domenica 28 febbraio 2010

STIMULUS PACKAGE

Stavo per dormirci sopra, non essendomi mai piaciuto molto Freeway e avendo trovato deludente White Van Music. Invece per ora mi sembra davvero bello, tipo che se arrivo a mercoledì con lo stesso entusiasmo lo compro. Tra Stoney Jackson e questo il 2010 è cominciato bene. Ah, se il packaging è quello che si vede nel video ditemelo che me lo compro subito.

venerdì 26 febbraio 2010

AKBAR - BIG BANG BOOGIE (Ill Boogie/ Raptivism/ Groove Attack, 2001)

Non molto tempo fa ho scritto del californiano Mykill Miers e di come la sua casa discografica d'appartenenza, la Ill Boogie Records, sia stata all'epoca una produttrice di musica non esattamente originale ma certamente di buon livello. Tuttavia, la sua breve esistenza non le ha permesso di mantenere intatta la discreta nomea che s'era fatta ai tempi -specialmente in Europa, dove il suo catalogo era distribuito dall'ottima Groove Attack di Cologna Colonia- e pertanto la maggior parte dei propri prodotti e dei propri artisti è oggigiorno caduta in un oblio degno di Lete.
Fortunatamente per loro, però, ci sono persone con molto tempo libero che non hanno di meglio da fare che tessere le lodi di artisti di seconda e terza fila da tempo caduti in disgrazia, per cui ecco che fieramente vi presento il progetto di punta, sia in termini qualitativi che promozionali, della Ill Boogie Records: Big Bang Boogie di Akbar.
Preceduto da una campagna pubblicitaria di tutto rispetto -perlomeno in Germania ed in Italia- Big Bang Boogie uscì (nove anni fa) nel bel mezzo di un anno che dal punto di vista dell'underground non aveva dato enormi soddisfazioni agli appassionati del genere, per cui molti di questi ultimi furono a dir poco ansiosi di abbracciare un MC che più ortodosso non si poteva avere: beat di sapore nuiorchese, metriche belle quadratone e tematiche tra lo spirituale e la devozione nei confronti dell'hip hop. Personalmente, devo ammettere che per anni ho nutrito un pregiudizio negativo di grande intensità nei confronti di BBB, ma ripetute esperienze d'ascolto -anche e soprattutto nell'ultimo periodo- mi hanno convinto che i miei pregiudizi erano del tutto infondati.
Difatti, in nessun modo reputarlo un incompetente può essere un parere fondato: perchè nei 67 minuti di durata di quest'album l'oriundo del Bronx trapiantato a Los Angeles dimostra un'indiscutibile agilità con la penna e con la lingua, risultando in molti frangenti ben più originale dei suoi colleghi e, soprattutto, manifestando una scelta di tematiche ed un modo di affrontarle che sovente mi ricordano nientemeno il Rakim più mistico. Driftin' Through A Space si potrebbe infatti definire una Da Mystery Pt. 2, in quanto il mescolone tra pseudoscienza e islamismo risulta forte e per certi versi affascinante quanto nell'illustre predecessore; in Those Who Say, invece, si fa largo una visione molto più vicina ai 5%ers che non alla NOI; la quale viene poi espansa concettualmente nello skit Akbar Speaks e comunque riaffiora pressoché in ogni canzone, sia mediante singoli versi, come ad esempio in Bigga Dey Come, sia attraverso l'uso occasionale della terminologia dei Supreme Mathematics con annessi e connessi.
Per converso, Akbar non condivide nulla del lato più aperto al femminile di Ra preferendo spostarsi su territori più ortodossi quali, ad esempio, l'hip hop in tutte le sue forme. E questo viene affrontato sia mediante il buon vecchio egotrippin' (Hot Ya Hot, No Suckas Allowed, 5th Element) che attraverso aspetti autobiografici che spesso comunque contengono diversi omaggi all'old school, come evidenziato nell'ottima Take It There, in cui egli stesso riprende gli stili dell'epoca in cui da infante muoveva i primi passi nel Bronx di Bambaataa e soci. Un approccio decisamente più creativo della media e soprattutto più interessante, perlomeno nel breve periodo. E come se tutto ciò non bastasse, se vogliamo possiamo poi perderci dietro ai suoi viaggioni più da nerd -Mothaship- oppure apprezzare le parabole di Space Odyssey e soprattutto Take It There, con quest'ultima che risulta senz'altro la più interessante grazie a echi dell'epica di Poul Anderson; mentre qualora ci servisse un maggiore realismo resterebbero pur sempre Hold On e Dedication.
Insomma, come dicevo, dal punto di vista dei contenuti Akbar offre una buona varietà, disponendo soprattutto di un immaginario sicuramente suggestivo, e anche la forma offre diverse prospettive che rendono il tutto capace di intrattenere come si deve; con questo non significa certo che abbiamo un secondo Nas, ma che rispetto alla media degli MC underground il Nostro sa fare bene il suo mestiere. Peccato solo che alle volte spezzi troppo il suo flow, rallentandolo o dilatandolo (spero di essermi spiegao bene), e se questo ha un senso in Take It There capita invece che Mothaship possa risultare per questo un po' pesante.
Ma quand'anche ciò avviene, oppure quando i suoi discorsi si fanno un po' fumosi, ecco che a soccorrerlo ci pensano i beat: prodotti perlopiù da semisconosciuti -eccetto DJ Revolution e Thes One gli altri sono nomi decisamente poco noti- questi oscillano tra il boombap più ortodosso e l'evocatività, con diverse sfumature all'interno di queste due categorie. Circa la prima, ad esempio, risaltano sicuramente le due versioni di Those Who Say: laddove il remix di Revolution è bello tirato e basato su un cupo loop di piano, la versione di This Kid Named Miles si limita al solo basso e ad uno stupendo break di batteria che da solo regge tutti i cinque minuti e mezzo di batteria senza problemi (e che sarà riutilizzato più avanti per The Game di Common). Analogamente, laddove Take It There riesce a catturare una melodia di successo (Magic Mona di Phyllis Hyman, ripresa l'anno scorso da Pete Rock in A-Yo) e sfruttarla fino in fondo, come del resto avviene anche per la bella Hip Hop Is e Dedication, Hot Ya Hot e Live Long si basano su un approccio più minimalista in cui si presta quasi più attenzione alla linea di basso che alle batterie.
Esattamente il contrario avviene invece nel momento in cui il disco pende più verso la riflessione, coerentemente con le liriche del caso: Driftin' Through Space sa molto di fusion axelrodiana ed il sample si sposa divinamente con il tema della canzone; analogamente, il canto sognante di Mothaship e gli archi di Space Odyssey risultano ideali per le atmosfere che Akbar si propone d'evocare; e, in un certo senso, anche gli evidenti throwback di 5th Element e No Suckas Allowed tendono a rientrare nella categoria delle produzioni più legate al mood che non all'impatto sonoro propriamente detto. E se è chiaro che non tutte le basi risultano efficaci, paradossalmente sono proprio quelle più "difficili" ad uscirne vincenti: Driftin' Through Space risulta infatti un'accoppiata vincente, e senza voler togliere nulla alle ottime Bigga Dey Come e l'eccezionale Those Who Say, penso che a spingere un po' di più sul pedale dell'evocazione (scartando magari brutture come Hold On o l'originale di Hot Ya Hot) avrebbe aiutato a far entrare nell'immortalità Big Bang Boogie.
Sto esagerando, si capisce; Big Bang Boogie purtroppo è privo di quel guizzo di genio che trasforma dischi ottimi in pietre miliari, ma al di là di questo trovo che sia un'opera difficilmente criticabile se non in un paio di frangenti. Akbar è piuttosto interessante come MC, principalmente per i suoi viaggioni a cavallo tra la fantascienza, la religione ed il misticismo (che per me restano discorsi da sciroccati, sia ben chiaro) e per la sua discreta capacità affabulatoria. E se come tecnica è bravino ma non geniale, gode del vantaggio di poter sfruttare beat che tendono ad evidenzire le sue qualità piuttosto che marcarne i difetti. Insomma: non fate come me che ho insultato il povero Akbar per almeno quattro anni senza avere uno straccio di motivo (in realtà ce l'avevo ed era Hot Ya Hot), scaricate quest'album e -secondo me- buttateci dentro quei 10€ o quel che l'è perchè alla fin fine li vale eccome.





Akbar - Big Bang Boogie

15 MINUTES OF FAME

Chekkautatelo, biatches; e intanto propponi a Ugoka. A parte questo, domani riaggiorno, ché tanto devo comunque tornare al lavoro. One.

martedì 23 febbraio 2010

SEGNALAZIONE: BROTHERHOOD MIXTAPE

Sarò in vacanza fino a venerdì o lunedì, perciò non so quanto aggiornerò il blog. A casa tendo ad avere cose più fiche da fare che non recensire dischi -per esempio rifinire i due God Of War rimasterizzati in HD- però se mi capita d'imbattermi in qualcosa di degno mi piace segnalarvelo. E questo qualcosa è un mixtape/street album di questo gruppo di Brooklyn che si chiama Brotherhood.
Se vi doveste chiedere come cazzo abbia fatto a conoscerli, sappiate che è a causa di una serie di rimandi legati a Vast Aire, il quale sui suoi album più recenti aveva come featuring tale Genesis Lxg (che ha pure giocato a basket in Italia, doh!), il quale a sua volta s'è fatto produrre un po' di beat da tale Thanos. Quest'ultimo sarà brutto e sfigato più di Pupo, ma al campionatore non è affatto male (sua è anche Shu The God Of Aire, una delle cose migliori di Deuces Wild) e anche al microfono se la cava egregiamente, suonando molto vicino a Dom Pachino dei Killarmy (anch'egli portoricano) o più in generale come un grande fan di Kool G Rap. Indi per cui mi son tuffato su Datpiff per scaricare il mixtape e devo dire che a parte due canzoni lo trovo parecchio godibile.
Si tratta di materiale grezzissimo e piuttosto minimalista ma quasi sempre dotato di una qualche melodia, e pur non suonando originalissimo (il loop di Al Green di Killing Me Inside l'ho sentito trenta milioni di volte, per dire) va giù che è un piacere. A colpire in particolare sono Exactly, che gode di un fantastico beat ultracupo e liriche serratissime (roba da '98, per intenderci), Tri-Force ed il suo loop di piano elettrico ipnotico accompagnato da un beat marziale, ed infine la messicaneggiante Kill 'Em All in cui Vast Aire fa una sua degna apparizione. E a parte le schifezzuole di cui dicevo -Mr. Clientele, Where My Get Live Niggaz- il resto gira che è un piacere. Ascoltatelo perchè alla fin fine merita e l'ignobile copertina si fa perdonare.
Peccato solo per i merdosi 128kbps, d'altronde su DatPiff quello si becca... tra l'altro, non riesco a reuploadarlo altrove, per cui ve tocca iscrivervi casomai non aveste ancora un account (cosa poco probabile ma vabbè).

lunedì 22 febbraio 2010

EPMD - BUSINESS AS USUAL (Def Jam Remasters, 1990/2000)

L'ultima volta che ho scritto qualcosa sugli EPMD è stato quasi due anni fa, e da lì in poi è calato un silenzio assordante sul duo di Long Island. Il che per certi versi è strano, in quanto questa lunga pausa non ha coinciso con un mio disinteresse nei loro confronti. Tutt'altro. Ma forse ciò dipende solo dal fatto che ora, al posto degli entusiasmi iniziali ora vi sia solo una certa fiducia, una certa intesa, non diversa da quella che si ha con certi amici che si conoscono fin dall'infanzia, e dei quali magari non si parla ma sui quali si può sempre fare affidamento.
E gli EPMD appartengono appunto alla mia personale schiera di amici d'infanzia, se così li vogliamo definire, assieme ad altri come i Gangstarr, gli ATCQ o il Wu. Senonché loro sono coloro sui quali ho dormito più a lungo, cominciando a manifestare un certo interesse per le loro prime opere solo nel periodo tra Back in Business e Out Of Business; e anche una volta scoperte canzoni come Headbanger o You Gots To Chill ci ho messo il mio tempo prima di carpire appieno la grandezza di Erick & Parrish. Ma che volete, su certe cose sono un diesel; sia come sia, andando a ritroso nel tempo ho potuto stabilire quanto essi siano a livello personale uno dei gruppi pre-1990 che più ascolto volentieri, e a livello oggettivo uno di quelli che hanno saputo rinnovare il suono di un'intera città e di un'intera costa semplicemente attraverso la pubblicazione della loro musica.
Infatti, che cos'è che rende i loro album ancora così godibili? Non di certo le rime, che oggi suonano assai invecchiate sia per questioni di slang (ad esempio il mitico "Peace, and I'm Audi 5000) che di metrica o tecnica (cfr. il «call and response» delle varie Jane, per dire, o i vari omaggi a DJ Scratch), bensì il sound. Guardiamo per esempio a Business As Usual -ricordandoci comunque che il discorso si applica a maggior ragione alle opere precedenti: innanzitutto si nota quanto il funk sia un elemento fondamentale della cifra stilistica di Erick Sermon, che riesce ad inserirlo quasi in ogni traccia in una maniera molto più organica di quanto non si facesse allora. Mi spiego meglio: anziché campionare magari singoli suoni o brevissimi loop inferiori agli ormai canonici sei secondi, Sermon prendeva intere sezioni di fiati o di basso da qualche pezzo dei Parliament o di Curtis Mayfield e le lasciava scorrere senza metterci troppo le mani, nemmeno in termini di velocità o pitch. Una relativa rarità per l'epoca, specialmente nella Grande Mela, e se non vi fidate basta ascoltare Business As Usual e paragonarlo a, che ne so, Let The Rhtyhm Hit'Em o Live And Let Die, ossia due lavori eccelsi ma che rispetto a questo oggi suonano del tutto obsoleti.
Con questo non voglio ovviamente dire che le produzioni dell'Erick Sermon del 1990 potrebbero stare a fianco di beat di Polow Da Don del 2010 -emmenomale, aggiungo- bensì che conservano dei tratti di freschezza sorprendenti e che per motivi anagrafici nemmeno riesco a contestualizzare correttamente. Dunque, che passi di qui qualcuno dei soliti quarantenni per dirmi cosa non doveva essere sentire il campione della Love Unlimited Orchestra di Manslaughter, oppure quella bomba che è Hydra di Grover Washington in Underground, utilizzate in quel modo vent'anni fa.
Dal canto mio posso solo mostrare stupore & meraviglia per il lavoro svolto in questo disco da Sermon, anche perchè moltissimi dei sample presenti in Business As Usual (e ce ne sono a milioni e pure riconoscibilissimi, visto che il disco uscii prima del bordello sui diritti d'autore) sarebbero stati ripresi -spesso e volentieri senza significanti variazioni- negli anni a venire. Un fatto, questo, che spiega in maniera definitiva come mai quest'opera -e le altre della tetralogia originale- suoni così fresca malgrado l'età: infatti, persino chi se la perse al momento dell'uscita originale ha avuto modo di assimilarla «di sponda» negli anni, magari ascoltando gente che con gli EPMD non c'entrava nulla (esempio cretino ma simbolico: You Should be Mine di Roger Troutman la possiamo sentire nel '92 in Crossover e nel '95 in Però Dai Sì di Mauro Repetto. 'Nuff said.).
Avendo ora constatato la grandezza delle produzioni, che nel futuro si manterranno su livelli eccelsi ma senza raggiungere le vette d'innovazione qui toccate per l'ultima volta, è venuto il momento di parlare di emceeing. Emceeing che, nonostante un'evidente invecchiamento, se contestualizzato si dimostra essere il migliore raggiunto dal duo fino ad allora. Questo vale specialmente per PMD, all'epoca ancora capace non solo di dare la paga al suo compare come e quando gli pareva, ma anche di uscire a testa alta dal confronto con un esordiente Redman e soprattutto con un LL Cool J in modalità Jack The Ripper. Non una cosa da poco. E a conti fatti, se da diversi aspetti si nota che le liriche sono state scritte vent'anni fa, dall'altro resta apprezzabile la varietà offertaci: si passa ad esempio da uno degli episodi migliori di Jane, se non forse il migliore (anche se come beat preferisco la precedente), all'esilarante Mr. Bozack, storytelling estremo in cui la prosopopea fa da padrona e su cui c'è poco da dire se non che SEGUE SPOILER impersonare un pisello infetto da malattia venerea FINE SPOILER è cosa che oggigiorno nessuno avrebbe più il coraggio di fare. Hit Squad Heist invece pone le cose in una prospettiva più seria e "cinematica", così come del resto il loro approccio da "integralisti" ante litteram sempre pronti a denunciare l'annacquamento del rap in ogni suoa forma e circostanza.
Conclusione? Una sola, e cioè che se non me la sento di conferire gli allori di classico a quest'album è solo perchè prima di esso sono venuti Strictly Business e Unfinished Business. Ma che esso sia perfetto, questo sì che lo posso scrivere senza temere di essere sbugiardato.

[Edit: andatevene a cagare. È l'album dei due che preferisco, quello nel complesso più vario e più fico. Nulla contro gli altri, ci mancherebbe, ma questo vince. Epperò mi son detto: "Calma e gesso. Quello prima era sicuramente più fresho, per cui fai che dare 4 e 1/2 e 5 all'altro. Ma visto che mi sto prendendo del coglione e -cosa ben più grave- io per primo sospetto che ciò sia a ragion veduta, torno sui miei passi e do cinque come d'istinto sarei stato portato a fare. Quel che è giusto è giusto. Ma sappiate che lo faccio in questo caso e non per gli S&W, in cui il 4 e 1/2 continua ad essere giustificato]





EPMD - Business As Usual (link alternativo, se alcune tracce non funzionano non so che dirvi)

VIDEO: RAMPAGE

venerdì 19 febbraio 2010

NATURAL ELEMENTS - 1999: 10 YEAR ANNIVERSARY (Kings Link, 2009)

"When I spit Hot Potato, I was peepin Tommy Boy/ But didn't wanna be the the next act that they would destroy": così rappava Bumpy Knuckles nella sua Industry Shakedown. E per quanto egli si riferisca ad una canzone del 1993, questi due versi suonarono estremamente attuali al momento della loro pubblicazione nel 2000. E questo in quanto all'epoca la Tommy Boy stava subendo una profonda ristrutturazione interna anche a causa della coesistenza di due sottocompagnie, la Tommy Boy Silver e la Tommy Boy Black Label. Quest'ultima era nata due anni prima con l'obiettivo di dedicarsi esclusivamente al rap underground, ma durò a malapena 24 mesi prima di andarsene a ramengo e comportando un'ulteriore voce in perdita per un'azienda che all'epoca non è che stesse andando proprio a gonfie vele, il che costrinse ad un repulisti del roster degli artisti nonché ad un calo degli investimenti in pubblicità e distribuzione.
Vittime di questa ristrutturazione furono, su tutti i livelli del versante musicale, svariati artisti quali Defari, Stricklin' degli attuali EMC e soprattutto Capone 'N' Noreaga. Ma, più di questi, chi soffrì maggiormente della situazione instabile della Tommy Boy furono i Natural Elements, un trio di MC oriundo del Triboro (Bronx-Manhattan-Brooklyn) dei primi anni '90 e che grazie ad una buona competenza lirica da parte dei tre MC ed il talento di beatmaker di Charlemagne (che avrebbe poi lavorato anche per la Bad Boy o gente come Cam'Ron, Mary J. Blige e Jay-Z) erano riusciti a crearsi un notevole seguito anche al di fuori dei confini di New York. Singoli come Bust Mine, Shine o Lyrical Tactics li avevano portati alle luci della ribalta -vuoi anche solo dell'underground- mentre i due singoli usciti per la TB (soprattutto 2 Tons) avevano lasciato decisamente ben sperare. Nel '99 doveva finalmente uscire il loro disco d'esordio e invece, come si suol dire, manco p'o cazzo.
Negli anni in realtà si sono susseguiti leaks di vario genere, dal più marcio degli mp3 al bootlegone dell'album, ma nessuno di essi (pare) con l'autorizzazione di alcuno dei membri; e se per quel che mi riguarda questa loro odissea musicale all'epoca mi stufò piuttosto in fretta (in fondo erano sì bravi ma c'era di meglio), sull'imbrunire dell'anno scorso notai questo 1999: 10 Year Anniversary e decidetti che era finalmente giunto il momento di ascoltare 'sto benedetto album. Oddio: non che non avessi scaricato nulla di loro in questi dieci anni, sia ben chiaro, ma come dire? Laddove questo è possibile preferisco sempre entrare in contatto con la visione artistica originale, ed eventualmente con una qualità audio professionale o quasi. Insomma, stando così le cose pensavo di poter recensire 1999 con lo stesso spirito con il quale ho affrontato il primo di Large Pro o quello degli InI.
E invece no, perchè da un punto di vista filologico questo disco è una truffa bella e buona. Infatti, benchè le scarse note di copertina (e anche qui ci sarebbe da ridire, ma glisso) riportino la buffa tesi che "All tracks recorded in 1999", ci sono almeno tre pezzi che con quell'anno non c'entrano nulla. Trattasi di Bust Mine con relativa b-side, Paper Chase, e poi Shine. E me ne sono accorto io che dalla mia ho solo la memoria (Source Fat Tape) ed un certo orecchio (Shine non può essere stata incisa dopo il '96), non sono di sicuro un fan! E difatti, chi invece fan lo è davvero, ha messo sotto la lente d'ingrandimento quest'album raffrontandolo oltretutto con i leaks di cui al paragrafo precedente ed è giunto a conclusioni ancora più drastiche delle mie. 1999 è, insomma, una sorta di raccolta-barra-sampler che faccio fatica a collocare in una logica di qualche tipo. Insomma: se vuoi proporci l'album va benissimo ma allora usa la cortesia di restare fedele al progetto originale; se invece vuoi darci materiale inedito o rarità ben venga ma, appunto, non ripiegare su scelte troppo semplici; viceversa, se invece vuoi creare una specie di greatest hits allora come stracazzo fai a non inserire nemmeno Lyrical Tactics? Bah... di nuovo, non ci siamo, e devo notare con un certo giramento di culo quanto poco rigore ci sia nell'ambito del rap, sempre aperto a mosse da aumma aumma e parruccate di vario genere.
Ciò detto, e cancellata l'opzione «recensione classica» per i suddetti motivi, resta davvero poco da aggiungere. Per chi non li dovesse conoscere ricordo che i tre formano un buon gruppo; nessuno di essi è dotato di particolare genio ma si collocano tranquillamente sopra la media e come bonus hanno un'alchimia, nonchè una diversità stilistica e vocale, davvero notevole. A-Butta tiene fede al suo nome e dei tre risulta quello più rilassato, quello più cool (anche se i suoi adlib dopo un po' stufano); Mr. Voodoo gli fa da contrappunto grazie alla voce baritonale e la maggiore aggressività, mentre L-Swift risulta senz'altro quello più agile con le parole nonché quello più focalizzato sull'aspetto tecnico della rappata. E ciò aiuta enormemente nell'ascolto in quanto praticamente tutti i pezzi rientrano nella sfera concettuale del metarap, e pur essendo fatto tendenzialmente bene, magari dopo venti tracce potrebbero venire a noia. Invece devo dire che il tutto scorre che è un piacere, anche perchè il trio riesce (almeno nei pezzi davvero incisi nel '99) a mescolare liriche scritte con l'attitudine del purista a suoni più moderni di quanto di solito non avvenga con questo genere di prodotti. Ed in tal senso un buon 60% dei complimenti va a Charlemagne, capace di condensare sia lo spirito più «indie» della New York di fine millennio (Survive, 2 Tons, Second Hand Smoke, Off Beat Bop) che quello più aperto al mainstream (Livin' It Up uno e due, Intricate Plot, NE Season); e se talvolta quest'ultimo finisce col creare tracce non esattamente brillanti come NE Thang o Tell Me Something Good, nel complesso non costituisce un problema. L'atmosfera generale tende alle tinte fosche e credo che sia difficile resisterle se si ha sempre amato il rap proveniente dalla costa orientale degli Stati Uniti.
Quindi, alla fine che fare, comprare o non comprare? Beh, dipende. In termini di analisi pura il prodotto è pensato col culo anche se curato discretamente (packaging, qualità del suono mediamente alta ecc.), e di conseguenza lo si potrebbe vedere come una mossa da zanza o quantomeno un'operazione scorretta per scucire un po' di quattrini all'ascoltatore incallito. Tuttavia, basta essere dei fan occasionali dei Natural Elements -ed io sono così- per lasciarsi simili questioni alle spalle e godersi l'ascolto di questo bizzarro pot-pourri. Lo ammetto, quindi: pur con un po' di amaro in bocca, alla fine 1999 mi è piaciuto e ve lo consiglio, pur non conferendogli un voto di alcun tipo.

Natural Elements - 1999: 10 Year Anniversary

giovedì 18 febbraio 2010

MYKILL MIERS - THE SECOND COMING (Ill Boogie/ Groove Attack, 2001)

Ogni tanto mi capita di passare in rassegna gli zip da me caricati sul blog nell'ultimo periodo e, sovente, mi balza all'occhio che ad essere scaricati sono i dischi già famosi, mentre quelli più sottotono a stento raggiungono i dieci download. Se questo da un lato è ovviamente più che logico, specialmente perchè molte delle visite provengono dall'esterno dei patri confini, dall'altro un po' mi spiace perchè alla fine uno dei motivi per i quali ho aperto il blog è non solo di condividere la mia collezione di dischi, ma anche di evidenziare quelle che personalmente reputo essere delle chicche ingiustamente sottovalutate anche e soprattutto dagli aficionados del genere.
Ebbene, tra questi figli di un dio minore devo inserire praticamente tutti i prodotti usciti per la Ill Boogie Records. La microetichetta del californiano M-Boogie ha difatti avuto una vita assai breve caratterizzata però da delle pubblicazioni forse un po' impersonali -a partire dalla tipologia del sound, oggettivamente una scopiazzatura a cavallo tra Premier e Showbiz- ma certamente di buona qualità. E se in passato vi ho già parlato della compila di M-Boogie stesso e in futuro scriverò senz'altro del'autentico gioiellino che è Big Bang Boogie di Akbar, ora è il momento di dire quattro parole sul secondo album del Carneade Mykill Miers.
Comincio da The Second Coming non tanto perchè il suo esordio sia brutto o che -al contrario, è mediamente pregevole- bensì perchè alla fine questo è il disco che la D.I.T.C. post-98 avrebbe dovuto fare. Mi spiego meglio: è il disco su cui sarebbe stato più logico sentire rappare A.G., O.C. o Big L invece che il reale autore; purtroppo, invece, alla fine i solisti dei suddetti usciti tra il 1999 ed il 2001 sono stati per me tutti piuttosto deludenti (Bon Appetit è una schifezza tout court, ma vabbè) principlamente perchè i beat si discostavano molto da quel hardcore ultraminimalista che si poteva invece sentire in Flip Shit oppure Time To Get This Money. Un suono così ruvido da risultare al contempo inascoltabile al profano ed orgasmico all'accolito, un suono che per me è stato espressione di un modo d'intendere la musica oltre che di rappresentare un dato periodo. Ebbene, se siete come me dei fanboy di campioni brevissimi sminuzzati a dovere, batterie capaci di sfondare i timpani e bassi in stile tortura a Guantanamo, non guardate oltre: The Second Coming è ciò che fa per voi.
I produttori, principalmente Diverse ("noto" recentemente per aver prodotto due basi in Caltroit) e DJ Revolution, con un M-Boogie curiosamente relegato ad un unico beat, si danno infatti da fare per confezionare quindici strumentali che non concedono assolutamente nulla all'easy listening e che anzi mettono a dura prova anche il parco fan dell'hip hop. I campioni di piano o di tromba sono praticamente sempre utilizzati come singole note in concomitanza col basso, anch'esso utilizzato più come elemento delle percussioni che non come accompagnamento, oppure al massimo risultano dotati di melodie che paiono tratte direttamente da qualche colonna sonora di horror degli anni '70 (cfr. ad esempio Dowhatyougottado), risultando così spesso alienanti oltreché minimalisti. Difficile se non impossibile, quindi, riconoscerli: fanno eccezione quello adoperato per Raw Shit, che mi pare essere Gene Chandler, Gone Too Far che invece riprende A Few More Kisses To Go di Isaac Hayes, e infine U Know The Name, in cui riappare il sax già sentito in 4Give My Sins dei Group Home. Per il resto, come dicevo, il taglia&cuci operato da Diverse e Rev è materiale solo per digger di prim'ordine anche in quei pochissimi casi dove di fatto una melodia c'è, come ad esempio il bel loop di flauto di Die From This, che rimanda forse a Q&A di Show & AG/ Lifetime di Marco Polo & Torae, ma sul quale risulta difficile pronunciarsi a meno che non si conosca esattamente l'originale.
Insomma, a conti fatti e cestinate le sole Crazy e Get It Right, il resto delle produzioni è grasso che cola per chiunque apprezzi il boombap più ruvido ed incisivo. Difficile stabilire quale sia il beat più riuscito, ma di certo Killing Spree The Sequel, Raw Shit e Dowhatyougottado se la giocano per bene; e se proprio devo trovare un difetto al di fuori della poca originalità, allora potrei citarvi l'eccessiva omogeneità delle atmosfere, ma d'altronde si tratta di un prodotto pensato per una ristretta nicchia di persone e perciò una critica simile mi pare un po' velleitaria. Che dire? Nella logica del sottogenere il beatmaking è da promuovere con il massimo dei voti eccetto la lode.
Peccato allora che in parte questi beat vengano sprecati da Mykill Miers, un MC dalla presenza abbastanza carismatica ma che per il resto lascia assolutamente il tempo che trova. La legnosità della sua metrica è qualcosa di sconcertante (praticamente usa solo rime e mai assonanze, i pattern multisillabici sono a lui sconosciuti) e da questo punto di vista di buono c'è solamente che sa stare a tempo, mentre in quanto a ricercatezza delle metafore e, più in generale, creatività siamo messi proprio maluccio. Voi direte: ma i Ghetto Dwellas saranno mica dei geni, o no? Giusto, rispondo io, ma a parte che Party Arty al microfono valeva tre Mykill Miers già solo per la voce, la loro ignoranza è assoluta e colpisce a 360 gradi. Qui invece spesso abbiamo a che fare non solo con pretese ridicole -aka l'egotrippin' bastato su una supposta bravura personale- ma anche con metafore fuori tempo massimo ("You punks need some bodyguards like Whitney", "We got the ill communication 'cause our boys are beasties") o semplicemente asinine ("You're so full of shit your nickname is feces"). Ne consegue che, essendo tutti i testi incentrati sul metarap -com'è giusto che sia considerato il sound- oppure sulla ghettusaggine, ed essendo Miers un semincapace che per giunta si fa affiancare al microfono una sola volta, dargli retta corrisponde a rovinarsi l'ascolto. Di positivo insomma c'è poco, salvo che stranamente nei ritornelli -quando non sono scratchati- la sua trivialità funziona e difatti nessuno di essi risulta sgradevole.
Ecco, detto questo mi viene da piangere per lo spreco di beat, ma che ci volete fare? In fondo la qualità del beatmaking è tale che se si considera il protagonista alla stregua di uno strumento qualsiasi l'ascolto fila via che è un piacere, tanto che dopo aver viaggiato per anni con i soli mp3, come mi si è presentata l'occasione di comprare Second Coming (usato, vabbè) l'ho presa al volo. In chiusura, l'ho già detto ma lo ripeto: bel disco, ma davvero solo per estimatori.





Mykill Miers - The Second Coming

mercoledì 17 febbraio 2010

DOMANDA

Aggiorno domani, non cagatemi il cazzo. Una domanda, però: quanto varrà il CD di 41° Parallelo? Giusto per sapere, thx. E ora un po' di Scionpüüü! tanto per non sbagliare, che ormai è ovunque e qui rappa benissimo -cioè più benissimo del solito- su un vecchio beat di Pacewon.

martedì 16 febbraio 2010

DIAMOND D - HATRED, PASSIONS & INFIDELITY (Mercury, 1997)

Come ogni anno, i mesi che vanno da gennaio a marzo tendono ad essere piuttosto poveri di uscite interessanti e di conseguenza risultano anche i migliori per rinfrescarsi la memoria con gli ascolti delle vecchie glorie. E se ultimamente mi sto ripassando i primissimi anni '90 -vedi la recente recensione di Stunts Blunts & Hip Hop- non mi disgusta andare a riprendere in mano le opere minori di artisti oggigiorno altamente quotati. È questo il caso di Hatred Passions & Infidelity di Diamond D, album noto oggigiorno più per la difficile reperibilità che per i contenuti musicali (una delle tante distorsioni dell'idolatria nei confronti deigli anni '90, IMHO).
Esso è la seconda opera solista dell'obesoide del Bronx e, uscito a ben cinque anni di distanza dal precedente, all'epoca lasciò l'amaro in bocca a molti estimatori del suddetto che ne denunciarono l'anonimità del suono ed una pur relativa mediocrità. La Source gli appioppò tre microfoni e mezzo, certo, ma non si può nascondere che se si mettono insieme la bontà del suo primo disco nonché l'eccellente qualità delle produzioni fatte conto terzi negli anni tra il '92 ed il '97 (cito solo il remix di Soul On Ice, The Score dei Fugees, Da Fat Gangsta di Fat Joe) le aspettative avrebbero dovuto ricevere ben altra soddisfazione che non una raccolta di beat e liriche francamente accettabili ma non molto di più. Ad onestà del vero -sia detto- a me questo disco all'epoca piacque ben più di quanto non sia disposto ad ammettere, ma col tempo mi è bastato imparare a conoscere Stunts Blunts & Hip Hop e le tante altre produzioni di D per farmi cambiare giudizio fino ad arrivare alla conclusione, magari un po' ingenerosa, che di tutte le opere firmate D.I.T.C. degli anni '90 questa è una delle più deboli.
Possibile? Certamente sì, soprattutto se si nota fin troppo un ammorbidimento dei suoni e delle atmosfere che non si confa troppo ad un membro della prestigiosa crew nuiorchese. Intendiamoci, Diamond D è sempre stato quello con il flow più rilassato e l'attitudine più pimpaiola, e di conseguenza ha un senso che lui non rappi costantemente su beat pestoni à la Big L o A.G. Epperò, quando nel corso di un unico album ci s'imbatte nella fiacca J.D.'s Revenge -tragico il ritornello cantato ed i relativi muggiti di sottofondo di Gina Thompson- nella revivalistica Can't Keep My Grands To Myself (sulla quale ci vedrei bene un Ma$e, per dire) e, soprattutto, nell'angosciantemente manieristica Cream 'N' Sunshine, dove a fianco del solito tremendo ritornello cantato si arriva al campionare alla cazzodicane Moonshine di Rick James, beh... allora c'è un problema, e bello grosso anche. Problema grosso che rischia di diventare enorme in un nonnulla quando ci accorgiamo dello sbilanciamento qualitativo del disco: HP&I comincia infatti bene con Flowin', cresce con MC Iz My Ambition, prosegue liscio con No Wonduh e l'originale di Hiatus (che non è di molto inferiore all'eccezionale remix, sia ben chiaro); fa una pausa di tre canzoni in cui includo anche la deludente Painz & Strife con un Phife decisamente loffio, e poi giunge finalmente al piatto forte del menu, ossia la straordinaria 5 Fingas Of Death (su cui ritornerò più avanti). Bene: da lì -nona tarccia- fino all'eccellente Epilogue, il nulla o quasi. Vale a dire che magari Gather Round, Never o This One sono anche carine e si lasciano ascoltare, ma io da Diamond D mi aspetterei qualcosa più che un semplice "carino". Anche perchè se prendiamo questi suoi pezzi «meh» e li paragoniamo a canzoni curate da artisti meno noti e/o celebrati, ad esempio i Blahzay Blahzay, notiamo uno scompenso qualitativo decisamente sospetto. Insomma, non ci siamo: manca l'estro, la freschezza, il tocco di classe mostrato invece più e più volte in quasi tutte le sue produzioni antecedenti quel fatidico 1997.
Ma per quanto un po' opacizzato, un talento naturale come Diamond D non può scomparire così allegramente: e difatti a ricordacelo più che qualsiasi altra traccia c'è la stupenda 5 Fingas Of Death, una delle posse cut più potenti mai eseguite dalla D.I.T.C. in cui a fare il ruolo del leone è un Big L assolutamente strepitoso (piccolo caveat: non è prodotta dal Nostro, bensì da Kid Capri). La sua strofa è uno dei migliori esempi di thuggery mescolata a liricismo ed esibizione di puro stile, come New York vuole e, più ancora dell'attacco ("Check it, I stay jewel'd up, pockets swelled up from banks I held up/ Plenty bitch-ass niggas Big L stuck") è la chiusura a ricordarci della grandezza di Lamont Coleman: "Your faggot ass better stick to dancing/ Don't even look at me I might break your jaw just for glancing/ That's right, in '97 Harlem kids is blowing/ And we don't trip, we all let a bitch starve til her ribs are showing". E questo a fronte di strofe comunque ottime da parte degli altri ospiti, O.C. e A.G. su tutti.
E sempre restando in tema di emceeing, va detto che se contenutisticamente Diamond D è rimasto tale e qual'era nel '92, tecnicamente è migliorato (soprattutto come struttura metrica e dizione) e sovente è il suo stile a risollevare le sorti di un pezzo oppure a renderlo genuinamente bello. MC Iz My Ambition, ad esempio, godrà sì di un immancabile sample di David Axelrod e di un ritornello semplicissimo ma capace di marchiarsi a fuoco nella memoria, ma a renderla un piacere per le orecchie contribuisce proprio il flow cadenzato di Diamond. Idem dicasi per la sottovalutata Hiatus originale, oppure l'altra hit del disco, cioè la conclusiva Epilogue, in cui il nostro gioca con le parole per un buon quattro minuti filati, e dove il cupo ed elegante campione di vibrafono conferisce all'insieme la tipica ciliegina sulla torta.
Conclusione: mi scoccia rimangiarmi opinioni o idee, anche se queste nacquero in tempi in cui le mie conoscenze ed i miei gusti erano sviluppati meno di un decimo rispetto ad oggi (mi gioco così la dottrina dell'infallibilità, sapete), ma in questo caso il revisionismo è d'obbligo. Fermo restando che Hatred Passions & Infidelity contiene delle buone cose ed anche due pezzi ottimi, è anche vero che rispetto anche solo ad un Awakening ciò che manca è la brillantezza ed il taglio personale. L'ha prodotto Diamond ma poteva produrlo chiunque, all'epoca, non so se mi spiego. Perciò da un lato vi consiglio di dargli un ascolto a sgunfio, casomai non l'aveste già fatto, e dall'altro vi sconsiglio fortemente di spenderci più dei soliti quindici yuri casomai lo doveste trovare in giro.





Diamond D - Hatred, Passions & Infidelity

VIDEO: THE HIATUS

lunedì 15 febbraio 2010

GRIM TEAM - ONCE UPON A TIME IN AMERICA: THE PREQUEL (THE 16th CHAPEL, 2007)

I motivi che oggiogiorno possono spingermi ad acquistare un disco a scatola chiusa, dopo più di 15 anni di inculate prese con una curva crescente che lascia oramai poco spazio a qualsivoglia tipo di fiducia, sono pochi. Pochissimi, anzi. E se andiamo a parlare di esordienti direi ancora meno, direi intorno allo zero virgolaqualcosa.
Nonostante tutto ciò, però, propormi un album che include nomi come Milano, Saigon, gli Im3 (in doppia versione: solisti e gruppo), Smiley e i Kamakazee significa farmi calare le braghe senza ritegno, perchè con una simile formazione di semiemergenti/semifalliti underground io perdo qualsivoglia capacità di razionalizzare. Nessuno di loro è mai stato un campione del flow o un mostro della scrittura, ma tutti hanno saputo rappresentare quella forma di rap ruvida ed ignorante che io tanto amo e che tra le mie preferenze spesso sostituisce brani oggettivamente meglio fatti.
Ebbene, la chiave di lettura migliore per godersi Once Upon A Time In America del/dei Grim Team -nome dietro al quale si cela il produttore parigino Chaze- è secondo me esattamente questa: prendi un po' di gente magari dotata di potenziale ma mai stata capace di emergere realmente e da' loro dei beat che li equivalgano, cioè materiale tecnicamente piuttosto valido ma dai contorni un po' sfocati, non rifiniti. E a conti fatti il tutto funziona egregiamente, devo dire: i campioni del Nostro girano quel che basta per fornire un valido background musicale agli ospiti, le batterie svolgono il loro mestiere ed i suddetti ospiti si comportano al meglio delle loro possibilità. Il tutto per poco meno di un'ora di durata dove è meglio lasciare le aspettative a casa e concentrarsi su quel che passa il convento.
E allora cominciamo col portoricano oriundo del Lower East Side di nome Raze, che intorno al 2005 aveva ricevuto un po' d'attenzione grazie a dei validi 12" da lui pubblicati salvo poi scomparire nell'ultimo periodo: in Once Upon Ecc. ritroviamo innanzitutto Livin' It, che risulta valida oggi come al momento della sua uscita, e Nervous -forse meno d'impatto ma comunque gradevole. Il boricua si fa notare più per la tecnica che per i contenuti, ma almeno da questo punto di vista la sua dizione cristallina e la disinvoltura nel passare da una rima all'altra fa passare in secondo piano una certa sensazione di déjà vu concettuale. Idem dicasi per il conterraneo Milano, che dopo un lungo silenzio ritroviamo qui in un paio di discrete tracce atte a dimostrare ancora una buona forma, così come per Prospect: la lunga assenza dalla scena non ha intaccato di una virgola lo stile dell'ex membro della Terror Squad, il quale si presenta tale e quale a com'era in Don Cartagena. A voi decidere se questo sia un difetto o meno.
Chi invece stupisce sono gli Infamous Mobb: essi sono presenti sia come gruppo che come solisti, ma i loro sforzi restano comunque alti: e così, se il loro pezzo collettivo pur dimostrando un notevole potenziale viene rovinato sul più bello da quella ignobile chiavica di Chinky, le loro singole tracce centrano il segno -sì, persino quella di Ty Knitty. Inutile però dire che in quest'ottica di rozzezza a vincere è il solito Twin Gambino, che come al solito inciampa nei tempi e regala liriche non esattamente brillanti (la mia preferita: "Gambino, grimey one, know I'm that nigga/ Hard like DMX but smooth like Jigga/ Thug from QB, you know I'm that nigga") ma a cui personalmente perdono tutto solo per via della voce e dell'attitudine. Un po' come Smiley The Ghetto Child, ingiustamente considerato del tutto incompetente ma che qui tutto sommato si salva sia in Busted (complice anche il beat) che in Insane Terrain; certo, la bravura vera e propria è un'altra cosa ed in fondo bastano KL e Kyron per ricordarcelo nella loro Hold Mine, ma anche l'incapacità totale è ben altra materia: basta ascoltare A-Dog degli ACD che rappa peggio che nel '97, mentre sospendo il giudizio sui Tres Coronas principalmente per questioni linguistiche (ma qualsiasi scemo di Saragozza per me rima meglio di loro, se v'interessa saperlo).
Insomma, in breve ci sono artisti che se già conoscete ed apprezzate vi sapranno dare delle soddisfazioni; in caso contrario, nessuna delle loro performance riuscirà a farvi cambiare idea anche solo di una virgola. Le tematiche sono sempre le classiche del rap ghettuso e, francamente, particolari estri non ce ne sono: prendere o lasciare.
Lo stesso discorso di cui sopra si potrebbe applicare ai beat: Chaze si dimostra un buon mestierante capace di occasionali sprazzi di genio (Busted, Hood's Diary, Livin' It) così come di pigrizia (vedi i sample strasentiti di Incognito, Get That Paper o BXNY) o totale inettitudine (Verso Por Verso ma soprattutto l'atroce A 100). Ne consegue che se il suo lavoro qui non si può certo definire esaltante, in almeno un paio di occasioni riesce a regalarci il pezzone ed alla fine, questo sì, quasi sempre l'artista di turno gode del background acustico a lui più consono. In qualità di discepolo del suono ruvido di fine anni '90, Chaze riesce quindi ad ottenere spesso un'eccellente alchimia tra beat ed emceeing, cosicchè risulta difficile non apprezzare la già citata Hood's Diary o M.I.L.A.N.O. I campioni, poi, presi perlopiù da colonne sonore o roba anni '80 con solo qualche occasionale excursus nel soul classico, hanno il pregio di essere orecchiabili ed alla fine l'unica cosa che spiace è che il parigino non sia stato capace di una programmazione delle batterie più creativa ma soprattutto dotata di un mixaggio degno di questo nome. Insomma, a voler essere cattivi lo si potrebbe definire un Alchemist senza la cretività.
In chiusura, quindi, che fare? Comprare o non comprare? La mia personalissima risposta è «sì» ma solo a condizione che siate veramente dei fan sfegatati del rap à la Infamous Mobb e siate perciò disposti a perdonare un emceeing spesso non eccelso ed una monotematicità che mal si sposa con la durata del disco. Per quel che mi riguarda, quindi, sarebbe un tre e mezzo ma oggettivamente non posso dargli più di tre. E questo restando in attesa del debutto ufficiale di Chaze che, spero, potrà usufruire quantomeno di un maggiore quality control...





Grim Team - Once Upon A Time In America: The Prequel

VIDEO: BUSTED

venerdì 12 febbraio 2010

SOLITI DELIRI DA CHIUSURA NUMERO

...e pertanto mi sa che nemmeno oggi riuscirò ad aggiornare alcunché. Sparatevi però 'sto video e buon weekend.

mercoledì 10 febbraio 2010

SEAN PRICE - JESUS PRICE SUPERSTAR (Duck Down, 2006)

Avrete notato come di solito non mi preoccupi di tenere a freno la mia tracotante prolissità, specialmente quando scrivo di musica che mi piace. Ma stavolta il discorso è diverso, e tale deve essere per un semplice motivo: Jesus Price Superstar non è altro che un «Monkey Barz 1.1», ossia una replica del format che ha reso un successo l'esordio solista del beneamato Sean Price. Più specificamente, anche in questa occasione troveremo tutto il carisma di Pü! nelle sue varie manifestazioni -metarap, viulenza, humor ecc.- esattamente come avveniva in Monkey Barz, solo che cambierà la forma sia nei testi che nei beat ("e grazie al cazzo", direte giustamente voi). Insomma, se vi è piaciuto il predecessore vi piacerà anche questo, altrimenti no. Punto.
Ora, generalmente sarei propenso a cassare senza pietà una simile operazione fotocopia, ma si da il caso che a conti fatti Jesus Price Superstar corrisponda esattamente a quello che il Nostro deve fare, ossia rap di puro intrattenimento. E, francamente, una persona che si dimostra capace di partorire uscite brillanti come "You're supposed lie to the cops and tell the truth in the booth/ Instead you tell the truth to the cops and lie in the booth" oppure "My man said he heard me on Mister Cee/ Yeah, that's cool but it don't equal chips to P/ The brokest rapper you know sell crack after the show/ With a fo'-fo' that'll blow back half your 'fro", dimostra di saper fare il suo mestiere; criticarlo per la scarsa innovazione mi sembrerebbe fuori luogo. Oltretutto, nei limiti del possibile la sua tecnica è migliorata sia per la qualità delle rime che per i piccoli accorgimenti che rendono Pü! di diverse spanne superiore ad altri suoi colleghi, cioè le pause ad effetto, i giochi di parole e via dicendo. Insomma, senza menarla troppo per le lunghe posso dire che JP Superstar è una manna per qualsiasi appassionato di liriche. Punto. Il Nostro dimostra la sua bravura, fa venir voglia di riascoltare molte delle sue barre e al di là del meritarsi il nostro plauso spesso e volentieri ce fa ride.
Il che è cosa buona, perchè purtroppo l'apporto dei vari beatmaker è sì meno altalenante rispetto a Monkey Barz, ma al contempo risulta più insipido; i vari 9th Wonder, Khrysis, MoSS, Illmind ecc. non riescono difatti a spingersi oltre la media personale, cosicché alla fine è vero che non corriamo il rischio d'imbatterci in sconcezze come Fake Neptune, ma purtroppo è anche vero che di Onion Heads o Bye Byes non c'è nemmeno l'ombra. Il che è ovviamente un peccato, perchè essendo Pü! capace di salvare un beat di qualità mediobassa, nel suo caso (in realtà sempre) preferisco avere una qualità generale ondivaga che magari mi porta a premere «FF» due o tre volte, ma che in altrettante occasioni genera in me spasmi muscolari all'altezza della nuca. E qui invece ci troviamo nel reame del "caruccio" con qualche guizzo di vita nei casi di Like You (10 For The Triad evidentemente sa come creare linee di basso gorde, cfr. anche la sua Da God), One (purtroppo troppo breve) e Mess You Made. Niente de che, si capisce, ma pur sempre più degne d'attenzione che non il 9th Wonder/Krhysis in pilota automatico e le relative Let It Be Known, Director's Cut o Stop che ne derivano, ovviamente munite del solito loop di archi d'ordinanza, oramai accettabile solo se sfruttato in maniera davver creativa e non lasciato lì senza variazioni "perchè tanto la melodia c'è". Eddài, sù!
Last but not least, nota di demerito a P.F. Cuttin', il quale ricicla senza vergogna il beat usato per Ice Grillz dei Blahzay Blahzay (lasciandolo pure sul suo Myspace, 'sto fesso!), che sarà pure bello ma insomma...
Concludendo: se prendiamo in considerazione questi aspetti, ci aggiungiamo alcuni ospiti dei quali avrei volentieri fatto a meno (Phonte, Skyzoo, un Sadat X scandaloso e quella disarmante sega di Chaundon), ed infine ci ricordiamo che non c'è nulla di sostanzialmente diverso rispetto a Monkey Barz... boh, devo dirvi quale dei due comprarvi? Poi, certo, se siete come me dei fanboy di Scionpü! fate bene a reperire anche questo; tuttavia spero che -come lascia presagire il gustosissimo Kimbo Price- il suo prossimo disco si distanzi dalla piega presa nella scelta delle basi. Tre e mezzo, via, di cui quest'ultimo è forse un po' regalato...





Sean Price - Jesus Price Superstar

VIDEO: MESS YOU MADE

martedì 9 febbraio 2010

GOODIE MOB - SOUL FOOD (Laface, 1995)

Se qualcuno è rimasto perplesso per la recensione di ieri e per il voto assegnato a Stunts Blunts & Hip Hop, allora aspettate di giungere al termine di questa recensione; ma prima di farlo leggete tutto per bene, per favore, cosicché non mi rompiate i coglioni a vuoto con appunti e rimostranze inesatte costringendomi oltretutto ad inutili autocitazioni. Grazie.
Detto questo, innanzitutto cerchiamo di cominciare a dare una descrizione quanto più completa di quest'opera partendo dal titolo; un elemento, questo, tradizionalmente poco rilevante nell'hip hop -dove a contare è l'allure di ficaggine più che il concetto, ammettiamolo- ma che stavolta ha un senso che vale la pena di esplicare soprattutto in considerazione dell'esotismo culturale che vi è insito. Partiamo dunque dal termine. Per «soul food» s'intende la cucina povera tipica delle classi mediobasse residenti negli stati americani del sud, le quali sono composte in stragrande maggioranza di afroamericani -inventori di una gastronomia che ha come tratto principale quello di essere ipercalorica, speziata e fondamentalmente tanto indigeribile quanto gustosa (immaginatevi perciò un bue impanato farcito di cozze, pizzoccheri e curry). Ma oltre all'accezione più squisitamente legata all'arte dei fornelli, ho letto -e mi è stato confermato- che parlare di «soul food» corrisponde all'evocare immagini di unità famigliare, e proprio quest'aspetto è quello che i Goodie Mob intendevano sottolineare dando questo nome all'album.
Perchè se da un lato possiamo facilmente cogliere il doppio senso del «cibo per l'anima», o dire mediante una metafora facile facile che il piatto offertoci dal quartetto di Atlanta è ricco e gustoso nella sua semplicità, dall'altro è forse meglio evidenziare il richiamo all'unità espresso mediante diversi messaggi contenuti nell'ora di durata di Soul Food. Il quale risulta interessante, profondo e sentito come poche altre opere perchè non viene espresso in maniera diretta e/o didascalica, bensì attraverso l'esposizione (quasi sempre autobiografica) dei tanti mali che affliggono il loro mondo, e la contrapposizione ad essi dei pochi momenti positivi che li rendono superabili. E, ovviamente, questi momenti positivi hanno come comune denominatore l'unità, unica panacea possibile per flagelli quali la guerra tra poveri, il razzismo, l'isolamento dal mondo dl benessere e via dicendo.
Ma malgrado questo messaggio positivo, che resta costantemente sullo sfondo, Soul Food è tutto fuorchè un disco solare e perciò si distanzia nettamente dalla scuola dei Native Tongues. Mi preme di nuovo sottolineare il fatto che l'unità viene (sotto)intesa come unica via d'uscita possibile per la situazione presente, e che questa indicazione ci arriva attraverso l'esposizione del background in cui i quattro si trovano a vivere anzichè come gioioso richiamo alla fratellanza in nome del volèmose bene. Critica, paranoia e senso d'oppressione sono presenti in dosi massicce già nel coraggioso singolo Cell Therapy, in cui possiamo ascoltare squarci di angoscia come questi: "Me and my family moved in our apartment complex/ A gate with the serial code was put up next/The claim that this community is so drug free/ But it don't look that way to me, cause I can see/ The young bloods hanging out at the store/ 24/7 junkies looking got a hit of the blow, it's powerful" oppure "United Nations overseas, they train assassins/ To do search and seize, aint knocking or asking/ Them coming for niggas like me/ Poor white trash, like they, tricks like her back in slavery". Ma non è tutto qui: in Live At The O.M.N.I. il quartetto si scaglia contro le logiche del sistema carcerario americano e soprattutto contro la repressione poliziesca, specialmente se esercitata da quella che loro considerano la propria gente: "I went to jail fo' the cause/ And to the black police: wouldn't give 'em the sweat off my fuckin' balls/ Suckin' on the devil's dick/ Already kissin his ass for a ten dollar raise, bitch/ Beat me down for some petty cash/ Smilin' in my face as the beast looked and laughed".
E se quasi ovunque nel disco si possono leggere messaggi di questo tenore (anche se non sempre così specifici), come in I Didn't Ask To Come, Sesame Street o The Coming, alla fin fine quelle che marcano in maniera definitiva la specificità dei Goodie Mob sono senz'altro la title track (inusualmente leggera rispetto al resto) e soprattutto la traccia denominata Dirty South: il fattoo che sia stata questa canzone a descrivere fin da subito un'intera regione credo basti per indicarne l'altissima rappresentatività. Ascoltare per credere.
Del resto, se i loro messaggi centrano tutti il segno è perchè appare evidente la loro trasparenza e la loro onestà nel descrivere date situazioni così come se stessi; non una volta infatti si fa vivo il sospetto che stiano esagerando nel narrare una determinata situazione, magari per farci una figura migliore; anzi, in casi come Guess Who (una delle migliori dediche alle madri assieme all'intramontabile Dear Mama di 'Pac) si nota quanto siano al contempo profondi e schietti. E alla fine, quando si prendono una pausa da tutta la serietà del disco con l'immancabile ode al fumo che è Goodie Bag, ci si rende conto che quello che abbiamo di fronte è uno dei gruppi più credibili di sempre.
Nulla contro i Public Enemy, per esempio, ma la quasi totale assenza di autobiografismi (passatemi il termine) alle volte me li ha resi freddi, distanti; idem i Dead Prez, che oltretutto ai miei occhi si sono sputtanati con la über-farlocca Mind Sex; e anche gli N.W.A. risultavano così iperbolici da far passare spesso in secondo piano il succo dei loro discorsi. I Goodies, invece, pur mantenendo un approccio sociale molto marcato sono riusciti a conservare un'attitudine da strada -da non confondersi con gangsterismi di sorta- a cui moltissimi MC e gruppi che gli sono succeduti negli anni devono qualcosa. Ma su quest'aspetto tornerò dopo, intanto lasciate che elogi la bravura di T-Mo, Big Gipp, Cee-Lo e Khujo, perchè senza di essa molta della bontà di Soul Food sarebbe andata persa. Grazie invece alla loro abilità di MC e, soprattutto, di scrittori, la forza del messaggio guadagna punti risultando inoltre un piacere per l'orecchio, complici le loro metriche elastiche e gli accenti del sud; ciliegina sulla torta è l'alchimia sussistente tra i quattro, cosa più unica che rara e lampante in uno qualsiasi dei numerosi passaggi di microfono che avvengono nel corso del disco.
Ebbene: al loro ormai conclamato ma sempre stupefacente talento vanno ad affiancarsi dei beat che definire perfetti sarebbe poco. Ma attenzione: quando scrivo "perfetti" vorrei che fosse chiaro che mi riferisco soprattutto alla capacità che essi hanno di fondersi con le liriche per accentuarne l'evocatività e l'atmosfera. Gli Organized Noize hanno qui fatto un capolavoro, creando un suono organico dotato sì di chiari riferimenti al miglior sound di New York, ma capace al contempo di distanziarsi da esso e suonare fresco ed originale. Apprezzabile è inoltre la totale assenza di synth o ammiccamenti alla west coast -cosa invece sovente presente nei dischi dell'epoca provenienti dal sud, cfr. 8Ball & MJG o i Geto Boys- il tutto a favore di batterie belle pesanti avvolte in bassi corposi e campioni minimalisti degni dei migliori Beatminerz. E la loro capacità di creare beat efficaci, sporchi e d'atmosfera è aiutata molto dal fatto che spessissimo vi siano uno o più strumenti suonati live (cosa che si sente, credetemi, sentite solo l'attacco di Sesame Street), che pongono la cosiddetta ciliegina sulla torta rendendo Soul Food una delle opere meglio prodotte di tutto il decennio. Stando così le cose è difficile stabilire quali siano i pezzi migliori, al limite si possono avere delle preferenze personali: le mie vanno senz'altro a Sesame Street, Guess Who, The Coming e The Day After, ammesso che la cosa possa interessare.
Insomma, a conti fatti mi riesce impossibile non definire Soul Food un capolavoro degno di stare a fianco di Enter The Wu o Word Life: l'esecuzione è perfetta, originale, intelligente e creativa e ad oggi nessuno è stato capace di battere i Goodie Mob sul loro terreno. Ascoltare quest'album insegna diverse cose su determinate realtà e, soprattutto, ascoltarlo senza provare un certo tipo di partecipazione è impossibile -e se succede a me, che con loro non centro assolutamente nulla, non fatico a capire come mai al di sotto della linea Mason-Dixon sia venerato come un'opera unica. Ma non crediate che l'influenza avuta da Soul Food si sia limitata alla Georgia o al Texas, in cui è peraltro evidente; pensate a tutto il cosiddetto "blue collar rap" che oggi va tanto e viene giustamente acclamato: da dove pensate che venga, chi pensate che l'abbia forgiato nella sua forma attuale? Certo, sarebbe probabilmente nato anche senza questo disco, ma visto che la storia non si fa con i "se" vi suggerisco di pensare ai Goodies ogni volta che vi vien voglia di dare un ascolto ai Little Brother, ai Cunninlynguists (i loro eredi spirituali più vicini non solo geograficamente), a Blu o Talib Kweli. E casomai doveste leggere queste righe ed ascoltare Soul Food mentre siete ancora ai primi passi di rap, e non vi dovesse piacere praticamente per nulla, fatevi dare un consiglio: compratelo lo stesso perchè tempo due-tre anni e comincerete a cambiare idea su di esso fino a giungere alla sua venerazione, esattamente come successe a me quindici anni fa.





Goodie Mob - Soul Food

VIDEO: CELL THERAPY

lunedì 8 febbraio 2010

DIAMOND D & THE PSYCHOTIC NEUROTICS - STUNTS, BLUNTS & HIP HOP (Chemistry/Mercury, 1992)

A causa della mia ignoranza per lungo tempo ho reputato il 1992 come un anno piuttosto fiacco per l'hip hop; la mia soddisfazione per i vari Mobb Deep e Heltah Skeltah dell'epoca non mi spingevano a grandi ricerche e/o retrospettive, e così c'è voluto un po' di tempo per farmi scoprire che diciotto anni fa apparvero sul mercato musicale dischi storici (o quasi) come Mecca & The Soul Brother, Don't Sweat The Technique, Live And Let Die, Runaway Slave, il primo di Redman e soprattutto questo Stunts, Blunts & Hip Hop. Pazienza: meglio tardi che mai, direbbe qualcuno.
Purtroppo, però, questa mia défaillance non solo ha fatto sì che all'epoca mi perdessi della musica di indiscussa qualità ma, peggio ancora, mi ha fatto perdere quasi del tutto la possibilità di contestualizzare quest'ultima in modo tale da poterne parlare con sufficiente competenza. Oltretutto, trattandosi in questo caso di un'opera che si distingue prevalentemente per il beatmaking, il mio non essere un produttore o un cosid. crate digger comporta inevitabilmente una minore capacità analitica di quella che Stunts Blunts & Hip Hop meriterebbe. E dico ciò in quanto ritengo che se la stragrande maggioranza dei beat di Diamond D "funziona" ancora oggi è perchè dietro ad essi non via è solo perizia ma anche grande tecnica e, ovviamente, non poco talento.
Ma tant'è, inutile piangersi addosso, anche perchè fin dal titolo si può intuire che il Leitmotiv di questo esordio -uno dei migliori di sempre- è il cazzeggio in tutte le sue forme a partire proprio dall'hip hop come mezzo d'espressione. Non c'è molto né dei Public Enemy, né degli N.W.A., ma solo un'attitudine smaccatamente nuiorchese e decisamente ortodossa nel suo immaginarsi la musica principalmente come sfogo creativo a tutti costi. E così ecco che uno storytelling tutto sommato moralista come Sally Got A One Track Mind riesce a convivere tranquillamente con uno decisamente più ghettuso come I'm Outta Here; e le varie Check One Two, Fuck What You Heard o Keep It Simple Stupid alla fine non fanno che sottolineare quanto Diamond D tenga all'intrattenimento più che ad ogni altra cosa. Un obiettivo, questo, che secondo me diventa condivisibile appieno solo nel momento in cui esso è realizzato bene, e fortunatamente ciò avviene praticamente sempre. Il successo è dovuto naturalmente a Diamond stesso, che forse non dimostra l'agilità lirica di Big Daddy Kane ma di certo si difende bene per l'epoca -non solo contro colleghi come Large Professor o Pete Rock ma anche contro gente tipo il primo Sadat X o persino il compagno di crew AG; ma oltre a ciò, oltre alla sua bravura, buona parte del merito va ai diversi ospiti, che così riescono ad offrire quel po' di varietà che lo stile piuttosto asciutto del Nostro da solo non saprebbe dare. Liricamente non ci sono momenti fiacchi, e l'inventiva qui mostrata nel creare metafore (si vede che frequentava Finesse già da tempo) alla fine fa scivolare in secondo piano una metrica non particolarmente originale ed un timbro vocale abbastanza monocorde.
Ciò detto, veniamo al punto focale del discorso: i beat. Tanto per cominciare sarei curioso di sapere quanti dei campioni qui usati hanno visto il loro debutto sulla scena grazie a Diamond D e, soprattutto, quanti di essi sono stati poi riciclati più e più volte negli anni a seguire. Come vi ho già detto, non è che la mia conoscenza musicale in tal senso sia un granchè, ma posso quantomeno farvi un paio di esempi: Ready Or Not dei Delfonics, Faded Lady dei SSO, Pride And Vanity degli Ohio Players (uno dei miei campioni preferiti di sempre) o American Tango dei Weather Report… Da questo punto di vista non solo è positivo che oggigiorno si conoscano quasi tutti i sample utilizzati in SB&HH, visto che si può accrescere la propria cultura musicale non solo in termini accademici, ma soprattutto lascia sgomenti vedere quanti campioni si possono trovare in un solo pezzo (del resto quest'album è forse l'ultimo pubblicato prima che gli effetti della causa contro Biz Markie si facessero sentire in tutta la loro forza). E alla fin fine, com'è ovvio, il poter attingere a così tante fonti sortisce i suoi effetti: musicalmente quest'album è di una varietà impressionante, e pur avendo un mood riconducibile principalmente al jazz non sfuggono le numerose incursioni nel soul e nel funk. E a colpire non è solo la diversa natura dei sample ma anche le diverse velocità, la ricchezza delle composizioni così come anche alle volte la loro semplicità. Fate una prova: passate da Sally Got A One Track Mind a Day in The Life a Check one Two e a momenti penserete che il produttore non possa essere lo stesso.
Last but not least, uno dei più grandi pregi di questo disco è quello di suonare ben più attuale di altri prodotti usciti nello stesso periodo: I Went For Mine per esempio potrebbe benissimo passare per qualcosa di MF Doom, K.I.S.S. invece per un J. Rawls, What You Seek per materiale dei Jurassic 5 meno noiosi e Confused per un Oh No del 2004/6. Insomma -complice anche il revival degli ultimi anni- il punto è che Stunts Blunts & Hip Hop aggiunge ad un valore storico inconfutabile quello di puro godimento, anche a distanza di diciotto anni. Prova di ciò ne è il fatto che, paradossalmente, l'impressione di attualità è da me più sentita oggi che non quando acquistai originariamente questo disco, ossia nel '99 (sì, lo so, sono un marcione eccetera eccetera).
Morale della favola? Morale è che più passa il tempo e meno si tiene conto -se non della rilevanza- della bellezza di un album come Stunts Blunts & Hip Hop. Cerchiamo di evitare, ok? E prima di comprarvi l'ennesimo disco -magari anche bellino- di quest'anno, date un ascolto a Diamond D. Potreste cambiare idea circa le priorità degli acquisti. A qualcuno il pieno dei voti e lo status di classico potranno sembrare esagerati, ma francamente trovo che questo sia il migliore disco della D.I.T.C. dei primi temi nonché un'opera capace di reggere tranquillamente il confronto con cosucce tipo Mecca & The Soul Brother o Live And Let Die.





Diamond D & The Psychotic Neurotics - Stunts, Blunts & Hip Hop

VIDEO: SALLY GOT A ONE TRACK MIND

giovedì 4 febbraio 2010

FASHAWN - BOY MEETS WORLD (One, 2009)

L'ultima volta in cui un disco di un esordiente proveniente dalla California ha ricevuto così tanti plausi dalla critica risale a non molti anni fa, e più precisamente si trattava di Below The Heavens di Blu & Exile (2006). Personalmente, però, contrariamente a buona parte dei siti e delle riviste specializzate, nonché di una vasta fetta di aficionados dell'underground, io quel disco l'ho trovato mortalmente noioso e soprattutto esemplare perfetto di un tipo di rap contemporaneo retrograde nella forma -intendo principalmente i beat- e sostanzialmente povero di contenuti. Riassumendo il mio giudizio in una frase: di liriche introspettive ed autoreferenziali rappate su basi che sembrano una brutta copia del 9th Wonder meno ispirato io non so cosa farmene.
E se Blu nel tempo l'ho rivalutato grazie soprattutto a dischi come Johnson&Jonson (anche se non capirò mai chi lo idolatra), Exile per me aveva dato una prova talmente negativa da privarmi di qualsiasi voglia di ascoltarlo una seconda volta. Questo almeno fino all'uscita di Boy Meets World, da lui interamente prodotto, del quale lessi talmente bene che non potei esimermi dal dargli una chance. E devo dire che, pur essendomici avvicinato con grande sospetto, specialmente dopo i paragoni fatti da molti con il Nas di Illmatic (ma per favore!), alla fine ho trovato un disco notevole specialmente dal punto di vista dell'emceeing.
'Shawn è difatti l'indiscussa star dell'opera: a soli vent'anni dimostra una scrittura veramente ottima combinata ad una versatilità tematica del tutto fuori dalla norma, e se a questi due pregi aggiungiamo una buona tecnica ed uno stile pulito -anche se non proprio personale- dobbiamo giungere alla conclusione che il Nostro è nettamente superiore alla media. Nettamente. Infatti, se Boy Meets World risulta essere un disco da quattro zainetti è grazie alla capacità del suo autore di strutturare un'opera coerente, con una visione artistica ben definita in cui non c'è bisogno di sforzi da parte dell'ascoltatore per provare empatia nei suoi confronti; in più, i diversi approcci sostanziali (autobiografia, storytelling, polemica ecc.) e formali (serietà, ironia, arroganza) le conferiscono ulteriori sfaccettature cosicché è praticamente impossibile provare noia o disinteresse per quello che il Nostro ci sta raccontando. Ad esempio, i diversi aspetti della sua vita vengono riassunti nel singolo Life As A Shorty, in cui mostra anche un certo humor che la distingue dalla classica storia triste di natale, ma vengono poi esplorati nelle diverse sfumature in altre tracce: nella seria The Ecology dipinge un quadro a tinte fosche del contesto sociale in cui è cresciuto, in Samsonite Man vira più verso il faceto descrivendo gli aspetti più allegri dell'essere un rapper (anche se non ho mai capito il fascino per le canzoni che parlano del viaggiare), mentre in Stars o Father decide di aprirsi in una sorta d'introspezione affermativa riuscendo, specie nella seconda, a risultare interessante anche se il tema trattato -Dyo- non è proprio dei più accattivanti.
A conti fatti, Fashawn compie pochi errori dal punto di vista lirico: anzi, direi che questi avvengono solo quando scade nella drammatica banalità di Lupita (nota ai rapper: gli storytelling degli approcci alle fighe non sono interessanti) oppure quando si lancia in orrendi esperimenti à là Kid Cudi, come nella seconda parte di Boy Meets World, francamente ignobile. Per il resto si dimostra abile anche nel rap cazzarone -vedi le ottime Intro, Freedom e Our Way- e se vi sono episodi secondo me infelici oltre a quelli precedentemente citati, preferisco ascriverli a gusti personali che non a mancanze oggettive (ad esempio, non sopporto il tono da uomo di mondo usato in Why).
Dal punto di vista dei beat le cose sono invece meno rosee, nel senso che se da un lato Exile risulta essere migliorato rispetto al 2006, dimostrandosi capace di centrare il segno più di una volta grazie magari ad una buona scelta del campione o ad una valida struttura della canzone, dall'altro continua a difettare di personalità e mordente. A voler essere onesti, questo è un po' il difetto di tanti che s'ispirano alla seconda golden age e che rispetto ai cloni di Premier non possono nemmeno agganciarsi all'efficacia del pestone; però Exile in particolare si diletta un po' troppo con chitarre o loop amelodici che alla fine lasciano il tempo che trovano. In più, va detto, anche quando ha buone idee e dimostra una certa varietà nella programmazione delle batterie, il suono di queste risulta essere sempre un po' moscietto. Prendete ad esempio Freedom o Our Way: belli i campioni, ben pensate le batterie e tutto quel che volete, ma alla fine non picchiano come dovrebbero -e come metro di paragone non scomodo neanche un Large Professor, perchè mi bastano un DJ Spinna o un Hi-Tek, che pur producendo perlopiù beat d'atmosfera sanno all'occorrenza far suonare casse e bassi in maniera da far venir giù woofer e midrange.
Tuttavia, come dicevo, per ogni Lupita, Sunny CA o Why ci sono beat che pur non facendo gridare al miracolo si fondo eccellentemente con lo stile di Fash: la breve ed allegra scala di piano di Hey Young World riesce ad omaggiare in modo efficace sia l'omonimo pezzo di Slick Rick che The World Is Yours di Nas, e non è poco; gli arpeggi di Stars forniscono invece un tappeto sonoro perfetto per il tipo di testo, ed alla fine il campione vocale anni '50 conferisce un tocco d'eleganza e d'atmosfera molto gradevole; e Father, pur scadendo un po' nella scelta del sample del ritornello, tutto sommato si rifà nelle strofe usando -dopo tanto tempo- il riverbero ed il delay su singole note di piano elettrico. E comunque oltre a queste ci sono naturalmente altre basi aventi un loro perchè -Samsonite Man, When She Calls, Life As A Shorty solo per citarne tre- ma sovente, devo dire, a queste manca quel qualcosa in più per renderle davvero degne di note. Ecco, Exile al suo meglio sa creare dei mood coerenti con il tema di turno della canzone; il più delle volte invece si limita a fare lo stretto necessario e ad uscirne senza infamia e senza lode, il che a delle orecchie allenate alla lunga può francamente stufare.
Ma come dicevo il vero protagonista è Fashawn, che grazie alla sua bravura riesce a far scordare un comparto sonoro non particolarmente solido, ed alla fine il suo risulta essere il miglior debutto del 2009 subito dopo Finale e i Diamond District. Certo, sarebbe stato bello dare i beat di quest'ultimo a 'Shawn, e lì avremmo avuto il quarto album da quattro e mezzo dell'anno appena passato, ma non si può avere tutto...





Fashawn - Boy Meets World (mi son scordato di rippare la mia copia, vi giro quella che avevo scaricato da nonricordodove prima di comprarlo)

VIDEO: LIFE AS A SHORTY

mercoledì 3 febbraio 2010

STRONG ARM STEADY - IN SEARCH OF STONEY JACKSON (Stones Throw, 2010)

Ammettiamolo: le premesse non lasciavano presagire nulla di buono. Da un lato avevamo un gruppo mancato, ovverosia gli Strong Arm Steady, che a furia di perder membri (no Bobbitt) erano rimasti in due/tre e nessuno di essi aveva chissà quale talento. Dall'altro, invece, avevamo un beatmaker indubbiamente talentuoso -Madlib- che però di recente s'era perso troppo nei suoi personalissimi trip, nel suo ego ed in mille progetti paralleli, senza riuscire ad esercitare un minimo di controllo qualitativo sul suo operato. In mezzo, infine, ci trovavamo con una casa discografica come la Stones Throw la quale, forte del prestigio guadagnatosi sul campo grazie alla bontà delle sue pubblicazioni, da qualche tempo s'era mostrata fin troppo disposta a pubblicare qualsiasi prodotto a prescindere dalla sua effettiva qualità. Come dicevo: nulla-di-buono.
E invece 'sto cazzo di Stoney Jackson è proprio bello, non ce n'è.
Cominciamo dunque a decantarne le lodi partendo dall'aspetto ovviamente più interessante, ovverosia le basi di Madlib. Mentre la sua carriera ed i suoi gusti sono andati vieppiù distaccandosi dall'ortodossia di un certo rap (aka un loop di 6 secondi su batterie in 4/4), arrivando di recente a toccare vette d'esotismo nella scelta dei campioni, nonchè una certa schizofrenia nel loro assemblaggio, piuttosto alte, in Stoney Jackson egli torna a percorrere il sentiero più tradizionale. Concretamente questo significa una pesca a piene mani nel soul degli anni '50 e '60 ed un suo uso più votato alla creazione di melodie (specialmente nella prima parte del disco), così come un parziale abbandono di certe dissonanze che ogni tanto il Nostro amava inserire a sorpresa nel mezzo di un loop e, infine, un lavoro di effettaggio dei campioni meno determinante per il risultato finale. Naturalmente non aspettatevi il suono cristallino di un Dr. Dre, semplicemente tornate con la mente al primo Quasimoto e, ibridandolo con l'evoluzione avuta finora da Otis Jackson, riuscirete a farvi un'idea di quello che vi potete aspettare in quest'opera. Un sound molto ben bilanciato, secondo me, che vede i suoi risultati migliori nel gospel à la O.V. Wright di New Love, nel funk di Isaac Hayes sporcato e rielaborato per la posse cut True Champs e nei figli bastardi di The Red, Pressure e Ambassadors, accomunati come sono alla prima da delle line di basso spessissime e batterie a dir poco incessanti.
Ma vi dirò che, con l'eccezione della sola Needle In The Haystack, che reputo un po' tanto fracassona e generica (per gli standard di Madlib, ça va sans dire) penso che un simile coacervo di beat così belli e ben coordinati sia raro da trovare oggigiorno. Stoney Jackson scorre che è un piacere, insomma, e dimostra ancora una volta di come le opere orchestrate da un singolo elemento risultino quasi sempre superiori -posto che il livello qualitativo di questi sia il medesimo- agli album collage dove ad intervenire al campionatore sono in cinque. Sono colpito.
Non dovrebbe quindi risultare un'eresia se vi dicessi che, vista la bontà della colonna sonora, gli attori potrebbero anche essere dei cani senza che questo andasse a danneggiare più che tanto il risultato finale. E invece così non è e per fortuna le prestazioni che ci vengono regalate risultano essere mediamente più che buone, sempreché ci si faccia andare bene il fatto di avere tra le mani più una compilation che un album. Per quel che mi riguarda io non ho problemi in tal senso: in fondo Krondon ha una metrica passabile ma una voce alla lunga fastidiosa, mentre Phil Da Agony oscilla sovente, ed in una maniera preoccupante, tra il carismatico ed il potente (Best Of Times) ed il patetico e fiacco (Cheeba Cheeba). Ne consegue che avere un'infornata di ospiti, meglio ancora se bravi, risulti essere tutto grasso che cola: e questo vale per Chace Infinite, Talib Kweli, l'a me sconosciuto ma degnissimo Montage One, Phonte e Fashawn. Ma, soprattutto, vale per il buon Planet Asia che in Stoney Jackson fa un figurone in ogni sua strofa, e per giunta si ritrova finalmente a rappare su beat belli e di classe e non le mezze cacatielle che è uso propinarci; il suo stile si sposa in maniera perfetta con i pattern musicali di Madlib, tanto che dopo l'ascolto di quest'album è doveroso sperare che un giorno i due decidano di lavorare assieme per un LP. Unico momento «WTF!?!» del tutto è Chittlins & Pepsi, una specie di ode al mangiar sano (!) ed alle donne vegane (!!!) che non so bene se prendere sul serio, ed in ogni caso finisce col diventare uno dei momenti più weird dell'intero disco.
Ora: come vi ho già detto, Stoney Jackson è assai bello e non ringrazierò mai abbastanza Antonio per averne decantato le lodi facendomi crescere la curiosità. Il fatto poi che in esso le partecipazioni annacquino le personalità dei membri della Strong Arm Steady è per me un difetto molto relativo, in quanto il vero collante risultano essere i beat di Madlib più che Krondon e Phil. Alla fine, dunque, quello che resta è un viaggio sonoro al contempo atmosferico e godibilissimo in cui intervengono svariati MC e che, come tale, diventa il miglior accompagnamento musicale per gli oziosi pomeriggi passati a bere e/o fumare.





LINK RIMOSSO DATO CHE LA STONES THROW HA MINACCIATO DI FARMI IL CULO
LINK REMOVED BECAUSE OF STONES THROW THREATENING ME TO EFF ME THE EFF UP

lunedì 1 febbraio 2010

BUSTA RHYMES - THE COMING (Elektra, 1996)

Anche questa volta vorrei cominciare la recensione con una confessione a cuore in mano dalla caratura esplosiva: ebbene, reggetevi forte e sappiate che secondo me Busta Rhymes avrebbe fatto meglio a ritirarsi dalla scena almeno tre album fa. O, in alternativa, a pubblicare un album che abbia un perchè, anziché la solita cacatiella alla quale ci ha abituato fin dai tempi di It Ain't Safe No More. Insomma, oggi come oggi è un rapper non dico inutile ma sicuramente ridotto all'ombra di quel che era nemmeno troppo tempo fa.
E ciò mi dispiace non poco, perché il primo incontro che ebbi con Trevor Smith fu senz'altro positivo. All'epoca ancora non conoscevo la storica Scenario dei Tribe e quindi, quando il mio "mentore" mi parlò di questo tale di Long Island, più esagitato degli Onyx e fulminato quanto Ol' Dirty Bastard, ricordo che rimasi molto impressionato. Possibile? In un certo senso sì, come scoprii da lì a breve scroccando ascolti a casa del mio amico; e mentre mi facevo una copia di The Coming su cassetta mi leccavo i baffi, contestualmente facendo quattro calcoli per vedere come e in quanto tempo sarei riuscito a mettere via i soldi necessari per l'acquisto di un disco che in quel momento reputavo a dir poco fenomenale.
Oggi, giunti che siamo a gennaio 2010, oltre ad aver perso molta della mia innocenza e parte dell'entusiasmo di quand'avevo quindici anni, ho rivisto molte mie posizioni ma devo dire che su The Coming non mi sento ancora pronto per voltar gabbana. Sarà il carisma, saranno le liriche, saranno i beat funkettoni alla vecchia maniera, ma a me The Coming piace proprio perchè suona un po' datato e tanto, ma tanto cazzone. Quello che rendeva Bussa Bus un artista direi unico nel '96 è lo stesso che gli consente di mantenere un'identità nel 2010, confermando così ancora una volta che nel tempo è più facile che sopravviva lo stile anziché la sostanza.
In effetti basta ascoltarsi tutto il disco in una sola volta per rendersi conto che contenutisticamente qui siamo nel reame dello zero assoluto. Braggadocio, rap fatto per il gusto di rappare, esibizione di stili fine a sè stessa: descrivetele come volete, ma le rime di Busta sono concettualmente elementari. Pure, e scusate se è poco, il modo in cui riesce a dare una forma a questo Nulla oggettivo è stupefacente e dimostra quanto nel rap spesso la personalità arrivi a contare quasi quanto l'abilità con la penna. Nel fattispecie, il Nostro mi ha sempre ricordato una sorta di ibrido tra il liricismo di Redman, l'accessibilità di Craig Mack e certi estri stilistici dei primi Onyx; una combinazione, questa, che facilmente potrebbe apparire bislacca ma che in realtà sta alla base del successo di pubblico ottenuto negli anni, visto che in un qualche modo riusciva comunque a soddisfare le richieste di tante tipologie diversi di ascoltatori. Originale e versatile, questo è il minimo che si possa dire del suo stile.
Del resto si nota chiaramente la facilità con la quale passa dagli estri tecnici di Flipmode Meets Def Squad, un'infinita e godibilissima posse cut in cui a dominare sono gli MC's, alla cazzonaggine «da jam» della celeberrima Woo-Hah fino ad approdare al lato più festaiolo dell'appropriatamente intitolata It's A Party. E non c'è niente di male in questo, perchè nulla viene perso o escluso da un passaggio all'altro: appare evidente che Bus non smette un abito per indossarne un altro, molto semplicemente rappresenta l'archetipo dell'MC come intrattenitore puro. Del resto, chi è mai stato ad un suo concerto non può che testimoniare tutto ciò; e se la disinvoltura con la quale si muove sul palco qui è impossibile da vedere, perlomeno la si può intuire grazie a canzoni come quelle sopracitate.
Inutile a questo punto aggiungere che se per avere un simile successo in un arte così difficile non si può essere da soli, e così ecco che sul versante dei beat il Nostro viene aiutato da alcuni nomi eccellenti quali DJ Scratch (quello degli EPMD, per intenderci), Easy Mo' Bee, The Ummah (due di Dilla, per voi fanatici) ma anche Busta stesso. Sue sono infatti il singolone Woo-Hah -di cui amo ricordare anche lo storico video diretto da Hype Williams- e Abandon Ship, ambedue decisamente d'impatto e fresche, che dimostrano quanto egli abbia talento a sufficienza per prodursi del materiale qualitativamente impeccabile senza chiedere aiuto a nessuno. Ma non è che l'altrettanto gustosa Everything Remains Raw sia da meno: pur ricordando moltissimo il lavoro svolto per Project Funk Da World, il tiro pare essere fatto apposta per lo stile di Busta Rhymes, il quale infatti la domina con una naturalezza sorprendente. Così come sorprendente è l'alchimia che si sviluppa con lo stile più jazzato degli Ummah, di cui si fanno apprezzare in particolar modo la sobria Ill Vibe (prodotta da Q-Tip) e l'energica Keep It Movin', dotata di batterie dal suono sensazionale e penalizzata solo dall'eccessiva durata. Insomma, a conti fatti le uniche note un po' stonate sono It's A Party, che alla luce del tempo passato è quella invecchiata più malamente in quanto pezzo svergognatamente pensato per la programmazione radiofonica, e l'insipida Still Shining -non da buttare in quanto tale ma semplicemente scialba se affiancata agli altri beat qui presenti.
Insomma, dite quel che vi pare sul Busta Rhymes post Extinction Level Event, ma la freschezza data in occasione di questo The Coming per me giustifica appieno il successo e la considerazione avuti finora. Pur non reputandolo l'album migliore della vasta discografia di Bus -quello è When Disaster Strikes, non si discute- il suo pregio è quello di essere breve, incisivo e capace di intrattenere efficacemente pur non esprimendo null'altro che stile. Non è poco.





Busta Rhymes - The Coming

VIDEO: WOO-HAH