè Tek si lanciava così spesso in strofe cantilenate in semipatois? Insomma: "Che se ne andassero affanculo", mi dissi, e così relegai la cassettina duplicata in un angolo buoi del mio armadio e passai serenamente ad ascoltare altro; poi, diversi anni dopo, in uno di quei momenti dove non esce nulla di degno ma hai voglia di provare a dare una seconda chance a dischi cassati più di cinque anni prima, decisi di includere nel mio tipico pomeriggio revisionista da fancazzaro anche questo Rude Awakening. E mentre altre operette tornavano per direttissima a prendere polvere in libreria, l'opera dei Cocoa Brovaz mi lasciò un sapore discreto in bocca. Forse quel cambio di stile non era un male in sè e per sè; semplicemente, mi aspettavo che la Boot Camp Clik sfornasse Nocturnals e Shinins da qui fino all'eternità, mentre questo è decisamente diverso ma dotato al contempo di una sua gran bella dignità.
Innanzitutto i così criticati beat non sono per nulla malvagi. Certo, ad eccezione di Spanish Harlem il SOUND caratteristico dei Beatminerz è praticamente scomparso (non a caso i produttori sono al 90% altri); tuttavia, il cambio di rotta impresso dai vari sconosciuti (Keylord, Filthy Rich, Suite 1200... vabeh ci siamo capiti) è tale solo nelle forme, ma la sostanza resta quella. Le atmosfere erano cupe prima e lo sono anche adesso, semplicemente l'elemento che ha sostituito la ruvidità estrema degli esordi è la malinconia; in moltissimi casi infatti ci sono campioni di piano, xilofono, chitarra e via dicendo. Pezzi come Bucktown USA, Back 2 Life, The Cash, Still Standin' Strong o Blown Away possono perciò risultare magari meno aggressivi di una Wontime o una Sound Bwoy Bureill, ma da qui a catalogarle come fiacche ce ne passa: anzi, non mi stupirebbe sentirle all'interno di una qualche roba (buona) del Wu o legata al Queensbridge. In più, ce n'è anche per gli spiriti più esagitati: si parte ad esempio con la relativa calma del campione überfunkettone di Off The Wall (quando Shawn J. Period era ancora una garanzia), si può passare all'efficace minimalismo di Spanish Harlem e giungere infine ai rullanti spezzacolli di Black Trump, ricavandone sempre una buona dose di soddisfazione.
Certo, forse tutte queste basi difettano un po' di personalità ed alcune suonano oggi un po' datate -Dry Snitch utilizza un synth pacchiano ed un loop di piano piuttosto plasticoso- mentre altre sono delle fetecchie -Won On Won era e rimane una ssschifezza; ma nel complesso non si può certo dire che i difetti principali di Rude Awakening dipendano dalle basi, che anzi spesso sono eccellenti strutture su cui Tek & Steele possono poi costruire le loro rime con rinnovata abilità.
No, il problema di quest'album risiede casomai nell'abuso dei maledetti cori cantati, vera e propria piaga biblica degli album di quell'album epoca. Per di più io capirei se li usassero, che so, PM Dawn e l'altro scemo, ma dei membri della Boot Camp? Cosa c'azzeccano dei refrain melensi con questi due cronisti di Brooklyn? Niente, appunto: ed ecco quindi che abbinamenti beat-MC dal diverso grado di successo -Dry Snitch, Game Of Life, Mya Angelow e soprattutto Hold It Down- vanno più o meno a farsi benedire "solo" a causa di qualche scemo che pensa che sgolarsi davanti ad un microfono sia il modo migliore per strutturare un ritornello. Verrebbe da piangere, credetemi.
Anche perchè quando invece si sentono una Still Standin' Strong, una Bucktown USA (sempre efficace il hook gridato) o una Back 2 Life, col suo bel cut dei Mobb Deep, ci si rende conto della quantità di occasioni sprecate e sviste artistiche che secondo me si potevano facilmente evitare. E ciò sia per una questione di principio che per una di pura logica: voglio dire, cosa c'entreranno mai gli stili e i contenuti di Tek & Steele -nemmeno includo ospiti come Buckshot o Ruck/Sean P- con l'R&B? Niente, appunto. E già che li ho menzionati, tanto vale spendere un par di parole su di loro: mentre contenutisticamente siamo sempre nei soliti confini (figa, fumo, amici imprigionati, amici morti, autoesaltazione ecc.), come tecnica i due sono lievemente migliorati specie nella pratica del passaggio del microfono; una miglioria evidente che compensa pienamente il parziale abbandono degli estri dancehalliani dell'esordio. Di più non c'è da dire: chi già ha saputo apprezzarli in Dah Shinin' qui di certo non cambierà idea, trovandosi di fronte due MC bravi e capaci più d'una volta di stupire: in particolare Bucktown USA, Black trump e Blown Away sono eccellenti dal punto di vista dell'emceeing, e considerando che punti bassi o deboli non ce ne sono, in quest'ottica posso dirmi molto contento.
Volendo ora giungere alle conclusioni, direi che la prima cosa da sottolineare è che noi amarcordisti-spaccapalle all'epoca ci sbagliammo di brutto. Definire Rude Awakening una mezza cacatiella significa prendere un abbaglio di dimensioni immani; d'altronde, nemmeno sarebbe saggio adesso magnificare quest'album come se fosse il capolavoro che non è. Tre e mezzo mi pare dunque un voto equilibrato anche se rapportato con la qualità media dei bei tempi andati, e fidatevi se vi dico che quest'opera va assolutamente riascoltata perchè, ritornelli melensi a parte, contiene alcune chicche davvero notevoli.





Cocoa Brovaz - The Rude Awakening

VIDEO: SPANISH HARLEM

lunedì 16 novembre 2009

TRAGEDY KHADAFI - AGAINST ALL ODDS (Gee Street, 2001)

Quando stamattina ho messo via Against All Odds per scriverne una recensione mi sono ripromesso di non esordire con una delle frasi da me più usate: "XYZ è senz'altro uno degli MC più sottovalutati di sempre", e questo perchè nel suo caso non credo che sia vero. Certo, non si può dire che i suoi album siano dei bestseller, né tantomeno che la sua fama oscuri quella di Michael jackson. Tuttavia, il suo nome viene sempre associato al rap di qualità da parte di chiunque abbia un minimo di conoscenza dell'hip hop, e non c'è dubbio che tra queste persone egli sia reputato come uno dei migliori artisti mai usciti da Queensbridge. Eppure... eppure, nell'arco di una carriera oramai quasi ventennale, Trag non è mai riuscito a sorprenderci con un classico o quantomeno con un'opera capace di fare accoliti anziché guadagnare il plauso dei soli convertiti; ultimamente, poi, questa possibilità è stata ufficialmente resa impossibile da una sentenza a quattro anni di prigione che il Nostro finirà di scontare nel 2011. Perciò l'unica cosa che resta da fare a noi fan è ripassarci i suoi lavori -magari skippando le raccolte pacco uscite di recente- e lo farei partendo dal suo terzo album, Against All Odds, che in un certo modo ha segnato il suo ritorno ufficiale sulla scena dopo una penuria di album durata otto anni.
In realtà, questo periodo sarebbe dovuto durare meno (l'uscita di AAO era prevista per il '99), ma tant'è: nel 2001 la Gee Street rese finalmente possibile sentire un'opera completa del deus ex machina che ha contribuito in maniera determinante alla creazione del semiclassico The War Report, e sulla carta l'opera pare allettante: produzioni di Just Blaze, Ayatollah, Young Lord, Spunk Bigga, Sha Self e Nashiem Myrick da un lato, e dall'altro featuring di Cormega, un Ja Rule ancora non marcito e nuove promesse del suo quartiere che, visto il suo curriculum di talent scout, all'epoca facevano ben sperare.
Purtroppo, però, la caratura effettiva di questi aspetti è alla fine decisamente inferiore alle aspettative. Innanzitutto perchè il suo nuovo delfino, Headrush Napoleon (!?!) è l'archetipo del disoccupato incapace che finisce sugli album di gente degna per motivi artisticamente incomprensibili; non scherzo quando dico che ogni sua incursione si fa sentire nel modo più negativo possibile (figuratevi che, al di là di limiti di scrittura e di qualità delle rime, in Bing Monsters riesce persino ad andare fuori tempo -ma perdio...) riuscendo così a sabotare la riuscita delle canzoni. Secondo motivo: il debole di Trag per i ritornelli kitsch cantati da incapaci è ormai tristemente noto, ma ciò non di meno sentire gentaglia come Tasha Holiday, Olu o Joya (che fa rima con troya) rovinare pezzi altrimenti validi è sempre un brutto colpo. Last but not least, mentre nella maggior parte dei casi i beat sono stati scelti con criterio, talvolta s'incappa nella ciofeca senza capo né coda: è il caso di Say Goodbye e delle sue batterie sghembe, What Makes You Think col suo piglio ruffryderiano d'accatto, e infine di 2-5 Radio con la sua maledetta tentazione -puntualmente malriuscita- di avere un pezzo clubbeggiante di cui nessuno sentiva il bisogno. Oltretutto, dando un'occhiata alla tracklist ci si rende conto che la maggior parete delle puzzonate (per un verso o per l'altro) è concentrata nella seconda metà di Against All Odds, col triste risultato che l'ascolto nel suo complesso viene fortemente danneggiato in quanto si rischia alle volte di perdersi le belle cose che quest'album, malgrado tutto, contiene.
Prima fra tutte è il liricismo ed il carisma di Tragedy: oltre ad essere dotato di una bella voce e di una tecnica ineccepibile, il suo maggior pregio consiste nel saper accostare riferimenti cultural-religiosi alle peggio maragliate del Queensbridge. Non è infatti un caso che lui sia l'inventore della cosiddetta «rightful ign'ance», cioè esattamente quest'arte di saper intrattenere su due fronti apparentemente diversi e che si può sintetizzare in questa citazione dalla title track (comunque è una strofa riciclata da Calm Down): "I blow shots from a drop rover 'till the world's over/ Seeing Jehovah through the eyes of a young soldier/ Black Moses - literature in pure dosage/ From the landscape of Kuwait, Jakes and vultures/ Too many of us lose focus due to the fact that/ we're all just a bunch of soldiers, foul cultures/ Funny how the streets mold us, Allah told us/ in the cages where they hold us, it's much colder".
Grazie a questa originalità il risultato è che, per quanto la sostanza ghettusa non cambi, l'ascolto risulta più piacevole in quanto l'impressione che si ha è quella di non essere sottoposti alle solite puttanate ma a qualcosa di più profondo. Sensazione illusoria, d'accordo, ma perchè rinunciarvi? E poi Tragedy comunque ci dimostra che non è solo fuffa quella che racconta; non sono infatte rare le occasioni in cui il Nostro decide di focalizzarsi su temi ben precisi e, guardacaso, sono proprio questi i pezzi che ad ascolto terminato restano impressi più a fondo. Permanently Scarred è un estratto della sua biografia contenente diversi esempi di lirismo notevoli, mescolati ad osservazioni sui massimi sistemi (chiamiamoli così) paragonabili per qualità solo a quanto fatto da Cormega; parlando del quale, è inevitabile notare come il duetto di They Forced My Hand sia tra le cose migliori dell'intero disco; anche T.M. (Message To Killa Black) brilla, nonostante l'uso qualitativamente inferiore dello stesso campione usato per Watcha Gon' Do della Terror Squad; in chiusura, è da applausi il dissing a Noreaga di Blood Type. Insomma, a parte i soliti falliti di cui sopra, liricamente non c'è davvero nulla di cui potersi lamentare; Trag si conferma essere un ottimo MC e in quest'occasione l'unico capace di dargli la paga è egli stesso. Persino il rischio di ripetersi è qui ridotto all'osso, principalmente grazie alla sua inventiva e alla famosa «rightful ign'ance», per cui cosa chiedere di più?
Mi rispondo da solo: dei beat un po' più belli. Intendiamoci: tolte le autentiche boiate elencate qualche paragrafo addietro, non c'è nulla che sia genuinamente orrendo. Sono però molte le produzioni prive di mordente e, a conti fatti, le uniche degne di menzione sono Sidewalk Confessions, Blood Type, They Forced My Hand e, volendo, Bing Monsters. Per il resto sono cose al massimo carucce ma drammaticamente generiche; e tra synth, loop di piano e qualche archetto campionato quà e là sembra di ascoltare un compendio del sound del QB, una sorta di "beat cupi for dummies" che francamente affossa di molto la longevità tutta del disco. Non è un caso infatti che Trag sia uno di quei artisti che più necessiterebbero di una raccolta.
Vogliamo dunque trarre le somme? Allora: sul versante positivo abbiamo un artista eccellente, due featuring azzeccatissimi, due canzoni complessivamente strepitose, due parecchio belle ed un 6-7 apprezzabili ma niente de che. Su quello negativo, invece, ci sono degli ospiti all'80% incompetenti, tre beat osceni e molti -troppi casi- dove un singolo elemento (ritornello fiacco, ospite schiappa ecc.) guasta la festa. Ne consegue che, per quanto mi dispiaccia, essendo trag uno dei miei MC preferiti, proprio non riesco a trovare motivi sufficenti per dare a Against All Odds più di tre.





Tragedy Khadafi - Against All Odds

venerdì 13 novembre 2009

BEKAY - I AM/BROOKLYN BRIDGE VIDEO


Carino, no? E anche l'album non è male. Roba tradizionalissima ma ben fatta, anche se la sua voce non mi piace un granchè.

CANNIBAL OX - THE COLD VEIN (Def Jux, 2001)

Trasporre la nozione di polarità dalla chimica in altri contesti è una tentazione alla quale molti non sanno resistere, dato che così facendo non solo si spera di spiegare la coesistenza nello stesso ambito di diverse anime apparentemente inconciliabili tra loro, ma spesso si può poi sfruttare questo apparente stato delle cose per giungere a conclusioni pratiche tendenti a migliorare proprio quest'ultimo. Inutile dirlo, ma questa pratica fa acqua da tutte le parti in qualsiasi situazione e da qualsiasi punto la si voglia osservare: prima ancora che nella pratica, nella logica. Essa difatti presuppone una reazione causa-effetto che non sempre c'è e, soprattutto, dà connotazioni ai due diversi poli che dovrebbero avere lo scopo di influenzare il giudizio di terzi. Gli esempi si sprecano: nella politica prima che in altri settori (penso all'abuso della teoria degli opposti estremismi o, più recentemente, all'autoesegesi dei cosid. «terzisti» del CorSera), ma anche nel cinema (chi giustifica l'esistenza di Boldi e De Sica jr. dicendo che sono l'inversione speculare dei film di Antonioni) e nella musica.
Avvicinandoci al succo della recensione, entro nel dettaglio parlando di come nel rap l'utilizzo -inconsapevole o meno, è irrilevante- di questa logica fallace sia da un lato uno dei motivi principali per l'esistenza e la crescita negli ultimi 15 anni di autentiche ciofeche, e dall'altro la causa di una mancanza di discernimento da parte degli utilizzatori finali (chiamiamoli così). Quante volte infatti abbiamo letto dichiarazioni dell'artista X in cui esso ci spiegava tuttto gongolante che il suo è "an album made for everyone. You got the party joints, the introspective gems and that street shit", come a dire che in medio stat virtus; poi, puntualmente, all'uscita dell'opera in questione il tutto si rivelava essere una mediocre merdina incapace di distinguersi dal marasma di uscite analoghe. Insomma, non è un caso se l'ultimo disco capace di fondere efficacemente questi diversi aspetti sia stato forse Capital Punishment, no? Ma, peggio ancora, questa impostazione ha avuto per troppo tempo influssi devastanti sui gusti del pubblico, che tra il '98 ed oggi è riuscito a sorbirsi puttanate stratosferiche come l'80% della roba targata Ruff Ryders, le ultime creazioni di Busta Rhymes ma soprattutto gli aborti di Fat Joe. Tutto materiale privo di spina dorsale e fondamentalmente definibile come «indecenti paraculate» che sarebbe da spernacchiare con cori di rutti e controcanti di scorregge, se non fosse che così facendo li si darebbe un'ultima chance di essere ricordati.
A restare nella memoria, invece, oltre a veri e propri fenomeni di costume come è stato Get Rich Or Die Tryin', sono -pensa un po'- album dotati di un'identità e di un target ben precisi, oltre naturalmente ad una qualità superiore alla norma. Nel 2001 abbiamo avuto due di questi esempi: The Blueprint da un lato, e The Cold Vein dall'altro. Ma dei due, quello che forse può dirsi di maggiore impatto (sempre considerando i rispettivi ambiti, si capisce) è stato quest'ultimo: più che Funcrusher Plus è stato l'esordio dei Cannibal Ox a rendere rilevante qualsiasi lavoro di El-P e a cementare la sua fama di beatmaker d'eccezione, senza contare il fatto che, speculando un po' ma nemmeno troppo, Cold Vein ha messo in evidenza la Def Jux tutta come fucina di talenti e guida di quello che viene definito abstract hip hop. Inutile in quest'occasione dibattere sul valore di questi termini, diciamo semplicemente che Cold Vein sta alla Def Jux e al rap underground come Radio sta alla Def Jam degli esordi. I motivi? Ce ne sono a bizzeffe.
Il primo è che se questo disco viene spesso paragonato a Enter The Wu (nientemeno!) ciò si deve innanzitutto alla produzione. I beat di El-P si possono immediatamente identificare come lo-fi, per quanto in realtà essi siano sovente costruiti da complessi strati di suoni tagliati e reincollati in maniera peraltro inusuale e fresca. Le batterie, soprattutto, pur conservando l'impatto sonoro di un Large Professor spesso vengono arricchite da distorsioni e flange di vario genere, senza contare riverberi metallici ed il frequente utilizzo dei soli cassa e rullante. Ad essi poi si aggiungono a seconda dei casi singole note di synth, brevi campioni raramente riconoscibili (cfr. Love & Happiness di Al Green) o quasi completamente ignoti al pubblico tipo dell'hip hop (Philip Glass, ad esempio), oppure veri e propri crepitii o interferenze date da elettricità statica. Un sound alienante, insomma, capace di proiettare l'ascoltatore all'interno di scenografie fino al 2001 pressoché sconosciute. Questa sommaria descrizione può chiudersi poi con un breve commento alle atmosfere: urbane, cupe, deprimenti e fredde come in ambito visivo solo Blade Runner di Ridley Scott ha saputo proporre: un parallelismo inflazionato, certo, ma ciò nondimeno il più azzeccato che vi sia per il lavoro svolto da El-P per Cold Vein.
Ora, dev'essere chiaro che però nel corso delle quindici tracce che compongono quest'opera vi sono diversi livelli in cui le caratteristiche di cui sopra vengono declinate: Ox Out the Cage, Straight Off The D.I.C., B-Boys Alpha e The F-Word sono quelle più vicine agli standard tradizionali; Battle For Asgard, Atom, Ridiculoid e Scream Phoenix si distanziano invece già di più dagli stilemi più classici; e, infine, Raspberry Fields, Real Earth o Pigeon risultano le più sperimentali dell'insieme, con pattern di batteria imprevedibili ed un uso dei sample e dei suoni impossibile da imitare -almeno all'epoca. Cold Vein ha quindi più possibilità di lettura e di certo non basta un ascolto per coglierne tutte le sfumature; al contrario, per riuscire ad apprezzarlo nelle sue sonorità gli ascolti devono essere ripetuti, e senza sforzo ma solo con esperienza si potranno apprezzare aspetti inizialmente apparsi magari come cacofonici.
[Apro una parentesi: devo fare un mea culpa: all'inizio Cold Vein mi faceva cagare. Ma di brutto, eh. Se da un lato questo era dovuto a un fraintendimento del senso dell'accostamento a 36 Chambers, dall'altro era semplicemente perchè ero ancora troppo legato all'ortodossia. Mi ricordo i primi tentativi d'ascolto, culminati appunto in un'enorme incazzatura per dei soldi che pensavo di avere buttato nel cesso e, tanto per non sbagliare, in macumbe e maledizioni varie volte contro chi ne aveva parlato in termini così entusiasti (Damir sul primo Groove, mi pare di ricordare). C'è voluto un ascolto casuale di Straight Off The D.I.C. qualche anno dopo, tipo nel 2003 o il 2004, per farmi riscoprire un disco che semplicemente richiede una certa esperienza d'ascolto che nel 2001 semplicemente non avevo. Che nessuno pensi che io sia stato così dritto da comprendere la portata di Cold Vein in tempo reale, ebbene sì, sono un fesso. Chiusa la parentesi.]
Tornando all'album, invece, è evidente ma non trascurabile l'apporto che Vordul e Vast Aire danno alle atmosfere di El-P. Innanzitutto perchè -e qui si ripropone il parallelismo Can Ox/Wu- quest'opera è piena fino all'orlo di versi memorabili capaci di farti dire "questi due sanno davvero quello che fanno". Il viaggio del duo nei meandri più bui di New York, argomento che permea pressoché ogni traccia di Cold Vein, è scandito da autentici colpi di genio come questi: "Mother didn't want you, but you were still born/ Boy meets world, of course his pops is gone/ What you figure, that chalky outline on the ground is a father figure"; "My first fight was me against five boroughs"; "Birds of the same feather flock together, congested on a majestic street corner/ That's a short time goal for most of 'em 'cause most of 'em/ Would rather expand their wings and hover over greater things". E mi fermo qui. Devo poi far notare che tutte queste citazioni sono di Vast, che del duo è indubbiamente il più riconoscibile e quello dotato della penna più immaginifica, ma è anche colui più proteso a salti logici apparentemente casuali; ed è qui che entra in gioco Vordul. Il suo stile più diretto e la narrazione più lineare (o terra-terra, se vogliamo) è un buon contrappeso ai viaggioni di Vast, e contrariamente a quel che sarebbe avvenuto nel suo disco da solista, la sua concretezza qua si fa apprezzare non poco.
Ma New York on è l'unico tema trattato, va detto: per quanto affrontato in maniera affascinante, da solo sarebbe un po' poco e così, oltre all'inevitabile autoesaltazione -vedi alle voci Battle For Asgard e Atom- vi sono in particolare due canzoni che risaltano: A B-Boys Alpha (che si collega per certi versi a Stress Rap) e The F Word. La prima (ed il suo collegamento) tratta sostanzialmente delle loro biografie e di come il reps abbia contribuito a tenerli lontani dai delirii della vita quotidiana in posti allegri come dovevano essere i ghetti negli anni '80; un tema già affrontato da altri in passato ma che qui, grazie all'esecuzione, funziona a prescindere da una relativa "obsolescenza". Il secondo brano, invece, è quello che più ha colpito l'immaginario collettivo e, detta molto brutalmente, si tratta di una versione per adulti della Regola Dell'Amico degli 883. Mi rendo conto che detta così vien da ridere, ma provate a fare uno sforzo d'immaginazione e concepite il testo come uno storytelling il cui di per sè vacuo contenuto guadagna in valore grazie alla scrittura; per dire, frasi come "she was in a love triangle, but it wasn't like my feelings weren't there to make it a square" Max Pezzali non le scrive mica. Liricamente, quindi, forse non c'è tutta la freschezza portata da El-P ma è fuor di dubbio che certe cose fino a quel momento non s'erano sentite, e per una volta tanto i voli pindarici ed i riferimenti oscuri in cui i due si lasciano andare non risultano ridondanti e/o fini a sè stessi.
In conclusione, l'unica cosa che si può fare è verificare se si tratti di un classico o meno; perchè che sia un discone coi controcazzi è fuor di discussione. E qui io sono francamente indeciso; propendo per il sì (il perchè dovrebbe essere chiaro), ma d'altro canto ci sono due difetti fondamentali che però mi disturbano -nel senso che altri classici ne sono privi- e cioè che lo trovo comunque un po' pesante e che due canzoni (Ridiculoid e Raspberry Fields) mi risultano indigeste. Tuttavia, mi rendo anche conto che si tratta di aspetti estremamente soggettivi, per cui io magari gli darei quattro e mezzo ma in nome dell'oggettività (e del quieto vivere) gli sparo un ricco cinque.






Cannibal Ox - The Cold Vein

VIDEO: PAIN KILLERS