venerdì 30 ottobre 2009

SEAN PRICE - MONKEY BARZ (Duck Down, 2005)

Nei scorsi giorni, Robbie di Unkut ha pubblicato un breve pezzo sull'importanza del carisma nel rap e su come questo aspetto sia stato sovente ignorato da quella che si potrebbe definire la «Lyricist Lounge generation», cioè tutta una folta schiera di artisti il cui punto focale è stato l'aspetto tecnico, fondamentalmente a scapito di tutto il resto. Questo è un argomento abbastanza interessante e certamente discutibile caso per caso, ma reputo che il principio sia vero o, quantomeno, lo condivido: moltissima della musica che compro/ascolto è magari solida dal punto di vista musicale e più strettamente lirico, ma alla fin fine annoia più di altri prodotti, anche se questi possono risultare meno perfetti sotto questi punti di vista. Per fare un esempio potrei citare i soliti Little Brother, ma preferisco aggiornare i miei paragoni e, stando solo all'ultimo anno, preferisco menzionare i Diamond District o Lushlife: entrambi autori di album non brutti ed anzi spesso pregevoli specialmente nell'ottica dei beat, malgrado tutto alla fin fine perdono un buon 80% del loro potenziale semplicemente perch chi sta al microfono si limita ad essere competente.
Bene: fate "ciao" con la manina a Sean Price: con all'attivo due album ufficiali e tre mixtape, e con nessuna delle suddette uscite lontanamente rapportabile ad un classico, egli è però uno dei pochissimi MC che talvolta sento il bisogno specifico di ascoltare. E poco importa se diversi beat sono meh o non mi piacciono, perchè salvo casi irrecuperabili basta la sua presenza a farmi relegare in un ruolo da comprimario la base. In tal senso, il suo esordio come solista, Monkey Barz, è forse più adatto per tratteggiare i contorni di questo bizzarro fenomeno, in quanto presenta più alti e bassi che non il successivo Jesus Price Superstar.
Pubblicato nel 2005 come primo volume della "trilogia" composta assieme agli album di Buckshot e 9th Wonder e degli Smif 'N' Wessun, forse esso non è il migliore in senso assoluto ma è probabilmente quello dotato di maggior fascino (e per parlare di fascino con in mezzo con Scionpüüü! ce ne vuole). Innanzitutto perchè è l'opera con su più pezzi d'impatto: Onion Head, Boom Bye Yeah, Bye Bye, Jail Shit e Rising To The Top possono godere dei favori di qualsiasi aficionado di rap fin dal primo ascolto e, soprattutto, mantengono una buona longevità nel tempo. In secondo luogo, perchè è quello che a fronte dei sopracitati pezzi da novanta ne contrappone altri francamente deboli (Fake Neptune, Mad Mann, I Love You Bitch). Il terzo motivo nonché il più importante, è che qui si può notare quanto la bravura ed il carisma di un rapper possono aiutare a far risorgere tracce che, se date in mano ad un altro, avrebbero continuato a nuotare nella mediocrità più nera (Heartburn, Peep My Words, Shake Down, Spliff 'N' Wessun).
Ed il bello è che ciò non avviene a causa di chissà che contenuti, ma quasi solamente per motivi di forma. Scionpüüü! infatti non si spinge praticamente mai oltre alla ghettuseria nelle sue varie forme -ricalcando così alla perfezione il marchio di fabbrica della Boot Camp Clik- ma sia per l'esposizione che ne fa (in cui non manca quasi mai un pizzico di humor) che per la tecnica adottata, il risultato alla fine riesce ad affascinare persino chi dovrebbe averne pieni i coglioni di queste robe. Insomma, dal ruolo di gregario che giocoforza aveva assunto come membro degli Heltah Skeltah, il Nostro ha saputo trasformarsi in una belva: sia per l'inventiva e le uscite, che spesso si collocano in quella sottile linea che passa tra il serio ed il grottesco, che per l'unione perfetta tra metrica e voce. Sentirlo rappare è un piacere per chiunque reputi comunque ancora importante l'arte di saper mettere in rima le parole, ma lo è anche per chi nel rap apprezza i momenti di caciara e cazzonaggine più pura.
E quando la sua voce e la sua malcelata goliardia vengono supportate dai giusti beat, i risultati sono ammirabili: Agallah rientra nel ruolo di produttore talentuoso ma non tamarro e firma le ottime Rising To The Top e Jail Shit (ulteriormente impreziosita da un redivivo Rock sul ritornello), mentre Khrysis, pur difettando ancora di personalità, sceglie bene i campioni e le batterie (anche se quel rullante che fa TCIOK! non mi convince appieno) e così le sue Bye Bye e Onion Head centrano il bersaglio e forniscono un tappeto sonoro ideale per la spacconeria di Scionpüüü!. Non da meno sono i momenti più smaccatamente tamarri, anticipati in Shake Down ma culminanti nella cafonissima Boom Bye Yeah, che non potrebbe essere descritta se non come la colonna sonora ideale per un pestaggio di gruppo ai danni di bambini dagli occhi tondi & teneri.
Me senza voler indugiare troppo nella descrizione dei singoli beat, basti dire che l'ispirazione comune a tutti è il classico boombap nuiorchese senza alcun tipo di pretese, con in più qualche incursione nel soul: già Onion Head e Bye Bye (anche se quest'ultima campiona David Axelrod) ne mostrano i segni, ma sono soprattutto Heartburn, Brokest Rapper You Know e I love You Bitch a far sfoggio di sample dell'era Motown. Ma se il primo tipo di sound non presenta controindicazioni di alcun genere e funziona praticamente sempre, nel secondo caso è facile scivolare nella sovraproduzione e nel pacchiano. Un peccato, davvero, perchè d'accordo che il nostro eroe riesce praticamente sempre a rendere perlomeno ascoltabili queste tracce, ma è anche vero che con un po' meno archi epici + sample vocali, ed un po' più di Beatminerz (qui invece completamente assenti) o MoSS, Monkey Barz sarebbe diventato un disco ineccepibile.
Così com'è, invece, soffre di un certo "effetto altalena" del quale -malgrado tutto- avrei preferito fare a meno, e che in ultima analisi fa giusto da cartina di tornasole per dimostrare la bravura di Scionpüüü!. Tuttavia, questa non va sottovalutata, perchè riesce a trasformare un album che in mano a qualcun altro sarebbe stato da tre/tre e mezzo in un solido quattro pieno, essendo Monkey Barz favorito non solo da alcune autentiche chicche ma soprattutto di una longevità molto rara di questi tempi. PÜ!!!





Sean Price - Monkey Barz

VIDEO: BOOM BYE YEAH

giovedì 29 ottobre 2009

MR. LIF - ENTERS THE COLOSSUS (Def Jux/Metro Concepts, 2000)

Come da consolidata tradizione, il mattino successivo alle mie serate passate a gozzovigliare e bbere viene passato in parte al bagno (e stamane mi fregio di aver sganciato uno stronzo stile Little Boy), in parte al bar a cercare di riprendermi con un caffè ed una brioche al pistacchio, ed in parte sotto la doccia a pensare cosa potrei recensire col minimo sforzo possibile. Ovviamente, gli EP vengono molto comodi data la loro brevità, perciò stamane, asciugandomi le pelotas, sono stato fulminato sulla via di Damasco e mi son detto: "Tò mo', c'è Lif!".
Immagino di avervi ormai asciugato con Mr. Lif, però cosa posso farci? Mi piace, e poi trovo sempre qualcosa da dire su di lui e sulla sua musica. Ad esempio, per quanto oramai non mi sembri proprio il caso di riproporvi una biografia di qualche tipo, per Enters the Colossus bisogna ricordare che prima di tutto Jeffrey Haynes nasce come battle rapper, e se negli album successivi questo aspetto ha trovato sempre meno spazio in questo caso esso si palesa in tutta la sua forza: Datablend, Avengers, Enters The Colossus, Front On This, Pulse Cannon... per farla breve, tutte le canzoni, con l'eccezione di Arise, vedono il Nostro giocare con le parole con l'unico scopo di dimostrare la sua bravura. E se questo da un lato può sembrare sterile -e di certo lo è se col senno di poi pensiamo alla sua capacità di scrittore e polemista- dall'altro non si può restare indifferenti di fronte all'ottima alchimia che si crea tra emceeing e beat. E questo senza contare poi un tot di ospiti che arricchiscono enormemente l'esperienza d'ascolto complessiva: Akrobatik, Insight, T-Ruckus e Illin' P assistono Lif in tre tracce, ed essendo appunto questi pezzi pure esibizioni d'abilità, la varietà che questi featuring offrono è più benvenuta.
Anche perchè il Nostro non è esattamente un Chino XL: di punchline o trucchi del mestiere in genere ce ne sono pochissimi; più che altro, si può sentire un flusso costante di rime ben fatto dietro al quale però vi sono perlopiù metafore estese aventi a che fare con quello che genericamente viene definito "abstract hip hop". Un approccio tipico di quegli anni, che però se già allora non è che mi esaltasse più che tanto, oggi mi risulta piuttosto stantio; l'unica è quindi far finta che la voce di Lif sia parte integrante della struttura musicale e limitarsi quindi all'aspetto più puramente melodico, e a quel punto le cose cominciano a girare per il verso giusto. L'eccezione però di cui vi dicevo, Arise, dimostra che già allora Lif avesse in caldo qualcosa di più succulento: nella traccia in questione egli difatti concentra critica sociale, attacchi allo status quo e opposizione al capitalismo e alle sue manifestazioni più pratiche (senza parlare della denuncia delle conseguenze). Un'impostazione, la sua, che può anche non piacere a chi cerca fondamentalmente solo beat e rime, ma che innegabilmente aiuta in maniera determinante a conferire un'identità ben precisa a Lif e che infatti negli anni lo renderà un caso unico nel panorama della scena hip hop.
Ma in Enters The Colossus non è solo Haynes ad apparire in forma embrionale rispetto a ciò che saprà offrire negli anni successivi, bensì anche il suo sound: se già a partire da Emergency Rations questo virerà verso la futuribilità delle produzioni di El-P pur conservando un certo rigore classico, per quest'occasione esso si mantiene su binari più ortodossi. Intendiamoci: non sto parlando di un Pete Rock o un Premier, semplicemente è difficile non notare una maggiore regolarità nelle batterie ed un uso più tradizionale dei campioni da parte dei vari beatmaker, tra cui Lif stesso. Fakts One infatti crea due beat tra di loro molto diversi -Cro-Magnon e Avengers- mantenendo un'impostazione ortodossa che vede nel funk l'ispirazione primaria. El-P stesso si presenta in una modalità molto più vicina agli esordi dei Company Flow che non già a quella che avrebbe mostrato per i Can Ox o, ancora più estremo, nel suo esordio solista; e visto che pure Lif segue questa linea, alla fin fine è (paradossalmente?) Insight a produrre il beat più verdonianamente "sstrano" dell'intero EP: effetti sonori che paiono usciti da un film di fantascienza contraddistinguono la sua Pulse Cannon, e per quanto non si può dire che sia uno dei suoi capolavori alla fin fine risulta senz'altro la produzione più bizzarra delle otto che incontreremo nella mezz'ora di durata del disco.
Ora, dovendo sintetizzare la mia opinione in poche righe, devo dire che sono indeciso: da un lato questo EP mostra la sua età specialmente per via di un certo tipo di rap, e se ripenso a quando lo ascoltai per la prima volta non posso far finta di essermi esaltato. Dall'altro, però, oltre ad un paio di cose davvero degne (Arise e Avengers, principalmente) alla fin fine si lascia ascoltare senza nessun tipo di problema. Che fare? Opto per un tre molto benigno, aggiungendo che oggettivamente esso è l'anello più debole della produzione di Lif, e che perciò è una di quelle opere che consiglio solo a chi è già suo fan. Non mi pento di averlo acquistato, certo, ma diciamo che se lo sentissi oggi, a freddo, non ne resterei particolarmente impressionato.





Mr. Lif - Enters The Colossus

mercoledì 28 ottobre 2009

NIENTE RECENSIONE

Lunedì parto per Berlino (da mothaland) e devo organizzarmi, senza contare che non ho voglia.di scrivere. So sorry. Vi lascio però con un Cam'Ron d'annata.

martedì 27 ottobre 2009

R.A. THE RUGGED MAN - DIE, RUGGED MAN, DIE (Nature Sounds, 2004)

Siccome oggi esce la prima raccolta ufficiale di R.A. Thorburn alias R.A. The Rugged Man (il nome di battesimo è ignoto), la quale peraltro merita, in attesa di riceverne una copia mi pare giusto celebrare l'evento parlando del suo primo disco ufficiale: Die Rugged Man Die. Pubblicato nel 2004, e quindi in odore di nuova leva, l'autore è in realtà un veterano della scena e, in particolare, un veterano delle inculate: messo sotto contratto nel 1992 dalla Jive, per un buon dodici anni non solo non è riuscito a farsi pubblicare nulla all'infuori di un paio di 12", sovente su indie e/o white label,vivendo per giunta periodi che -oh, beh, cosa ve lo dico a fare? Troverete tutto raccontato dallo stesso Rugged Man in questo disco, essendo lui forse uno dei pochi ad avere una biografia così particolare da meritare di essere raccontata a più riprese senza risultare stupidamente autocelebrativa.
Difatti, la prima cosa che balza all'occhio/orecchio dell'ascoltatore è l'unicità di R.A.: sia come voce che come tecnica, che, soprattutto, come scrittura. Provo a riassumerne le principali caratteristiche: una voce baritonale che viene mescolata ad una metrica in odore del Kool G Rap dei tempi d'oro, a cui si devono aggiungere da un lato virtuosismi tecnici reminescenti del Pun di Twinz e dall'altro quintali di humor acido, un pizzico d'amarezza e comunque un ego non esattamente mignon. Una combinazione decisamente curiosa, che vede nella natura di weirdo del Nostro la quadratura del cerchio e che, se supportata dai giusti beat, si trasforma in pezzi in cui la singolarità quasi trascende un giudizio estetico.
Il punto qual è?, infatti: che alla fin fine le basi qui contano poco e, detta molto onestamente, mediamente non sono nulla de che. Fanno eccezione la reggaeggiante Chains, prodotta da Ayatollah, Brawl -sostanzialmente una Artillery dei High & Mighty in bella copia (guardacaso, anch'essa di J-Zone)- ed infine la cupa Midnight Thud, azzeccata sia nelle scelte per il campione di piano e per il sample vocale che nella struttura del basso. Per il resto si passa da cose accettabili come le prime tracce, peraltro curiosamente influenzate da un suono californiano vecchia maniera grazie al ripetuto uso di synth, a produzioni inqualificabili come How Low (a mo' Trans Europe Express? Ebbasta, sù) o, peggio ancora, Da Girlz They Luv Me, indescrivibile nella sua cacofonia; in mezzo ci sono buone idee che però poi paiono lasciate a metà lavoro, come per esempio Black And White e soprattutto la title track, che vedo quasi come una sorta di ruff mix curato potenzialmente da qualche membro della D.I.T.C. assieme ad Erick Sermon -se la cosa può aiutarvi a farvi un'idea. Insomma, al massimo si può dire che le basi forniscono il minimo sindacale per un MC in modo che ci possa rimare sù e, salvo appunto tre eccezioni, è difficile restarne colpiti ad un primo ascolto.
Ma la chiave di svolta sta, appunto, in R.A. stesso: ancora lontano dal confezionare strofe monumentali come quella di Uncommon Valour o Supah, egli qui mantiene però un'ottima tecnica preferendo però la focalizzazione su alcuni aspetti della sua vita, che possono andare dai suoi trascorsi nell'industria discografica (A Star Is Born) all'autobiografia più estesa, sia con un fondo di sarcasmo (Lessons) che con serietà (Midnight Thud). Poi, certo, ci sono le odi all'hip hop (On the Block, già sentita in Soundbombing 3), i pezzi più orientati al rimare per il gusto di rimare (Casanova, Black And White, Brawl) e quelli di purissimo shit talking tipo Dumb, ma il filo comune che lega tutta quest'esperienza d'ascolto è appunto la personalità (per non dire il carisma) di Thorburn. Lungi dal drammatizzare le sue esperienze, e fiero di essere un esponente del cosid. «white trash», egli sa insaporire il tutto con uscite e/o aneddoti che non tolgono nulla all'ascolto ma anzi lo condiscono con un'autoironia para-rothiana che personalmente apprezzo molto; senza contare poi che sentire frasi come "I was so pathetic, no doe, found a ugly chick/ With a no-doe-fetish, all my old hoes jetted" lo pongono ad un livello più credibile di tutti coloro che si disperano e si autocommiserano da posizioni ben più elevate della sua.
Insomma: se da un lato Die Rugged Man Die non è l'album che avrebbe potuto essere avendo all'MPC gente più capace (pensate a lui sopra ad un Large Pro! -no homo), dall'altro la peculiarità dell'autore è tale che buona parte delle "sviste", chiamiamole così, scivola in secondo piano, col risultato finale che, ben più di altri album prodotti meglio, è facile trovarsi a riascoltare DRD anche a distanza di tempo con poca o nessuna fatica. I margini di miglioramento ci sono, ma già quel che passa il convento basta e avanza.





R.A. The Rugged Man - Die, Rugged Man, Die

VIDEO: LESSONS

lunedì 26 ottobre 2009

DILEMMI

Il postino mi ha paccato: speravo di poter assaporare la tamarrìa di Batman Arkham Asylum (Prototype l'ho finito) e invece un cazzo. Siccome poi uscirò sia domani che dopodomani, e ieri sera ho bevuto, voglio regalare 24 ore di tregua al mio fegato e quindi di uscire non se ne parla. Che faccio? Opzioni:

-vado avanti a leggere la storia della Blackwater di Jeremy Scahill
-guardo in DVD Orizzonti Di Gloria
-guardo su Megavideo qualche clamoroso film di merda, meglio se pretenzioso (ce n'è uno con Giovanni Ribisi e Juliette Lewis che promette bene)
-guardo Attack Force con Steven Seagal ciccione e bolso su Italia 1
-rileggo pigramente l'antologia di Cuore
-finisco per la bilionesima volta un Call Of Duty a caso
-compro e leggo l'Espresso di questa settimana

Che palle...

CHINO XL - I TOLD YOU SO (Metro Rec., 2001)

Volendo sempre restare nell'ambito degli MC da battaglia, e volendo evidenziare le differenze che passano tra uno scarso, uno bravo ed uno eccezionale, è ovvio -almeno per me- calare l'asso e nominare Chino XL. Ma non associandolo al suo primo album, peraltro già recensito, bensì allo semisconosciuto sequel: I Told You So. Uscito nel 2001 per la Metro Records in venticinque copie, stampate oltretutto nella maniera meno professionale possibile -artwork pacco, tracklist sballata, errori di masterizzazione che manco io facevo con Nero ed il mio 4X nel '98- inizialmente pareva che dovesse essere pubblicato dalla Warner col nome di Poison Pen nel '98, ma in seguito la solita industry rule #4080 è entrata in gioco e così abbiamo dovuto aspettare altri tre anni per poter nuovamente godere dell'abilità del tamarrone letterato di East Orange (in realtà trasferitosi già allora in California).
Vabeh, fatto sta: io all'epoca ero sì a conoscenza dell'esistenza di quest'opera, ma è stato solo per caso che riuscii a reperirne una copia in un microscopico negozietto di dischi a Zurigo, e per quanto la grafica mi lasciasse senza parole non ho avuto molti timori nel correre a casa per ascoltare questa sua tanto attesa seconda fatica (di cui già conoscevo What You Got, in quanto adoperata per una oscura colonna sonora). Fiducia pienamente ripagata? Mah, diciamo di sì: produzioni perlopiù di Nick Wiz, che avrà pure i suoi difetti ma a me è sempre piaciuto, qualche sconosciuto (Mixture... huh?) e persino J.Dilla -l'avreste mai detto?- si aggiungono a qualche ospitata sempre ben accetta (Kool G Rap e B-Real) e, soprattutto, a tanto Chino; beh per me questa combianzione di fattori equivale ad un ascolto bello gordo.
E difatti così è: analogamente al suo esordio, qui i momenti di genuina ilarità abbondano e soprattutto si mescolano magnificamente con il suo innegabile talento di MC, lasciando spesso l'ascoltatore a bocca aperta ed incredulo dopo aver sentito l'ennesima geniale smargiassata del Nostro. Le citazioni che uno potrebbe fare sono innumerevoli e possono andare dalla sparata pura e semplice ("I'm so rare, battlin Chino's like Africa/ Yeah, niggaz talk about it but they don't really wanna go there") al gioco di parole che non ti sarebbe mai venuto in mente ("menage-a-trois/ I dont want no men in shit, let's have a women-age-a-trois"), ma il loro denominatore comune è una innegabile creatività mescolata ad una intelligenza decisamente fuori dagli standard; come se ciò non bastasse, poi, vi sono alcuni pezzi dove il nostro lascia le briglie completamente libere alla metrica e così escono facilmente strofe come quelle di Nunca, alla cui fine vorresti avere davanti Chino in persona per inchinarti al suo cospetto. Insomma, s'è capito, no? Il nostro eroe è un MC con un microfono per sè ed uno per i suoi coglioni, ed il fatto che il suo stile e soprattutto le sue punchlines difficilmente invecchino, restando originali anche a distanza di quasi dieci anni, ne è la prova più lampante. Tuttavia, se questo è un suo indubitabile pregio, in I Told You So esso si trasforma paradossalmente nel suo maggiore difetto: infatti, egli si concentra esclusivamente sul "fattore WOW!" dimenticando completamente quegli episodi che avevano contribuito a rendere Here To Save You All un classico del genere: i pezzi autobiografici come It's All Bad o Who Am I, che certamente mostravano il suo talento anche come scrittore puro e semplice, ma soprattutto rendevano l'ascolto più variegato e completo, qui non sono pervenuti: e considerata la lunghezza dell'opera (quattordici tracce effettive), persino per un fan sfegatato di Derek Barbosa quale io sono il tutto risulta alla fin fine davvero troppo da digerire in un solo ascolto.
Ed in tal senso non aiuta purtroppo l'eccessiva omogeneità del sound di Nick Wiz: al di là infatti della sua fissa per i soliti tre o quattro drum kit che si porta appresso dal '95, il suo peculiare stile nel taglio dei campioni si trasforma sovente in una ripetizione della medesima formula che inevitabilmente comporta un forte senso di déjà vu -e questo nemmeno in considerazione della sua discografia precedente, ma anche all'interno dello stesso album! Esempio: What You Got, That Would Be Me, Last Laugh e Chino XL sono fondamentalmente variazioni su un unico tema che prevede batterie abbastanza veloci, un campione col delay che si conclude con due rintocchi finali sulla chiusura del loop e che vede una piccola variazione nel ritornello. Ora: a me questo stile piace e pur conoscendo molto bene il curriculum acustico di Wiz non viene nemmeno a noia, ma ad un altro? Alla luce di ciò, appare chiaro che la semplice strutturazione della tracklist non può quindi salvare I Told You So da un forte rischio di monotonia dovuto a questi fattori, e pertanto ci si chiede come mai ad esempio non s'abbia chiamato più gente al campionatore, in modo da conferire una maggiore varietà di atmosfere all'album. Nunca o Chianardo Di Caprio (gesù che titolo!), ad esempio, per il semplice fatto di essere più lente ed orchestrali portano una ventata di freschezza spropositata rispetto alla loro effettiva carica innovativa; eppure, vista l'aria che tira alla fine sembrano freshe ed imprevedibili manco ci fosse dietro El-P. Non parliamo poi dei contributi di Dilla: How It Goes e Don't Say A Word vedono Yancey indossare le vesti di un Diamond D ed il sound minimalista e cupo che portano con sè, piacevolmente reminescente della New York del '95, porta un po' di varietà anche se forse è troppo tardi.
Ma non capitemi male: ho voluto essere ipercritico in modo da sottolineare quel che oggettivamente non va in questo disco; tuttavia mi preme sottolineare che, con l'eccezione di Asshole, la prima strofa di Sorry (mica per altro, è che la fa un'incapace femminile di nome Shonta) e il jiggyness da du' lire di Be Here, I Told You So personalmente piace molto. Certo, non è l'album della mia vita e di fronte a Here To Save You All per certi versi impallidisce, ma il piacere nel sentire un MC straordinario su dei beat validi o ottimi per me è sempre motivo di gioia. Chianardo, Nunca, What You Got (di cui potete apprezzare anche il sobrio video), Last Laugh, I Told You So e le due di Dilla per me sono pezzoni e ancor'oggi non mi pento minimamente di aver acquistato quest'album. Volete dunque un consiglio? Dategli un ascolto, alla fin fine malgrado i suoi difetti merita.





Chino XL - I Told You So

VIDEO: WHAT YOU GOT

venerdì 23 ottobre 2009

VAKILL - WORST FEARS CONFIRMED (Molemen Rec., 2006)

Nel gennaio di quest'anno recensii l'album d'esordio di Vakill, un MC di Chicago che con il suo The Darkest Cloud destò un certo interesse tra coloro che ancor'oggi vedono nell'abilità tecnica la qualità primaria di un rapper, la condicio sine qua non per avere il diritto d'accesso ad uno studio di registrazione o anche solo un microfono. Senza voler esagerare nell'autocitazione, riassumerò il mio giudizio su quel album in una frase forse un po' mocciana: ben fatto ma privo d'anima.
Vedete, io sono il primo ad esaltarmi di fronte a rime intricate, giochi di parole ben pensati e frasi ad effetto capaci di farti premere il tasto"Rewind" sullo stereo (guardate solo il voto dato a Here To Save You All di Chino XL), ma queste non devono, non possono far affogare completamente l'essenza di un album, che è fondamentalmente una visione artistica personale. Altrimenti si rischia di trovarsi di fronte all'epigone "purista" di tanto ciarpame commerciale da molti giustamente odiato; e per quanto darei un braccio per avere dieci Vakill per ogni Black Eyed Peas, questo non basta a farmi valorizzare album come Worst fears Confirmed, che evidentemente non solo hanno lacune pure e semplici ma replicano persino la medesima formula del disco che li ha preceduti.
Questo cosa significa? Significa, in buona sostanza, che WFC non differisce di una virgola -o quasi- dal predecessore, e se una crescita artistica c'è stata, questa è quasi invisibile in almeno l'80% dei pezzi. Ciò non si trasforma poi automaticamente in brutta musica di per sè, ma, forse peggio, si concretizza in un'inutilità di fondo del progetto e dunque di una scarsa attrattività commerciale anche dal punto di vista dei cosid. "puristi" di cui sopra. Ma vediamo nel dettaglio cosa cambia nel registro di 'Kill con Worst Fears Confirmed. Innanzitutto la produzione: pur restando affidata al trio dei Molemen (in verità sono Panik e Memo a smazzarsela, ma vabbè), rispetto a Darkest Cloud questa è essenzialmente più pulita e più protesa verso il soul; più Kanye West 2001 che Premier 1999, insomma. Certamente ci sono delle eccezioni, ad esempio Cold War o Acts Of Vengeance, ma in generale si può parlare di un ammorbidimento del sound che talvolta ben si confa allo stile del Nostro -la title track o When Was The Last Time, ad esempio- ma più spesso non fa altro che togliere energia a quella che avrebbe potuto essere una canzone realmente d'impatto. Ciò è doppiamente vero nel caso di due collabo sulla carta fenomenali, cioè quella con Ras Kass (a cui Vakill assomiglia molto) e quella con Royce, in cui avere sotto delle batterie più quadrate e dei sample più cupi avrebbe certamente portato a risultati complessivamente più gradevoli, mentre così risultano solo apprezzabili e ciao; altrove, invece, la Caporetto è totale, e non basta un flow preciso come quello che il Nostro indubbiamente possiede per salvare Farewell To The Game, No Mercy o Man Into Monster dalle paludi della mediocità.
Dal canto suo, il protagonista ha effettivamente limato un po' la sua verbosità e, così facendo, rende l'ascolto meno frenetico e/o forzato: ciò non significa -attenzione!- che abbia semplificato il suo stile, semplicemente lo ha reso migliore scremando quelle parole che prima erano oggettivamente di troppo. Purtroppo, questo e qualche concessione in più all'onestà è il massimo che possiamo aspettarci da 'Kill in quest'album; perchè per il resto egli replica più o meno fedelmente la formula (semi)vincente del suo debutto, compiendo solamente qualche piccola incursioncina in più nei territori del valore concettuale. Ed è un peccato, perchè quando lo fa si vede che non è l'abilità di scrittore a mancargli: Acts Of Vengeance è breve -praticamente una strofa da 48 barre- ma lo storytelling, in cui viene narrato di un pastore che, combattendo la droga nella sua comunità, passa dal pacifismo alla violenza, è semplicemente eccezionale. When Was The Last Time, invece, è una descrizione del suo passato e delle sue esperienze scritta con grande cura per le immagini e con un tono di grande serietà, e che trova nella controparte più "giornalistica" (passatemi il termine) di Cold War l'alter ego perfetto. Peccato però che questi siano letteralmente gli unici casi dove l'oggetto delle sue liriche sia ben delineato ed eseguito, perchè in altri casi egli tende a confondere le acque buttandoci dentro l'ennesima punchline di troppo: Serpent & The Rainbow ne è il miglior esempio, ma ve ne sono altre come Man Into Monster che soffrono di questa mancanza di concentrazione.
E finchè queste hanno beat interessanti -Heart Bleeds, per dire, che campiona la colonna sonora di U96 lasciando persino il classico rumore del sonar dei sommergibili (ficata!)- uno chiude anche un occhio, ma avendo visto che in molti casi non è così non ci resta che piangere. Piangere per quello che, con più cura sia da parte dell'emsì che da parte dei produttori, avrebbe potuto essere un album eccellente e che così, invece, risulta inevitabilmente inferiore al predecessore. Non nascondo infatti che sarei tentato di mettere insieme i due dischi per creare finalmente un lavoro quanto più possibile completo, perchè il dramma è che a me Vakill comunque piace e lo reputo dotato di talento, ma la mia speranza è che riesca a farlo da solo. Cosa devo dirvi, sperèm!





Vakill - Worst Fears Confirmed

giovedì 22 ottobre 2009

CORMEGA - THE TESTAMENT (Legal Hustle, 2005)

Come qualsiasi aficionado del rap degli anni '90 sa, la decade in questione è stata caratterizzata non solo dalla definitiva emersione commerciale dell'hip hop, ma anche da alcune delle pratiche più becere per cui le case discografiche sono tristemente note, in primis il cosiddetto "shelving": in pratica si tratta di mettere sotto contratto un artista, farlo lavorare fino a quando ha in mano un prodotto più o meno finito e pronto per la distribuzione, salvo poi gettare lui ed il suo album nel limbo dei dischi annunciati e mai più pubblicati senza particolari motivi. Tra le tante major che in quegli anni si cimentarono in questo comportamento ai limiti della criminalità, la Def Jam si contraddistinse in particolar modo per la sua incompetenza e la sua cecità, bloccando prima l'esordio di Trigger Tha Gambler (ad oggi reperibile solo via internet) e poi l'altrettanto atteso debutto di Cormega. I motivi per compiere una simile azione mi sono completamente sconosciuti e spero perciò che qualche insider che dovesse passare da queste parti riesca ad illuminarmi, perchè anche con il famoso senno di poi posso tranquillamente affermare che i suddetti due dischi avrebbero soddisfatto le aspettative dell'epoca al di là di ogni ragionevole dubbio. Cosa ancor più grave, ricordo che per ambedue i prodotti erano stati spesi fior di dollari in pubblicità ed in promo di vario genere, per cui le ragioni che possono aver portato ad una reclusione dei relativi master mi risultano ancor più ineffabili, portandomi di conseguenza a pensare ad un abuso di droghe pesanti negli uffici della Def Jam se non peggio.
Ora, la fortuna di restare un fan del rap anche nel 2009 consiste tra le altre cose nel poter approfittare di ristampe e raccolte curate in genere da estimatori del genere oppure da etichette discografiche dotate di un pochino di sale in zucca, ma è raro se non impossibile vedere lo stesso artista-vittima muoversi per dare ai suoi fan la possibilità di entrare in possesso di un'opera a cui egli stesso probabilmente non è nemmeno tanto interessato. Bene: dite "buongiorno" a Cormega. Nel 2005 egli è riuscito a riacquistare i master di Testament dalla Def Jam e, dopo averli risistemati e un po' "aggiornati" in termini di mixaggio masterizzazione, a raccoglierli in quello che sarebbe dovuto essere il suo album d'esordio nel '99.
Inutile dire che, da fan sfegatato di 'Mega quale sono, come ho saputo della sua uscita, mi sono fiondato a comprare l'originale; fino a quel momento avevo sempre più o meno snobbato le versioni che giravano su internet, e dunque alla fin della fiera di suo materiale originale ed "autorizzato" avevo solamente Testament (pubblicata sul disco bonus allegato a It's Dark And Hell is Hot di DMX) ed il singolo Killaz Theme b/w Angel Dust. Inutile quindi dire che, quando ho inserito il CD nel lettore, come sono partite le prime note di Dead Man Walking e Montana Diary ho avuto un'erezione retroattiva che mi ha portato a riavere 17 anni; roba che a momenti mi mettevo a farmi una cassettina da mettere nel mio vecchio glorioso walkman (l'ho ritrovato! So che non ve ne frega un cazzo, ma è LUI!) per andare a scuola. Insomma, com'è ovvio l'effetto nostalgia è inevitabile, e pertanto ho deciso che, avendo buona memoria, recensirò quest'album con i criteri corretamente contestualizzati e non -come ho purtroppo visto fare- con quelli del 2005.
I beat, prodotti perlopiù da Nashiem Myrick e con singoli contributi di Sha Money XL, RNS (quello del GP Wu e Shyheim), Hot Day, Havoc e altri, rientrano pienamente nelle atmosfere del Queensbridge come precedentemente dettate da Hell On Earth. Ci sono tuttavia alcune differenze, prima fra tutte una maggiore epicità del tutto: i campioni hanno spesso un piglio orchestrale, e quindi -tanto per fare un esempio abbastanza emblematico- è più facile incappare in loop di intere sezioni d'archi che non di singoli violini. Come seconda cosa, il suono è più corposo, da un lato, e più pulito dall'altro: questo è dato probabilmente da una revisione del mixaggio, ma già quando uscii Testament si poteva notare una certa differenza tra i lavori di Cormega e quelli, ad esempio, dei Mobb Deep o di Capone 'N' Noreaga. La terza differenza è, infine, quasi una conseguenza delle precedenti: in termini relativi, si può dire che quest'album rappresenti una sorta di apertura al resto di New York, tanto più che vi sono purtroppo alcune concessioni (come i ritornelli cantati) che fino ad allora erano stati del tutto assenti -o quasi- nei lavori provenienti dal QB.
Ma su quest'aspetto ritornerò più avanti; intanto penso che sia impossibile non restare ancor'oggi affascinati dalla title track, prodotta dallo stesso Dave Atkinson di Affirmative Action, che mescola molto bene tutta una gamma di suoni che vanno dall'organo all'arpa, passando per un bel sample vocale che viene fatto entrare nel ritornello; lo stesso dicasi per Dead Man Walking e Montana Diary, con la prima più essenziale nel suo sinistro loop di piano e la seconda invece nuovamente orientata in direzione orchestral-peschereccia. Havoc, dal canto suo, si fa notare per la valida Angel Dust e soprattutto per l'ormai celebre Killaz Theme, che non avrebbe sfigurato (anzi!) se inserita in Murda Muzik a fianco di una Quiet Storm. Ottima, nella sua semplicità, pure '62 Pick Up (autoprodotta) e Love Is Love, grazie al riutilizzo dello stesso sample degli Ohio Players già sentito in B.I.B.L.E. di Killah Priest.
Purtroppo, come dicevo, moltissimi beat (e strofe) validi vengono massacrati da incursioni cantate tipiche del pessimo gusto di quegli anni: Love Is Love, Every Hood e Coco Butter presentano degli idioti che si sgolano senza un apparente motivo che non sia quello di rendere pacchiano il tutto. Ed è per esempio in questi casi dove si nota una certa immaturità artistica di 'Mega, che qui non solo talvolta scrive in maniera del tutto impersonale (Coco Butter non presenta molto di suo, è generica), ma soprattutto usa espedienti di bassa levatura per imprimere una direzione al pezzo (vedi i cantati o l'occasionale scarrellamento d'arma da fuoco, come a dire "ehi, questo pezzo fa brutto, capito?").
Tuttavia, i segni del suo talento sono complessivamente evidenti in più d'una occasione: sia come MC puro e semplice (Testament, Killaz Theme, Angel Dust), sia come storyteller fuori dal comune ('62 Pick Up, Dead Man Walking, Montana Diary) che, infine, come scrittore puro semplice: la sua one Love, una sorta di risposta all'omonima canzone di Nas, non raggiunge i livelli dell'originale ma ne risulta una degnissima controparte e riesce ad anticipare una certa sensibilità e maturità che si sarebbero poi viste negli album successivi. E a questo punto certe mancanze tecniche -principalmente enfasi e controllo del respiro- passano in secondo piano; si può quindi dire che già nel '98 'Mega fosse un artista da tenere d'occhio.
In conclusione, quindi, se da un lato Testament non può essere paragonato a pietre miliari come Infamous o Illmatic, e nemmeno a debutti eccellenti come War Report, dall'altro l'esito è di una bontà tale che non si capisce francamente perchè mai questo disco non abbia visto la luce del giorno nei tempi previsti. Ora, se io dovessi consigliarvi un album di Cormega questo non sarebbe certamente il primo della lista, dato che oramai è possibile avere un MC unico e completo mentre qui, volendo, è un po' generico rispetto agli standard attuali. Se però cercate un qualcosa capace di riportarvi ai fasti del Queensbridge ed in particolar modo del suo particolare sound, allora direi che questo esordio merita senz'altro un ascolto; quattro zainetti vintage, allora, non si discute.





Cormega - The Testament
Bonus: Enhanced CD Video

martedì 20 ottobre 2009

SPECIAL TEAMZ - STEREOTYPEZ (Duck Down, 2007)

Non molto tempo fa ho recensito una serie di album ad opera di cosiddetti "supergruppi" e, se devo essere onesto, non sono rimasto stupito nel constatare che gli esiti si ponevano regolarmente sotto alle aspettative di turno. Anzi, talvolta il risultato è stato così miserabile da farmi passare persino la voglia di scrivere una recensione (La Coka Nostra, per esempio). Non starò qui a rielencare i motivi per cui queste operazioni sono più soggette ad un fallimento che non ad un successo; semplicemente prendo atto del fatto che spesso quella che è una posse cut farebbe meglio a restare tale, anzichè trasformarsi in un progetto di più ampio respiro.
Devo dire che, almeno da questo punto di vista, i Special Teamz sono diversi: innanzitutto perchè si sono formati -come dire?- ad hoc; in secondo luogo perchè la loro matrice comune è la città d'origine (Boston); ed infine perchè coprono lo spettro razziale dell'hip hop in maniera abbstanza completa. EdO.G è afroamericano, Slaine è bianco e Jaysaun è ispanoamericano: non sorprende che questa specie di melting pot musicale abbia deciso di intitolare il loro esordio Stereotypez e di lavorare attorno a questo concetto sia per intere canzoni, sia per singoli versi. Un'idea potenzialmente interessante, ne converrete, e che se unita a buone capacità liriche e beat classici poteva far nascere non dico un capolavoro ma quantomeno un disco eccellente. Ovviamente le cose non sono andate proprio così, ma alla luce di alcuni recenti riascolti devo ammettere che la mia prima impressione era stata forse fin troppo affrettata o comunque negativa. Certo, magari aiuta il fatto che sono aduso a fare comunque una selezione delle tracce migliori pur avendo l'ipoddone da 120GB (brag swag) e quindi resta solo la crème de la crème, ma anche lasciando scorrere il disco nella sua interezza devo dire che tra i supergruppi questo è uno di quelli che alla fin fine riesce a proporre del materiale di qualità sia come beat, sia come liriche e sia come concetti.
Ma siccome in passato il problema di questo genere di progetti è consistito sempre nei beat, vediamo un po' come se la cavano i Special Teamz. Ebbene, sulla carta direi proprio bene: Premier, Pete Rock, Marco Polo, Jake One, MoSS, il nostro conterraneo Shocca e qualche amichetto loro scarsamente conosciuto (Young Cee e Jayceeoh, teoricamente il quarto membro dei Special Teamz). Dai nomi si può facilmente evincere che il suono sarà orientato verso un classico boombap, e difatti l'impressione viene confermata fin dalle prime battute: campioni soul, loop di piano e batterie pesanti ci accompagneranno per tutta la durata del disco e ciò mi pare cosa buona: ricerca ed originalità quà non trovano cittadinanza, ma viste le catastrofiche esperienze dei "predecessori" preferisco una formula ortodossa che non dei semiaborti che finiscono col rovinare tutto. Ed ecco allora per esempio un piacevole loop di flauto e violoncello che fa capolino in Three Kingz, intervallato da cut belli precisi nel ritornello (anche se trovo che scratchare hook già pensati come tali sia un po' da pigri, e qui lo si fa con Down With The King dei Run DMC) e sostenuto da batterie regolari quanto basta per permettere al trio di MC di lasciarsi andare all'autocelebrazione più svergognata; stessa formula anche per l'iniziale Get Down, il cui unico difetto è di usare (peggio) lo stesso potentissimo campione di tromba adoperato da Mahogany per Monsta degli UN, e la ben più valida Clap Your Handz -una classica canzone "da concerto" e che però anche su disco funziona egregiamente.
Più sommesse sono invece Classical, molto nainfuonderiana, la minimale Fight Club (in cui si respira un che di stile californiano) e l'ottima Race Riot -forse nel suo complesso il pezzo migliore del disco. A deludere sono invece Pete Rock, che con Boston To Bucktown non ci regala la bomba che avremmo voluto ma solo un beat discreto, e Premier, il quale sì non ricicla le solite quattro note da tastiera, optando piuttosto per un semplice giro di basso, ma d'altro canto nemmeno fuoriesce dalla sua "comfort zone" e pertanto crea qualcosa che fiete di già visto da lontano un miglio. Quanto al resto, direi che la media è buona anche se non mi viene da descrivere ciascun pezzo in termini particolarmente enfatici; apprezzo comunque le atmosfere generalmente cupe che aleggiano sul lavoro (vedi Pusherman, Home 2, One Call e altre) e seppur chiunque abbia sul groppone qualche anno d'ascolto di rap non troverà in Stereotypez nulla per cui valga la pena di strapparsi i capelli, reputo giusta e confortante la scelta di puntare sul sicuro. Così facendo, perlomeno si dovrebbe avere la garanzia di sfornare un prodotto dove è possibile occuparsi più dell'aspetto lirico. Si dovrebbe.
Uso il condizionale perchè stavolta è sul versante vocale che incontriamo i maggiori problemi. Il primo fra tutti è quello dei ritornelli, che fintanto che restano in mano a loro o a Jayceeoh le cose funzionano bene o benissimo, mentre come ti salta fuori una qualche puzzetta semi-R&B è una Caporetto. Un po' perchè i cantati sono da matrimonio/Giggi D'Alessio o poco più, ma soprattutto perchè fanno a pugni con le atmosfere dell'intero progetto e con gli MC stessi. In tal senso, è quasi un miracolo che Home 2 si salvi, ma Story Of My Life o Fallen Angelz vengono purtroppo rese pressoché inascoltabili proprio grazie a gentaglia sullo stesso livello del temibile V-12 (aka il rovinadischi del Queensbridge). Il secondo difetto è, fondamentalmente, Slaine: non è un malvagio MC, ma sia come voce che come tecnica è innegabilmente inferiore a Ed e Jaysaun e, pur regalandoci talvolta qualche momento magico, capita che altrove, quando viene il suo turno, si resti un po' con l'amaro in bocca. Il terzo ed ultimo, infine, è una certa ripetitività tematica. Mi spiego meglio: pur abbondando (in termini relativi) i pezzi a tema, vi sono diverse tracce scritte palesemente col pilota automatico; e magari Main Event, Classical o Three Kingz possono anche piacere, ma se vi si aggiungono altre parimenti prive di uno scopo, si nota una ridondanza data dal fatto che nessuno dei tre è un battle rapper puro, e anzi, soprattutto EdO.G ha dimostrato in passato e dimostra qui di essere al meglio quando si cimenta con temi più corposi che non l'egotripping.
Tuttavia, di tracce veramente brutte (eccetto l'orrida bonus track rockeggiante) non ce ne sono. Anzi: ad esempio, la valenza lirica dei tre salva completamente la title track, che soffre di un beat "meh" di ill Bill di cui però quasi non ci si accorge grazie alle liste di stereotipi che il trio riesce a mettere insieme. Oppure, quando non sono impegnati a far risalire la china ai pezzi (e lo fanno pure in Long Time Comin'), riescono ad aggiungere un valore fuori dal comune ai beat: è il caso di Race Riot, dove i tre raccontano della situazione razziale della Boston degli anni '80 e di come questa aveva portato ciascuno di loro a nutrire degli stereotipi nei confronti delle altre razze. Il risultato finale, come dicevo, è magnifico, ed è solo per via di questa magnificenza che altri pezzi -magari più leggeri ma comunque ben scritti- brillano meno; ma comunque non risulta difficile apprezzare Fight Club, Pushaman, Story Of My Life e Fallen Angelz (ritornelli esclusi).
Insomma, alla fin fine Stereotypez è un buon album. Non fondamentale, né bello come avrebbe potuto essere, ma comunque un ascolto più che dignitoso capace di dare la paga al 90% della competizione più stretta e, soprattutto, sufficentemente valido da far ben sperare per un eventuale sequel.





Special Teamz - Stereotypez

VIDEO: ONE CALL

lunedì 19 ottobre 2009

CORMEGA - BORN AND RAISED ALBUM SAMPLER

QUI: inizia così così, poi prende il volo. Acquisto obbligato, comunque. [via Unkut]

TALIB KWELI & HI-TEK ARE REFLECTION ETERNAL - TRAIN OF THOUGHT (Rawkus, 2000/2002)

L'altro ieri, assieme alla seconda copia di Hell On Earth e la ristampa di Illmatic, m'è finalmente arrivato anche questo storico Train Of Thought; ora, il problema della versione da me acquistata nel 2000 era sempre lo stesso comune ad altri di cui magari avete già letto su queste pagine, e cioè che aveva il booklet spiegazzato/ondulato con le pagine incollate stile pornazzi cartacei old skool. Questo perchè nel 2002/2003 quel fulmine di guerra di mia madre lasciò aperta la finestra di camera mia (s'abitava in mansarda) mentre sul cielo di Milano s'abbatteva la tempesta perfetta e, manco a dirlo, stando i miei raccoglitori proprio sotto alla finestra, almeno una trentina di dischi e altrettanti vinili soffrirono danni irreparabili. Accantonata all'epoca l'ipotesi di matricidio in quanto all'epoca sprovvisto di lavoro -ma quanto m'incazzai diocane!-, ho dovuto aspettare di guadagnare qualcosina e di avere un account su Amazon per poter rientrare in possesso di alcune di queste opere senza svenarmi. Ma fatto sta: il lato positivo è perlomeno ora, quando mi arriva una ristampa, chiamiamola così, è che ballandomi tra i coglioni in ufficio perlomeno la recensisco tanto per darle un perchè. E oggi, appunto, è il caso dei Reflection Eternal.
Mi pare di ricordare che la prima volta che mi ricordai del loro nome fu nel '99, ascoltando quello splendido pezzo che è Chaos; naturalmente sapevo chi fossero individualmente, ma le precedenti apparizioni su Lyricist Lounge 1 ed il primo Soundbombing le avevo catalogate alla voce Talib Kweli e basta. Chissà poi perchè, ma in fondo chissenefrega; il punto è che al momento dell'uscita di Train Of Thought mi tuffai in una raccolta di monetine per poter comprare 'sto benedetto ciddì e, dopo peripezie incredibili riuscii finalmente a comprarne una copia (chi c'era si ricorderà che Andrea del Timeout aveva il vizio di acquistare al massimo tre copie di dischi per volta, a prescindere che si trattasse del Wu Tang Clan piuttosto che del letteralmente immortale Jesse Jaymes, dunque spesso te toccava aspetta'). Di anni da allora ne sono passati quasi dieci, e se nel frattempo Kweli ha pubblicato diversi album solisti di qualità variabile (di cui Eardrum è il migliore, a mio modesto avviso), nei cuori dei reppusi di mezzo mondo quello che occupa lo spazio più rilevante è senza dubbio questo.
E, ascoltandolo, si può anche capire perchè: il Talib che presenzia nelle venti tracce di Train Of Thought suona indubbiamente più energico e fresco di quanto abbia mai più saputo fare, e pur alternando pezzi autoreferenziali a canzoni più votate al famoso "consciousness" gli riesce di mantenere ugualmente elevata l'attenzione dell'ascoltatore; in più, essendo qui ancora tutto sommato agli inizi della carriera, il suo attaccamento all'underground e ad una visione generalmente più "rawkussiana" dell'hip hop aggiunge un quid di atteggiamento da purista che ben bilancia un atteggiamento per il resto tranquillo e fondamentalmente da fricchettone. Hi-Tek, dal canto suo, dimostra indubbie capacità al campionatore ed in alcuni casi riesce a confezionare beat che trasudano ruvidità da tutti i pori pur mantenendo una certa classe e, soprattutto, un taglio personale ben riconoscibile; tuttavia, se una Some Kind Of Wonderful o una Ghetto Afterlife hanno tutte le carte in regola per assorgere alle vette della sua produzione complessiva, bisogna ammettere che la cospicua durata del disco (quasi 70 minuti) porta inevitabilmente a ridondanze dal punto di vista delle atmosfere e del sound in generale che, se abbinate alla verbosità oggettiva di Kweli, alla fin fine drenano un po' i liquidi di noi ascoltatori; in altre parole, sulla lunga distanza Train Of Thought può facilmente asciugare.
La fortuna del disco consiste però nell'avere una tracklist ben congegnata, in cui i pezzi da novanta sono discretamente distribuiti sia come sonorità che come varietà di tematiche. E così l'inizio di Train Of Thought risulta un'indiscutibile bomba: Move Somethin', Some Kind Of Wonderful e The Blast non sono solo tre dei pezzi migliori dell'intero assortimento, ma mostrano benissimo le variazioni dello stile di Hi-Tek e contribuiscono efficacemente a spostare il piglio dell'album dall'aggressivo al più pacato. La prima è infatti un fiorire di rulli di tamburo, che accoppiati un sample tagliato apposta per dare una spinta ulteriore ai rullanti si traduce in una delle tracce più pesanti dell'insieme; segue Some Kind Of Wonderful, che della prima mantiene il tiro abbastanza veloce della precedente giocandosela però quasi esclusivamente su un'eccellente linea di basso; infine, la terza abbandona anche le batterie veloci e sterza quindi completamente in direzione da neo-Native Tongues. Da qui in avanti si procede grossomodo sempre su questo territorio con continui rimandi tra una traccia e l'altra, come per esempio tra This Means You (notevole collabo con Mos Def, tra l'altro) e Some Kind Of Wonderful, oppure Too Late e Africa Dream; è però solo con Down For The Count, eccellente lavoro a sei mani con Rah Digga ed Xzibit, che si ritorna nei meandri dei pestoni. Giusto in tempo, devo dire, perchè il lavoro stava diventando un po' pesante; avendo subodorato questo, a breve distanza segue poi l'altrettanto ottima Ghetto Afterlife con un Kool G Rap d'annata, e se Love Language non stona con quest'ultima lo si deve grazie ad un flow bello intricato che la tira fuori da qualsiasi rischio di melensaggine gratuita (nota di demerito: ad essa fa seguito Love Speakeasy, un semiskit che vorrebbe essere jazzato e raffinato, ma a me il delay e l'eco sugli assoli di sax fanno pacchiano/soft porno -punto e basta. Chiusa parentesi). Da lì in poi si ritorna ad un mood più rilassato che ad alcuni potrò ormai venire a nausea, ma va detto che tutto sommato resta ben fatto (a parte il ritornello osceno di Touch You) e poi si risolleva con Good Mourning, che di certo non è un pestone ma ha il pregio di far rivivere almeno in parte i fasti della straordinaria Respiration.
Come già detto, però, malgrado il buon tracklisting non è impossibile che verso la fine del disco -diciamo nel corso degli ultimi cinque-sei pezzi- si cominci a provare un certo peso nella zona pelvica. È l'inevitabile effetto che ha una certa ripetitività acustica se protratta per settanta minuti e, soprattutto, se questa viene associata ad un MC certamente bravissimo ma altrettanto sicuramente verboso come lo è Talib. In più, quello che manca al Nostro è la versatilità che aveva il compagno Mos Def; certo che i pezzi sboroni ci piacciono, certamente non ci dispiace qualche roba più introspettiva o più genericamente impegnativa, però il suo modo di trattare argomenti distanti tra loro come lo sono l'amore o il sistema carcerario allo stesso modo, se vogliamo con la stessa "poesia", mi sembra un po' sballato oltre che, appunto, potenzialmente noioso.
Tuttavia non si può negare che questo Train Of Thought sia un disco ben pensato, ben scritto e ben prodotto; il suo difetto principale sta nel tiro forse troppo omogeneo (fatte salve quelle due-tre eccezioni) e personalmente avrei preferito qualch Ghetto Afterlife in più, oppure, in alternativa, qualche produzione più variegata nella scelta e nell'uso dei campioni. Ciò non di meno è un ascolto essenziale ma, per quanto sappia perfettamente che causerò qualche incazzatura, non me la sento di dargli quattro e mezzo anche se ci va molto vicino. Con quattro-cinque pezzi in meno, magari...





Reflection Eternal - Train Of Thought

VIDEO: MOVE SOMETHING

venerdì 16 ottobre 2009

PREMIO "CATEGORIE PROTETTE": NEW BOYZ

Oggi non posterò nessuna recensione perchè a) sono ancora mezzo mbriago da ieri sera e soprattutto perchè b) ho un mal di testa che mi consente di ascoltare al massimo John Cage. Ciò detto, sempre in riferimento al video di EdO.G e Masta Ace postato qualche giorno fa, su internet ho scoperto questi altri cialtroni evidentemente esclusi dal sistema assistenziale americano. Manco a dirlo, sono fieri esponenti del hipster rap e l'unica cosa che apprezzo è la fotografia dai colori saturatissimi; vi lascio a questi momenti di sincero orrore che vi aspettano e vi auguro un buon weekend.

giovedì 15 ottobre 2009

MOBB DEEP - HELL ON EARTH (Loud/RCA, 1996)

"9-pound we rocked it/ '96 strike back with more hot shit": queste le parole di Prodigy in riferimento alla loro influenza nel biennio '95-'96 e, per una volta tanto, non si può affermare che come al solito un rapper stia esagerando. Il '95 è sicuramente stato l'anno dei Mobb Deep e del loro Infamous (anche se il Wu...), un disco che ha ridefinito il concetto stesso di cupezza e gangsta rap nuiorchese -passatemi il termine- introducendo a detta di molti, e questa è la cosa più importante, quello che per molti anni sarebbe stato il suono caratteristico del Queensbridge. Al pari di Illmatic, anche Infamous è un disco perfetto e senz'altro prima o poi ne parlerò più approfonditamente, ma per ora trovo più interessante buttar giù qualche riga sull'album che lo ha seguito: Hell On Earth. Quest'album non è mai stato sottovalutato, ma senz'altro è stato considerato il "fratello scemo" del predecessore, in quanto oggettivamente è privo dell'impatto e della freschezza di Infamous, senza naturalmente scordarsi dell'assenza di un singolo dalla potenza pari a Shook Ones.
Tuttavia, ciò che fortunatamente gli è stato riconosciuto fin da subito è una qualità fuori dal comune e la pressoché totale assenza d'imperfezioni, con come bonus alcuni pezzi assolutamente grandiosi; in più, ciò che secondo me si dimentica è che forse è stato più HOE (bel acronimo) che Infamous a conferire un'identità sonora al quartiere di provenienza dei Mobb. Archi e violini effettati, loop brevi e ripetuti ossessivamente, rullanti riverberati, giri di piano... la mia modesta opinione è infatti che, pur essendo Infamous qualitativamente superiore, alla fin fine l'influenza maggiore sia stata data da questo (come prove vi porto War Report, Testament di Cormega ed i singoli di Tragedy Khadafi immediatamente successivi al '96). Bizzarro, no?
In realtà nemmeno tanto, perchè non bisogna scordarci che almeno tredici pezzi su quattordici sono da applausi a scena aperta, e di questi un buon sei sono classici o quasi. Havoc qui spoglia le sue produzioni da qualsiasi elemento che potrebbe portarci fuori da atmosfere invernali, favorendo cupi loop di piano o archi a cui sommare batterie martellanti e più spinte che nelle sue opere precedenti; inoltre, egli migliora le sue qualità di MC, ed è solo perchè in quest'album abbiamo un Prodigy al massimo della sua forma -ben più che in Infamous- che i complimenti giuntigli al tempo riguardavano esclusivamente le sue doti di beatmaker. Ecco, già che stiamo parlando di prodigy: qualcuno sa spiegarmi cosa può essergli successo in poco più di un anno? Voglio dire, come è possibile che un buon rapper quale lui già era riuscisse a raggiungere simili vette in un arco di tempo così breve? Non so, la seconda strofa di Hell On Earth, Apostle's Warning o Nighttime Vultures lasciano a bocca aperta ancora adesso, non solo per l'immaginario violento e paranoide che Pee sa sapientemente creare, ma anche e soprattutto per la complessità delle rime e per la sua straordinaria abilità nello spezzare i versi e nel passare da un tipo di rima all'altro all'interno della stessa barra senza quasi che ci si accorga di ciò. Davvero impressionante; infatti, pur essendoci degli ospiti di un certo calibro, come Nas e Raekwon, il Nostro gli da una paga che poteva solo sognarsi in Infamous!
Ciò detto, reputo quasi secondario analizzare le tracce una per una; preferisco limitarmi alle più interessanti e a quelle più note, dedicando alle restanti poche righe. Seguendo questo modus operandi, la prima che andremo a esaminare è la stupenda title track, in cui su un tanto breve quanto efficace loop di Rhodes i nostri eroi hanno tutto lo spazio per lasciarsi andare alla loro tipica ultraviolenza, e specialmente Prodigy non si lascia sfuggire l'occasione: "The heavy metal king hold big shit with spare clips/ You see eclipse when the Mac spit, your top got split/ Layin' dead with open eyes close his eyelids/ Turn off his lights, switch to darkness, let's deepen up/ It's a street life, blood on my kicks shit on my knife/ You'se a wildchild, kiko, turnin' man into mice". Non da meno è poi la sottovalutata Apostle's Warning, in cui Havoc campiona efficacemente People Make The World Go Around di Jacko, e anziché usare il sample ad ogni inizio di verso (come per esempio in Keep On di Last Emperor) preferisce lasciare che siano le batterie ed il basso a parlare e, ancora una volta, Pee fa miracoli con una lunga strofa di 48 barre veramente spessa. Non da meno è poi Nighttime Vultures, col suo campione orchestrale ed un featuring di Raekwon, così come anche Extortion trova il suo perchè non tanto per via del beat -nuovamente focalizzato su un loop d'archi da sei secondi- quanto per via di un'ospitata di Method Man che qui dà il meglio si sè. Tuttavia, più ancora di queste, sono la collabo con Noyd, intitolata Man Down, e More Trife Life a lasciare il segno: la prima si distingue per via del beat, decisamente il più sinistro di tutto l'album, e per via di un Noyd in modalità Give Up The Goods (spettacolare l'aplomb con cui dice la sua sul rap progressivo: "First of all them dyke niggas with that spaced out shit/ I stick a rocket up in they ass and give 'em a lift"); la seconda, invece, per un Havoc che dimostra qui la sua crescita come liricista grazie ad un eccellente storytelling a metà tra Clockers e Goodfellas.
Se poi proprio dovessi trovare qualche piccolo difetto, allora mi verrebbe in mente il fatto che la collabo con Nas delude un po' (nulla a che vedere con Eye For An Eye) e che Bloodsport è forse l'unico pezzo davvero dozzinale dell'insieme, anche se darei un braccio per riavere un Hav che sappia produrre beat simili. Escludo invece da qualsiasi tipo di atteggiamento critico la ripetitività concettuale dell'album: sticazzi se ogni pezzo parla sostanzialmente di violenza nelle sue varie forme e ghettuseria assortita, è esattamente ciò che chiedo ai Mobb Deep fintanto che l'esecuzione è buona.
E qui l'esecuzione non è semplicemente buona bensì eccezionale, tanto più che si può considerare Hell on Earth (pronunciato dal 90% dei repponi italiani "Ell on Art"... no, porcoddio, "Hell On Erf!") il canto del cigno del duo di Queensbridge, che dopo questo semicapolavoro riusciranno solamente a produrre al massimo dischi buoni (Murda Muzik), discreti (Amerikaz Nightmare) o puzzonate imperdonabili (Infamy, Blood Money), perdendo per giunta tutta la credibilità guadagnata fino a quel momento grazie a vari exploit suicidi di un Prodigy sempre più vittima della robba e di sè stesso. Avvisaglie di questa perdita di senno da parte del Nostro si potevano comunque già notare allora, nel '96, quando Keith Murray gli tirò una saccagna sul naso e lui ritenne doveroso incidere un dissing al membro della Def Squad (e non solo) intitolato In The Long Run, e che si poteva trovare nella versione Enhanced del disco sbloccandola via internet o esplorando il contenuto con un Mac, cosa che ho fatto io. Nella ristampa, anch'essa da me posseduta, questa è andata persa assieme ad alcuni dei fantastici video a risoluzione da cellulare, ma siccome sono buono vi passo tutto in una seconda cartella, tanto per. Facezie a parte, cosa devo dire? Imprescindibile.





Mobb Deep - Hell On Earth
Bonus: Hell On Earth Enhanced CD

VIDEO: G.O.D. Pt. III

NAS - ILLMATIC (Sony Columbia, 1994)

Come promesso, ecco la versione originale di Illmatic. Nel pomeriggio invece la recensione del dì. Ovviamente non sto a ripetere il voto, mi pare ovvio che sia un cinque.

Nas - Illmatic

VIDEO: HALFTIME

mercoledì 14 ottobre 2009

NAS - ILLMATIC: 10 YEAR ANNIVERSARY PLATINUM SERIES (Ill Will/Sony Columbia, 2004)

Sperando che il pacchetto da Amazon mi arrivi in giornata, vorrei oggi riportare il blog sulla terraferma del rap più ortodosso ed al contempo farmi perdonare da alcuni dei miei lettori per l'exploit di Kid Cudi. E allora calo l'asso: niente cazzetti underground bensì Illmatic. Nas. Uno dei più grandi dischi di sempre, sicuramente nella top 5 della storia del rap -ditemi di no e vi mando a fanculo- e per giunta nella versione rimasterizzata e con delle tracce bonus. E volete sapere una cosa? Ho comprato quest'edizione solamente per trovare un qualche appiglio per poter scrivere la recensione di un disco su cui è stato detto praticamente tutto e che a distanza di quindici anni basterebbe quindi definire "perfetto" e chiuderla così. Ma non è possibile o, comunque, non ci riesco: devo assolutamente scrivere qualcosa su una di quelle opere capaci di ridarti la fede nei confronti di un genere che troppo spesso mette a dura prova la pazienza ed i timpani dei suoi fan, e così proviamo a ripassare mentalmente tutti quei nove motivi che rendono Illmatic un capolavoro sotto ogni punto di vista.
Dopo l'intro, in cui ci viene efficacemente presentato il contesto in cui Nas si muoverà mediante un campione di treni sferraglianti preso da Wild Style, si parte con quella che è una delle più vivde descrizioni di quello che era l'angolo oscuro della New York del '94. Il campione di piano tratto da Mind Rain di Joe Chambers è perfettamente adeguato per le batterie di Premier, che qui supera sè stesso, ma soprattutto per le abilità descrittive di un Nas che riesce ad immortalare luoghi e circostanze con una serie di istantanee che si staccano da un certo iperrealismo per creare addirittura degli archetipi validi per il futuro. La macchina da presa di Nasir Jones si muove tra palazzi abbandonati, giardini incustoditi pieni di erbacce ed i fumi che escono dai tombini in inverno con una precisione ed una forza poetica degna del miglior Scorsese, impreziosendo il tutto con one-liners che sarebbero entrati immediatamente a far parte della Storia del genere: "I never sleep, 'cause sleep is the cousin of death", "I ran like a cheetah with thoughts of an assassin", "Life is parallel to Hell but I must maintain"... gli esempi sono troppi, ma basta la seconda metà della seconda strofa per riconoscere che si ha di fronte ben più che un semplice MC.
Non da meno è Life's A Bitch, in cui un giovanissimo AZ scrive una strofa indimenticabile (Visualizin the realism of life and actuality/ Fuck who's the baddest, a person's status depends on salary) che lo condannerà per il resto della vita a doversi scusare per non aver più saputo riproporre nulla del genere; ma anche il contributo di Nas, spesso ignorato a favore del precedente, vede nuovamente un ricco immaginario venir delineato con un miscuglio di fotografie e riflessioni personali da queste derivanti. Non per ultimo, l'assolo di tromba di Olu Dara, padre di Nas, conferisce all'etereo beat di L.E.S. un ulteriore tocco di classe e suggestività.
E The World Is Yours? Cosa dirne? Certamente si nota una maggiore positività sia nel taglio del beat che nelle strofe di Nas, ma siamo ben lungi dagli eccessi che sarebbero venuti negli anni successivi (purtroppo anche da parte di Nas stesso); il materialismo che ha sempre caratterizzato il rap qui è solo accennato in un paio di passaggi, e pure in modo relativamente sobrio, mentre per il resto ci sono libere associazioni di pensiero quasi che il Nostro stesse sognando ad occhi aperti: " There's no days, for broke days we sell it, smoke pays/ While all the old folks pray, to Je-sus' soakin they sins in trays/ Of holy water, odds against Nas are slaughter/ Thinkin' of a word best describin my life to name my daughter/ My strength, my son, the star, will be my resurrection/ Born in correction, all the wrong shit I did, he'll lead a right direction". Un mood che, espresso nella scrittura e nel flow ineccepibile di Nas, si sposa a perfezione con il sobrio beat di Pete Rock, che campionando veloci passaggi di piano contrapposti ad altri più scarni e brevi, si conferma essere il genio da molti ormai riconosciuto.
E già che siamo in tema di geni, mica salta fuori Large Professor con Halftime? Prodotta e registrata nel '92, è sorprendente vedere come comunque regga il confronto con gli altri pezzi qui presenti, e per quanto si noti una certa "superficialità" da parte del protagonista -siamo al puro e semplice braggadocio- non si può sorvolare su come già due anni prima egli fosse tecnicamente un MC ineccepibile.
Ma per vederne la peculiarità si sarebbe dovuto aspettare l'uscita di Illmatic; come già detto, la sua capacità di fondere poesia e realismo è unica, e questo viene ulteriormente dimostrato nella amarcordiana Memory Lane, contenente due strofe eccezionali e soprattutto uno dei beat più melodici offertici in quegli anni da Premier: uno stupendo campione di Reuben Wilson, caratterizzato in particolar modo da un cantato sommesso/mormorato, fornisce quel quid di atmosfera nostalgica senza però scadere nel melenso e comunque mantenedo una buon tiro. Classico, così come classica è anche One Love: so che la conoscono tutti, ma come non ripetere che il beat di Q-Tip è, nella sua semplicità, un qualcosa di geniale degno di stare nell'Olimpo delle migliori produzioni di sempre. Asciutto, lineare ed accompagnato solo da basso e batteria, il loop di xilofono fornisce a Nas il tappeto sonoro perfetto per scrivere la miglior canzone-lettera ad un amico incarcerato di sempre e che, in quanto tale, e come altre canzoni sentite finora, merita un posto nella Storia dell'hip hop.
A seguire c'è poi l'unico pezzo meno che superbo del disco -cioè One Time 4 Your Mind, dalla produzione un po' tanto scarna- al quale fa seguito Represent, anch'essa spesso criticata per la produzione un po' "pigra" di Premier ma che stavolta mi vede nuovamente entusiasta. Certo, non c'è la genialità mostrata in NY State Of Mind o Memory Lane, ma ciò non di meno resta un gran bel beat, perfetto per dare il "la" ad un Nas in perenne forma smagliante. Infine, arriviamo a It Ain't Hard To Tell, che chiude in bellezza un disco di suo impeccabile. A colpire quà non c'è solo il liricismo di Mr. Jones, sul quale non francamente più nulla da aggiungere se non "m'inchino", ma anche una base curata da Large Pro che se la gioca in bellezza con NY State Of Mind e One Love: a impressionare non è solo l'evidente bellezza del campione di Human Nature, ma come questo viene smontato e rimontato da Extra P e come egli sappia impreziosirlo con una linea di basso ugualmente fantastica.
Whew. Ce l'ho fatta. Ora, non sta a me riassumere i motivi per i quali questo disco ha rivoluzionato il genere specialmente sotto il punto di vista del liricismo; so solo che dopo di esso l'hip hop è cambiato e che ancor'oggi, se si vuol fare un album, Illmatic è uno dei pochi punti di riferimento validi. Tuttavia, resta ancora qualche parola da spendere su questa edizione celebrativa, e la prima cosa riguarda la rimasterizzazione. Contrariamente a quello che può avvenire con la musica suonata live, ancor più se ha venti o trent'anni e in originale è stata registrata con mezzi tecnici appena passabili (vedete solo le riedizioni di Murmur o Unknown Pleasures), nel caso dell'hip hop i margini di miglioramento sono relativi. In questo caso, se da un lato è inevitabile che il tutto abbia un suono più pulito e meno "amalgamato" nel suo insieme, dall'altro non è che le migliorie siano fondamentali -e poi non è che Illmatic di suo suoni come una puzzetta- e, soprattutto, forse toglie un po' del fascino dell'opera originale. Insomma, è come quando nell'800 si restauravano opere vecchie di trecent'anni attualizzandole secondo i criteri correnti, un'operazione sempre un po' al limite. Casomai, il motivo per un acquisto di questa 10th Anniversary Edition, se si è già possessori dell'originale può essere ritrovata nel disco bonus; tuttavia, devo dire che la scelta di non includere remix dell'epoca ma attualizzazioni -valide o appena passabili, ma nulla più- per me non ha un briciolo di senso. Cosa vuoi che mi freghi di avere un remix parajiggy di Life's A Bitch? O una versione da quattro soldi di It Ain't Hard To Tell? A conti fatti, l'unica che si salva è The World Is Yours, più l'inedito Star Wars e l'ormai stranota On The Real, che però stavolta ci viene presentata nella forma interamente rappata da Nas.
Diciamolo: come bonus non è che ci sia un granchè di valido, e d'altronde anche il remastering lascia il tempo che trova anche se perlomeno non sono stati troppo invasivi; ora, io oggi vi passo questa versione, che ha comunque il pregio di costare davvero una sciocchezza, ma domani vi giro anche l'originale. In ogni caso, l'uno o l'altro vanno comprati, non c'è dubbio.





Nas - Illmatic: 10 Year Anniversary Platinum Series

VIDEO: IT AIN'T HARD TO TELL

martedì 13 ottobre 2009

KID CUDI - MAN ON THE MOON: THE END OF THE DAY (G.O.O.D. Music/ Universal Motown, 2009)

So che molti di voi, leggendo una recensione del debutto di Kid Cudi e rapportandola al nome del mio blog, penseranno che mi sono bevuto il cervello; ma se finora sono riuscito ad evitare di dover ascoltare e recensire 808's & Heartbreak, quest'anno non riesco ad esimermi dal dire la mia su uno dei dischi più attesi del 2009 nonché uno dei pochi ad aver avuto un buon successo commerciale pur non avendo alle spalle una danza ad hoc o dei beat del dirty south. Non solo: dacché è cominciata la moda del hipster rap -e cioè dal 2005- questo è finora l'unico disco ad aver venduto un numero di copie coerente rispetto all'entusiasmo raccolto nel magico mondo di internet, paradossalmente non rientrando però negli stilemi dello sventurato sottogenere.
Insomma, vuoi anche solo per il tipo di ricezione ottenuta, Man On The Moon vale le poche migliaia di battute che gli dedicherò. Ma non c'è solo questo: al di là di questioni legate ad affiliazioni con Kanye West, e al di là di comportamenti ridicoli tipo l'annuncio dl ritiro dalle scene prima ancora che l'album uscisse (!), c'è della musica che all'interno del panorama dell'hip hop costituisce una novità o, più esattamente, presenta alcuni tratti quantomeno interessanti. A partire, per esempio, dal gran discorrere che s'è fatto riguardo alla collocazione musicale del disco stesso: io personalmente non ho dubbi a riguardo nel definirlo rap, vuoi pure con tutte le variazioni del caso, perchè nella maggior parte dei pezzi si ha per le mani un tale che scrive rime su 4/4 in maniera più classica di quanto non vorrebbe far pensare e/o nascondere. Ecco: quando un'opera si presenta con un simile biglietto da visita vale quantomeno la pena di ascoltarla e, stabilito che in questo caso non si tratta di una atroce cagata priva di capo e coda, vale anche la pena di degnarla di qualche riflessione extra rispetto a quello che è lo standard.
Innanzitutto abbiamo una pretenziosità di base fuori dal comune: a partire dal titolo, Man On The Moon si presenta come un concept album suddiviso in cinque capitoli che dovrebbero mostrare l'evoluzione di Cudi (pomposamente chiamato "our hero" da un irritante Common nelle vesti di narratore) attraverso sottili metafore e buone dosi di introspezione. Tuttavia, analogamente agli ugualmente pretenziosi Alan Parsons Project, l'ascoltatore arriva a fine disco subodorando una certa confusione (è sogno? È realtà? Ha qualche importanza saperlo?) e, in ultima analisi, ravvisando nel passaggio da un capitolo all'altro semplicemente questo: Cudi si racconta e si fa, Cudi si deprime e si fa, Cudi raggiunge il successo ma resta depresso e si fa, Kudi trova un po' di coraggio per vivere e si fa. Insomma, come romanzo di formazione non siamo proprio al livello di un Giovane Werther, del quale conserva solamente lo spleen e poco più.
Perchè il secondo punto critico di Man On The Moon è questo: a prescindere dalla qualità delle rime, il Nostro presenta una scrittura abbastanza atroce ed assimilabile agli stereotipi peggiori dell'esistenzialismo facilone dell'emo, genere dal quale vampirizza in primo luogo l'autocommiserazione ed in secondo l'errata convinzione che a qualcuno possa interessare il proprio egocentrismo. Oddio, a qualcuno sì, ma quantomeno dovrebbe essere espresso con inventiva, capace magari di rivolgersi al prossimo pur restando personale e magari inserendo quà e là qualche riflessione dal respiro più ampio. Ebbene, così non è, e così il malcelato edonismo di Cudi si traduce in alcuni versi che trascendono la semplice grossolanità per scivolare nel pacchiano: "I've got some issues that nobody can see/ And all of these emotions are pouring out of me"; "The moon will illuminate my room and soon I'm consumed by my doom"; "I live in a cocoon, opposite of Cancun/ Where it is never sunny, the dark side of the moon". Nota bene che queste bestialità hanno tutte la medesima origine, ovverosia Soundtrack 2 My Life, e per quanto non sempre si scada a questi livelli direi che non c'è una strofa che non presenti difetti evidenti a colpo d'occhio.
Terzo: Cudi come rimatore in sè e per sè vale davvero pochino. Certo, ha l'accortezza di mascherare le sue défaillances liriche dietro ad uno stile enfatico che gioca molto su pronuncia, estensione delle sillabe ed armonizzazioni, ma ciò non basta per sgabolare le tante banalità o forzature che si possono leggere nei testi, che sono stati oltretutti trascritti per filo e per segno nel booklet. La cosa in sè e per sè sarebbe anche trascurabile -almeno fino ad un certo punto- se i testi si fossero rivelati chissà che, ma, come s'è visto, essendo questi sul becero andante le lacune più tecniche si fanno sentire.
Ora: se ci fermassimo a questo punto avremmo tra le mani qualcosa di genuinamente ed insindacabilmente orribile, degno di una fatwa da parte di chiunque reputi la musica come un qualcosa il cui uso nasce per essere diverso dalla tortura nel carcere di Guantanamo. Ma è proprio alla luce di questi difetti, ed al contrasto che si crea con la fruizione complessiva di Man On The Moon (che è secondo me positiva) che si notano i punti a favore del progetto e di conseguenza capirne meglio l'essenza.
Per esempio, tra i pregi di Cudi c'è senz'ombra di dubbio un talento fuori dal comune nello scrivere e cantare ritornelli; infatti, credo che in ognuna delle tracce qui presenti, le eventuali malefatte delle strofe vengano ampiamente sorpassate da dei ritornelli capaci d'infilarsi nei timpani per non uscirne più. Cudi questo lo deve sapere, e difatti fa molto affidamento su di essi, col risultato che se Man On The Moon sopravvive ai deficit lirici del nostro è anche per via di quest'aspetto.
Secondo: il Nostro sarà anche un formidabile produttore di ovvietà o fonti assortite di disinteresse, ma perlomeno egli sa propinarcele in forme molto varie; so che potrebbe suonare come una battuta, ma vi garantisco che se il suo smisurato ego venisse proposto in modi più tradizionali l'esito sarebbe catastrofico. E allora ecco che il suo stile armonico, per quanto non sufficiente a far dimenticare la sua infausta penna, basta però per rendere ascoltabile buona parte delle canzoni, le quali vengono poi definitivamente tratte in salvezza dai ritornelli e dal terzo, fondamentale, pregio di quest'album: i beat.
Ecco, a fare la parte del leone in Man On The Moon ci sono le basi. Curate perlopiù da Emile (sì, lo stesso Emile degli NYG'z, Cormega e dei Ghetto Dwellas, pensa te), Plain Pat e Kanye West, queste mescolano con abilità -e qualche paraculismo- hip hop, downtempo e soprattutto quintali di ambient anni '80 (Vangelis e ovviamente Jean-Michel Jarre sono i primi nomi a venirmi in mente) per produrre musica sovente ideale per una vera e propria colonna sonora. Synth di tutti i tipi, pianoforti, effettini in midi e quant'altro sappia partorire un certo tipo di elettronica rétro riescono miracolosamente a convivere con batterie dai suoni classici e campioni più tradizionali, formando così delle atmosfere rarefatte che al contempo bene s'appoggiano allo stile del protagonista, ma che soprattutto ne sorreggono i trip egocentrici fornendogli delle atmosfere coerenti coi vari "temi". Difficile in tal senso estrarre le cose migliori, perchè, va detto, molte di queste vedono la propria quadratura del cerchio solo con l'intervento di Cudi e dei suoi orecchiabili refrain: Solo Dolo potrebbe esserne l'esempio migliore, ma al di là di questa potrei indicare anche Soundtrack 2 My Life, Alive, Day 'N' Nite (fortunatamente presente anche col remix dei Crookerz -che m'è sempre piaciuto) o l'asterixianamente intitolata Sky Might Fall.
Ecco: "orecchiabilità" è la parola chiave di Man On The Moon, che si candida ad essere uno degli album rap dal suono più ruffianamente pop che abbia mai sentito. Attenzione: sottolineo "ruffianamente". Non confondetelo quindi con quello che fanno i Black Eyed Peas, il cui target è palesemente composto da bburini discotecari dal palato facile e, almeno in quello, onesto; Kid Cudi si rivolge ad un pubblico più snob, che cerca comunque un fattore di "coolness" ma che non vuole confondersi coi suddetti bburini ed i loro gusti proletari -pur condividendone diversi aspetti. Per intenderci, quelli che leggono Vanity Fair anziché Grazia; quelli che snobbano H&M per comprarsi le magliette di Tokidoki; quelli che considerano Madonna una scarsa merdina ma apprezzano Lady GaGa (non a caso campionata in Make Her Say) vuoi anche solo perchè ha alle spalle un simulacro di factory warholiana. Il calcolo, la volontà di ritagliarsi una fetta di mercato in quel substrato della popolazione è qui evidente e si pone in netto contrasto l'intenzione dichiarata di comporre un disco assolutamente sincero (magari Kudi, che è fesso, ci crede anche, ma i capoccia della Universal e Kanye manco per il cazzo), e proprio per questo motivo reputo che Man On The Moon sia quasi più interessante dal punto di vista del fenomeno sociale che non quello musicale. Difatti credo anche che -fotografando gusti trendy sulla cui durata non scommetterei un soldo bucato- invecchierà malissimo fino al punto in cui, riascoltandolo tra dieci anni, avrà la stessa freschezza che oggi possono avere i fenomeni anni '80 soggetti al revisionismo storico della "cultura" hip. O magari mi sbaglio. Fatto sta che malgrado questa sua sfacciata paraculaggine è impossibile non trovarci un qualcosa di positivo e quantomeno una certa ricerca (e, diciamolo, un'orecchiabilità innegabile); per cui, per quel che mi riguarda, oscillo tra un due e mezzo ed i tre. Siccome però ai N.A.S.A. -altri bei paraculo pure loro- ho dato 2 e 1/2, e questo Man On The Moon se li magna a colazione, a questo piazzo un tre abbondante. Provatelo, ma solo se sapete di essere capaci di chiudere un occhio di fronte a tanto cinismo.





Kid Cudi - Man On The Moon ecc.

VIDEO: DAY 'N' NITE (CROOKERS RMX)

lunedì 12 ottobre 2009

EDO.G & MASTA ACE - LITTLE YOUNG VIDEO

Per ora è video dell'anno, e pure la canzone mi spezza. Arts & Entertainment in uscita il 30 novembre -forse.

O.G.C. - DA STORM (Duck Down/Priority, 1996)

Oggi, essendo stanchissimo, ho deciso di viaggiarmela con estrema comodità ed attrezzandomi con tutti i comfort possibili: insomma, vi scriverò brevemente del (oggi) tanto osannato debutto degli O.G.C., trio di MC di Brooklyn notoriamente affiliato alla Boot Camp Clik. Uscito nell'autunno del '96, Da Storm è al contempo uno dei maggiori flop in termini commerciali rispetto alla qualità, almeno per gli standard dell'epoca (200000 copie vendute, roba che oggi ne venderebbe 50), ed uno degli oggetti di più grande rivalutazione in tempi recenti. All'epoca, infatti, dopo Dah Shinin' e Nocturnal questo disco parve a molti un passo indietro rispetto alle succitate opere ed anche i suoi membri venivano visti come delle mezze pippette, con l'eccezione forse del frontman Starang.
Ma per quanto tecnicamente il giudizio di cui sopra abbia degli elementi di verità, la domanda che pochi si posero fu quella riguardante il valore effettivo dell'opera; se l'avessero fatto si sarebbero accorti che Da Storm non solo è un bel disco, ma un gran bel disco, in cui il suono dei Beatminerz -forse per l'ultima volta- vede tutti gli elementi caratteristici che lo compongono ulteriormente perfezionati e, verrebbe da dire, spinti fino alle estreme conseguenze.
Fin dall'inizio, infatti, bassi corposi e campioni minimali prendono l'ascoltatore e lo catapultano in atmosfere di rara cupezza (anche per la media del '96, va detto) in cui i tre MC non fanno altro che dire, con quanto più stile possibile, che loro sono bravi, fumano brannoni senza pausa, fanno bruttissimo e occasionalmente non disdegnano la figa fintanto che questa non li distoglie dalle loro occupazioni primarie. Che sono appunto fumare, far brutto eccetera eccetera. Insomma, che sia chiaro fin dall'inizio: se ascoltate Da Storm non lo fate certo per i contenuti in senso stretto, ed anche il titolo, che ritorna nella tracklist e fa da collante tramite gli skit, non deve portarvi a pensare ad un concept album.
Sgomberato il campo da eventuali dubbi, la prima cosa che balza all'occhio è che, delle undici tracce effettive, le prime cinque rappresentano il meglio del meglio che Starang, Louieville e Top Dog sanno offrirci: dalla lenta ed ossessiva Calm Before Da Storm si passa al singolo No Fear -che a pensare che si potessero fare singoli simili con un certo successo c'è da non crederci- ma è solo con la traccia solista di Starang, Hurricane Starang, che si comincia ad accettare il fatto che Da Storm è degno di far parte del tris di capolavori della Boot Camp Clik di metà anni '90. Per essa, Mr. Walt lavora nuovamente con pochi elementi, dicasi tre-note-tre di organo elettrico, basso e batteria, e riesce a confezionare un beat indiscutibilmente potente e connotato dal famoso «nod factor» come pochi altri si sognano di fare, pur imbastendo magari produzioni farcite di sample orchestrali o schitarrate campionate *cough* Slaughterhouse *cough*. È perciò ovvio che risulterebbe difficile se non impossibile rovinare una simile produzione, ma il problema nemmeno si pone, perchè Starang dimostra sia di essere l'elemento migliore degli O.G.C. che un MC dotato in senso assoluto [no homo]; la curiosa apertura della canzone viene infatti seguita immediatamente da una serie di brevi scambi con Rock degli Heltah Skeltah, ed ora che si giunge alla fine di questa non si vede l'ora che parta con la seconda.
Ma per quanto la successiva Danjer chiuda quella che definirei la crème de la crème degli O.G.C., non pensate che ciò che segue possa definirsi in qualche modo debole: ad eccezione infatti della title track, che considero l'unica scivolata fatta dai produttori, il resto si attesta su livelli relativamente medioalti e l'unica cosa che potrebbe far sembrare scialbe tracce come X-Unknown o Flappin' (prodotta da E-Swift dei Liks e Madlib, mica me la ricordavo 'sta cosa) è che esse non hanno la forza d'impatto d'una Gunn Clapp oppure ricalcano magari un sound complessivo già sentito in precedenza. Considerando questo fatto diventa quindi doppiamente gradita la presenza di qualche ospite, come per esempio Sadat X e Sean Black in Wild Cowboys In Bucktown (bella la base di DJ Ogee, tra l'altro), oppure i Representativz ed altri sconosciuti (mai più sentiti) in Elite Fleet.
Che dire, quindi? D'accordo, Louieville e soprattutto Top Dog non saranno 'sti geni del microfono da un lato, e dall'altro ci sono difettucci ravvisabili nella ripetitività di certe atmosfere ed un forte squilibrio qualitativo (e nella distribuzione degli skit) tra la prima metà dell'album e la seconda, ma personalmente la cosa dà fastidio fino a un certo punto. Di certo c'è che, assieme a Enta Da Stage ed i già citati Shinin' e Nocturnal, questo Da Storm rappresenta uno dei quattro punti cardine della discografia della Boot Camp Clik. E se non si può dire che sia imprescindibile in termini assoluti, non c'è dubbio che questo sia un disco capace di estasiare tutti i fan del rap nuoirchese di metà anni '90. Fuori stampa da tempi immemori, lo si può facilmente trovare usato a prezzi risibili, e reputerei francamente imperdonabile lasciarselo sfuggire una seconda volta: da avere.





O.G.C. - Da Storm

VIDEO: NO FEAR