mercoledì 29 ottobre 2008

ONYX - COLD CASES FILES VOL.1 (Iceman/Onyx Rec., 2008)

Scusate per la lunga assenza, ma tra un installazione di Fastweb ed una visita medica negli ultimi giorni sono stato con la mente altrove; inoltre, ho passato diverso tempo ad assimilare gli ultimi dischi acquistati, alcuni dei quali più che degni e tra questi rientra a pieno titolo anche questo Cold Cases Files. Anticipo che si tratta di un disco imprescindibile per tutti coloro che -come me- reputano All We Got Iz Us uno dei più bei dischi degli anni '90, visto e considerato che la maggior parte delle tracce qui presenti risale proprio a quel periodo in cui il suono degli Onyx s'era fatto meno esagitato e più cupo, risultando la scelta obbligatoria per giornate fredde e tempestose. Ricordiamoci infatti che se è vero che da Shut 'Em Down i Nostri non hanno prodotto altro che fetecchie più o meno clamorose (eccetto l'ottimo e criminalmente sottovalutato Black Trash di Sticky), all'epoca erano considerati tra i migliori, e hai voglia ora a girare con la puzza sotto il naso dicendo "il loro strepitare era una pagliacciata e bla bla" come alcuni fanno: spiacente, ma erano BRAVI.
Ora: il paradosso è che pare che proprio loro siano i primi a volercelo far scordare, nel senso che, persino includendo i bootleg, una presentazione così marcia (anzi, visto il periodo la definirei "scrausa") non l'ho mai vista. E questo a partire dalla grafica stile Paint + effetti pacco di Adobe Photodeluxe per passare alla tracklist piena di refusi ed omissioni, per giungere infine al retro, dove anzichè darci la lista dei pezzi hanno messo i loro myspace (!!!) nonchè un sito in dal look stile Lycos '96 dove immagino tutti si tufferanno per comprare le loro magnifiche felpe. Insomma, l'intera operazione puzza così tanto di budget/voglia zero che nessuno si sentirebbe spinto a darle una minima chance, eppure -beh, eppure, se si sa a cosa si va incontro uno può e deve chiudere un occhio sulla presentazione.
A dire il vero l'occhio andrebbe chiuso anche su un altro difetto, e cioè l'assenza di un qualsiasi tipo di rimasterizzazione e mixaggio delle tracce; delitto, questo, che fa sì che molte di esse soffrano di un suono ovattato francamente imperdonabile. Per dirne una, See You In Hell Pt. 2 -passata come canzone "vera" ma in odore di freestyle, visto che il beat è un loop tratto da Illuminati di Tragedy Khadafi, al quale fa anche qualche velato riferimento- ha un'equalizzazione "da radio" che purtroppo guasta considerevolmente il piacere dell'ascolto. Idem per quanto riguarda, che so, Ghetto Way Of Thinking (con tanto di sibilo di sottofondo), Rock U e Purse Snatchaz Pt.2. Riassumendo, tutti i pezzi che sono stati esclusi da All We Got Iz Us -cioè l'70% di CCF- soffrono del difetto di essere dei "ruff mix" e questo è imperdonabile, soprattutto se si considera che sono gli stessi Onyx i padri del progetto. Cos'è, non avevano soldi, che so, per levare il fischio di distorsione di inizio disco o per silurare l'intro tagliata di Purse Snatchaz dai primi due secondi di Ghetto Way Of Thinking? Diosanto...
Vale dunque il dicorso che feci per Shabazz, ad eccezione di una cosa: escluse le raccapriccianti ed evidentemente più recenti I Don't Want To Die, Hard To Be A Thug e Return Of The Madface -tre canzoni su quindici-, Cold Cases Files è una bomba. Purtroppo non è dato sapere chi abbia prodotto i beat, ma vista l'epoca di riferimento suppongo sia stato lo stesso Fredro Starr e dunque non stupisce che ci siano così tanti pezzoni. Per dirne una, Evil Streets Pt.2 straccia l'originale in meno di una strofa; I'll Murda You in versione estesa avrebbe aggiunto un ulteriore tocco di grimeiness a All We Got iz Us; Rock u soffre di un ritornello discutibile ma sia la base che le strofe sono da applausi. Ed anche le cose acusticamente più vicine a Shut 'Em Down -O.N.Y.X., Hydro, Wili'n Wili'n, Mad World- fanno nascere interrogativi sul perchè siano mai state accantonate a favore di pacconate come la tragica Broke Willies o l'urfida Ghetto Starz. A chiudere con una nota positiva ci sono i featuring, che spostandosi dal buono (Gang green) raggiungono via via (Smoothe Da Hustler e Trigger Tha Gambler) fino a raggiungere l'eccekllenza (Method Man ed i defunti Big DS e X-1).
In chiusura, quindi, non posso esimermi dal lamentarmi di nuovo della sciatteria di certa gente, che evidentemente non si rende conto di quel che ha tra le mani o, ben più grave, se ne frega di presentare al pubblico un prodotto fatto con quel minimo d'attenzione da migliorare l'impressione -quale che sia- di almeno la metà. Ma, detto questo, Cold Cases Files è un acquisto indispensabile per chi ha amato i primi tre album degli Onyx ed in particolar modo All We Got Iz Us; e attenzione, oggettivamente i nostri soldi non se li sono meritati (mi ha stupito il fatto che alcuni dei pezzi che già avevo in Mp3 da tempo suonino uguali a quelli presenti sul disco), ma se non pompiamo un po' di dane' nelle loro tasche col cazzone che ci fanno vedere il secondo volume. Che, chissà, magari potrebbe anche essere realizzato tecnicamente meglio -sperèm.

Onyx - Cold Cases Files Vol.1

venerdì 24 ottobre 2008

N.Y. OIL - HOOD TREASON (Babygrande, 2008)

"So when you hear me speak, and the things I say... I'm speaking to my people! I'm holding them accountable 'cause they're the ones that have to fix their situation -I'm not going to speak to no record label! Everybody keeps coming at me on the message boards saying "oh... well, you know, the real villain is the corporations that use these kids to" - NO! They're not the real villain, because there has to be some accountability! You have to have some self accountability. You have to say to yourself: "What am I going to do that's right for me, man? When am I going to take ownership for what I do, to me and my people? When I do that?". And when you do that, when the black man do that, when the black woman do that, our change will be so sudden that your head would snap."
Questo è solo un esempio, secondo la mia modesta opinione il più interessante, della Weltanschauung di NY Oil: senza accettare le proprie responsabilità si cessa di pensare, e cessando di pensare si degrada e si danneggia non solo la propria persona ma anche tutti coloro che ad essa sono direttamente o indirettamente collegati. Noialtri medioborghesi italiani possiamo trovare conferma della validità di questo ragionamento ovunque -il più clamoroso sta nella politica, certo, ma anche nelle nostre quotidiane ipocrisie (perlomeno le mie)- ma di certo le nostre situazioni sono difficilmente paragonabili a quelle di qualsiasi minoranza soggiogata ora economicamente, ora razzialmente, ora socialmente.
Tra gli afroamericani, poi, questo problema e le sue implicazioni sono state affrontate di petto più volte nel corso del XX secolo: prima con Booker T. Washington e W.E.B. Du Bois, poi con Marcus Garvey, poi ancora con la Nation Of Islam e Malcolm X, per proseguire con i movimenti per i diritti civili degli anni '60 (il SCLC di Martin Luther King ed il SNCC sotto Stokely Carmichael) e più recentemente con i discussi Jesse Jackson e Louis Farrakhan. Trattandosi in tutti i casi di organizzazioni o pensatori che tendevano ad abbracciare tutti gli aspetti della segregazione era inevitabile che a fianco di questi movimenti politici si sviluppasse parallelamente il versante artistico, che verso la fine degli anni '80 riuscì addirittura a diventarne l'amplificatore più efficace nel mondo; sto parlando naturalmente dei vari Spike Lee, Public Enemy o il primo Ice Cube -tanto per citare i più noti. Ma dopo di essi vi fu almeno un decennio di silenzio mediatico e solo recentemente i più attenti hanno potuto notare una crescita di impegno sociopolitico e critica al sistema americano; tuttavia, ciò è ancora limitato all'underground (tant'è vero che, in ambito mainstream, un'osservazione fondamentalmente ovvia come "George Bush don't care about black people" è parso radicale quanto un "Black power"), dove a partire da Immortal Technique per giungere al redivivo Wise Intelligent si sono visti vieppiù dischi testimoniare delle prese di coscienza ben definite ed incompromettibili che finalmente sono state di nuovo prese in seria considerazione. Ebbene, a queste persone va ora ad aggiungersi NY Oil, già ignoto al pubblico agli inizi degli anni '90 come Kool Kim, esploso mediaticamente nel 2004 grazie ad una canzone ed un video: Y'All Should All Get Lynched, in cui si accusavano tutta una serie di noti rapper di essere dei giullari di corte, dei traditori della propria gente e dunque meritevoli di essere linciati.
Vuoi anche per la rapida censura del tutto da parte di Youtube, sta di fatto che il pezzo fece molto discutere di sè ed aprì la strada ad un aperto confronto che vede(va) diversi personaggi venire accusati di "coonery", "minstrelsy" ed altri termini che definiscono il nero che si copre volontariamente di ridicolo per compiacere i propri padroni bianchi, gettando così nel fango non solo la propria dignità bensì anche quella del proprio popolo. Una posizione facilmente tacciabile di moralismo (o calvinismo, se fossimo in Italia) ma che indubbiamente ha dei punti a suo favore, i quali trovano un'occasione di ampliamento nella ristampa curata dalla Babygrande di Hood Treason, l'album d'esordio dell'MC di Staten Island. In esso, distribuito su due Cd e sparso tra 39 tracce, si può trovare il NY Oil-pensiero in tutte le sue articolazioni e tutta la sua forza di critica morale e sociale, accompagnato per fortuna da una produzione musicale solida quanto basta per permetterne una fruizione efficace.
I beat -curati al 99% da totali sconosciuti quali Religion, DJ Mosaic o J.Owens- hanno infatti un sapore tipico della New York di fine anni '90, con una melodia non troppo "spezzata" e con una sezione ritmica piuttosto regolare e ben pronunciata; ciò da un lato non distoglie l'attenzione dell'ascoltatore dal messaggio, e dall'altro non costringe lo stesso Oil a doversi inventare più che tanti trick per far quadrare metrica e contenuto. Messa così parrebbe una critica ma in realtà la formula funziona più che egregiamente, specie se si considera che le origini del Nostro provengono per via diretta dallo spoken word, e pertanto uno stile che fa così tanta leva sulla cadenza, la pronuncia e la pausa ad effetto necessita secondo me di meno "distrazioni" possibili. Questo potrà naturalmente scoraggiare coloro che cercano il perfetto bilanciamento tra forma e contenuto -e allora consiglio loro di rivolgersi a Immortal Tech- ma con un minimo sforzo e due ascolti di adattamento non riuscirà difficile apprezzare appieno gran belle canzoni come Self Destrukkktion, Boombyeyay, The Hate That Love Made o Unreal. In queste, Oil spazia dallo storytelling all'autoesaltazione alla narrazione autobiografica, riuscendo sempre a conferire un tocco personale al tutto attraverso una serie di osservazioni che assumono diversi gradi d'importanza a seconda della natura della canzone; dunque, se una Self Destrukkktion usa lo storytelling come espediente stilistico per elencare una serie di comportamenti autolesivi, allora Y'All Should All Get Lynched è decisamente più esplicita e suona come un vero e proprio "j'accuse" (e non è l'unico) nei confronti degli oggetti del disprezzo del Nostro. E, tanto per chiudere il discorso, i suddetti oggetti di disprezzo sono fondamentalmente la cialtroneria, la disonestà, l'amoralità e l'ignoranza dei suoi colleghi i quali si rendono colpevoli di propagarla in tutta la comunità afroamericana, tanto che "even Africans are callin' you 'niggas', ain't that something?".
Ma di fronte a queste accuse egli offre anche alternative? In parte sì, impugnando più volte l'argomento della decenza e del rispetto di sè stessi come piede di porcvo per scardinare l'imperante inciviltà; ma anche nei casi in cui la questione resta aperta, cosa c'è da aggiungere? I comportamenti asociali che Oil denuncia sono talmente evidenti e pacchiani che non ci vuole un genio per capire come correggerli; e nel momento in cui ciò non avviene -questa la tesi- si è in totale malafede e perciò colpevoli di "hood treason". All'ascoltatore il compito di trarne le conseguenze.
Ma, detto questo, resta da vedere l'aspetto più puramente "tecnico" del lavoro. Rime e musica. Le mie prime rimostranze sono destinate alla tecnica del Nostro, che se di per sè è più che dignitosa (e dimostra una buona esperienza nella gestione di respiro, adlib, dizione ecc.), reputo d'altro canto un po' troppo legata allo spoken word ed eccessivamente "enunciata" per risultare armoniosa e legata alla musica. In altre parole, vi sono momenti in cui rappata e beat paiono viaggiare su binari paralleli indipendenti gli uni dagli altri, come ad esempio in Don't Get It Twisted, I Tried o la follemente intitolata La La La Laaa (WTF!?!). Au contraire, rime, vocabolario ed interpretazione sono degne di lode e sfociano in una generale sensazione di carisma essenziale per la natura del progetto; e non scordiamoci che per fortuna il più delle volte l'alchimia invece funziona, producendo ottimi risultati che in parte ho già elencato precedentemente ed ai quali vorrei aggiungere Hip Hop Ya Don't Stop, You're A Queen e Purrrfect Beat. infine, in quanto a produzioni direi che siamo messi abbastanza bene: ci sono svariate chicche, altre piuttosto inspide ed alcune robe del tutto impresentabili; la cosa positiva è che, tendenzialmente, se il beat è orrendo allora lo è anche la rappata e viceversa, sicchè uno può tranquillamente scremare quelle quattro-cinque cacate (Hood Treason, What Up my Wigger Wigger, Girls Wanna Dance, Soldier e IWNBYSO) e gustarsi il resto.
Alla fine dei conti devo confessare che l'album non solo mi è piaciuto ma anzi mi ha piacevolmente sorpreso, perchè in tutta franchezza ho trovato i beat ben superiori a quanto fosse lecito aspettarsi. Certo, non saranno innovativi nè niente, ma alcuni sono più che piacevoli e, come detto, propedeutici alla comprensione -nel senso più ampio del termine- dei messaggi di NY Oil che, per quel che mi riguarda e pur con il deficit culturale che inevitabilmente ho, condivido. E dirò di più: ai miei occhi, ciò che rende degno di stima il Nostro e tutti coloro che seguono questa strada non sono solo i contenuti in quanto tali, bensì la chiarezza e l'esplicità nel denunciare esattamente cosa va cambiato. E purtroppo questa chiarezza non si ritrova nei vari Talib Kweli, Common e chiunque altro passi per conscious, i quali -per quanto degni di lode per altre cose- sono in questo decisamente dei paraculi king size. E già che ci siamo, tanto per chiudere degnamente questa geremiade, vorrei menzionare il re dei paraculi per eccellenza, Nas, che con l'ultimo album non solo ha di nuovo floppato in termini meramente artistici ma ha pure confermato l'idea che avevo di lui come maître-à-penser un tanto al kilo, bravissimo ma privo di qualsiasi credibilità.
Tornando a bomba a Hood Treason, il suo difetto principale -oltre a quelle cacate già denunciate- è la prolissità. inevitabilmente, ciò che di buono si può trovare nel disco fatica a venire a galla tra le 39 tracce, a causa anche di un'abbondanza eccessiva di skit, monologhi ed interruzioni di vario genere. Non posso quindi dargli un'eccellenza, ma perlomeno consigliarlo vivamente, beh, questo sì.






N.Y. Oil - Hood Treason (Disc 1)
N.Y. Oil - Hood Treason (Disc 2)

VIDEO: UNREAL

martedì 21 ottobre 2008

AA.VV. - OKAYPLAYER: TRUE NOTES VOL.1 (Okayplayer/Rapster, 2004)

Nella mia consueta e preparatoria caccia alla recensione, stamane mi è capitato di leggere i motivi, messi nero su bianco, per cui alle volte mi viene da abbandonare l'hip hop per dedicarmi anima e corpo al blues o comunque a qualche altro genere meno intriso di cazzonaggine. Sentite un po' qua cosa dice un poveretto in merito a True Notes Vol. 1: "Immaginatevi il meglio dell’hip hop più innovativo e trendy, immaginatevi produzioni esclusive di personaggi come ?uestlove dei Roots, immaginatevi brani di band emergenti [nel 2004. Probabilmente è uno di coloro che considera Giovanni Allevi un genio precoce anche se ha 40 anni] come Dilated Peoples, Blackalicious o Aceyalone & Madlib. [...] Grande compilazione [...] sonorità stilose [...] l’hip futuribile dei Blackalicious."
Sapete, leggere questi vaneggiamenti m'ha fatto venire in mente i capitoli di American Psycho in cui Bateman si lancia in appassionate "critiche" di dischi orrendi o personaggi detestabili tessendone elogi e, soprattutto, celando la propria incapacità di analisi dietro ad un registro pomposo o comunque fuori luogo. Ma per fortuna la fede non si giudica necessariamente dal fedele, e se nel caso del romanzo di Bret Easton Ellis i gusti musicali da yuppie bene rispecchiavano la psiche dello stesso amplificandone la comprensione da parte del lettore, in questo caso si può dire che non è richiesto essere dei ciucci per ascoltare True Notes Vol.1. Anzi, meno lo si è e più si riesce ad apprezzarne i pregi e a sorvolare sui difetti, che pur non essendo qualitativamente gravi ci sono e vanno sottolineati per evitare che sporchino quel che c'è di buono in questa «compilazione».
E allora è proprio il caso di cominciare con I Do What I Like, dove un gran bel beat di RJD2 viene brutalizzato dalla conclamata inettitudine di Dice Raw, il quale anzichè seguire la melodia e l'atmosfera della musica decide di rappare a singulto, facendo giochini strani con la sua sgradevole voce e sperimentando addirittura qualche botta e risposta, come nemmeno i Run DMC avrebbero potuto fare in un momento di crisi nera. Imperdonabile. Decisamente meno gravi sono invece le pecche di Keep Livin' di Jean Grae, che oltre ad apparire liricamente un po' improvvisata riutilizza lo stesso campione (tagliato allo stesso modo, con lo stesso tempo ecc.) di World Famous degli M.O.P. e che oramai s'è sentito in tutte le salse; poi purtroppo si ritorno nella spirale della cacata immonda grazie a Bang Bang -decisamente il pezzo più brutto del disco nonchè una schifezza tout court- in cui un beat che vorrebbe tanto essere clubbeggiante consente a due miserabili pippe di cimentarsi in alcune rappate contenutisticamente risibili e stilisticamente fiacche, raggiungendo poi nel ritornello tali livelli di sublime sprezzo del ridicolo da meritarsi una citazione. Sapete infatti come fa? Leggete: "OH! OH! - BANG! BANG! OH! OH! - BANG! BANG! OH! OH! - BANG! BANG! OH! OH! - BANG! BANG!". Vi giuro che, non essendo abituato a cose del genere, la prima volta che ho ascoltato questa canzone sono rimasto impietrito di fronte allo stereo, incapace di fare alcunché, come un riccio in autostrada.
Ma poi mi sono ridestato; e saltando oltre qualche pecca di scarso rilievo come uno dei pezzi dei Little Brother (On And On, titolo ispirato dal vizio di riciclaggio spudorato dei drumset di 9th Wonder), quello di Aceyalone e Madlib (beat generico ma passabile, però l'adlib sovraenfatizzato nelle chiusure dei versi è insopportabile) e quello dei The Chapter (non ha senso tagliare a 1:50 una canzone potenzialmente bella come questa), alla fine ho scoperto di avere tra le mani un'ottima compilation come non mi capitava da anni.
Difatti, a fianco di cose pregevoli come il contributo di Baby Blak, il pezzo dei Dilated Peoples (quando ancora pensavano che rappare su basi sopra i 12bpm non fosse un reato), Shake It dei Little Brother o la collabo tra Nicolay ed il buon Supastition, vi sono alcune perle da non perdere per nessun motivo. Una di queste è Y'All Know Who, che vede Black Thought dominare impeccabilmente uno splendido beat, costituito pressoché solo da basso, batteria ed un suono sintetizzato che non riesco ad identificare ma che si colloca a metà tra Aaight Then dei Mobb Deep e Zen Approach di DJ Krush. Più cupi del solito gli Hieroglyphics, invece, che sfruttano il campione di un coro femminile piuttosto spettrale per marcare lo scarto di bravura tra loro ed il resto del mondo riuscendo, peraltro, a convincere appieno; più allegri i loro colleghi californiani Blackalicious, che favoriscono un sample pitchato ed una linea di basso bella piena su batterie "quadrate" per lasciare Gift Of Gab impazzare in una serie di rime -com'è suo uso- serratissime e stilisticamente ineccepibili. E infine, come non citare la cazzonissima ma divertente Take It Back di Skillz? Vedete, di lui si può criticare il fatto di essere incapace di mettere insieme un disco decente che sia uno, ma quando viene preso a piccole dosi non si può non applaudire la sua sconfinata arroganza, il suo humor e, naturalmente, la sua bravura; per di più, tutto ciò viene ulteriormente evidenziato da un beat allegrotto e strutturato in modo tale da consentirgli di giocarsela con la metrica come meglio gli pare.
Chiudono in bellezza, nell'ordine, la seconda partecipazione di Jean Grae, superiore per ogni aspetto alla già citata Keep Livin', e soprattutto Act 2 di RJD2; quest'ultima è una strumentale che si pone stilisticamente a metà tra Deadringer e Since We Last Spoke, risultando prima di tutto piacevolissima da ascoltare, oltre che ben pensata e magnificamente strutturata (il passaggio da uno strumento all'altro e la loro sovrapposizione finale è eccellente), e questo non può far altro che portarci alle lacrime se ripensiamo al fallimentare percorso artistico da lui intrapreso negli ultimi anni.
Sia come sia, True Notes Vol.1 non è né innovativa né trendy, e solamente un cretino può catalogare della -peraltro ottima- musica nel campo degli status symbol. Anzi, fatte le dovute scremature, tutto quanto di buono è contenuto in questo disco andrebbe ascoltato nell'intimità di un paio di cuffie o di un buon impianto stereo ed assaporato di volta in volta sempre un po' di più. Aggiungo infine che non solo si dovrebbe comprare l'originale per una questione di principio, e cioè quello della qualità da premiare, ma anche perchè la grafica, pur apparendo nella scansione triste come l'Albania, è un caso quasi unico nella storia dell'hip hop: stampa su carta opaca semilucida stile Domopak, una vera chicca per i nerdoni che come me si esaltano per l'uso creativo di materiali originali pur avendo un costo irrisorio.





AA.VV. - Okayplayer: True Notes Vol.1

VIDEO: TAKE IT BACK

lunedì 20 ottobre 2008

TERMANOLOGY - POLITICS AS USUAL (Nature Sounds, 2008)

"I'll tell you this much: you know a good thing when you see it", la frase che apre una delle canzoni del nuovo attesissimo album di Termanology, più che una constatazione deve essere considerata come un auspicio. E' difatti possibile che Term, dopo essersi costruito una reputazione come uno dei migliori MC della nuova generazione, riesca a mantenere inalterato il "fattore wow" (word to Marra) che in primo luogo lo aveva fatto assurgere agli onori della cronaca?
Diciamo che, quantomeno sulla carta, il ragazzo non arriva impreparato: la lista di produttori presenti sul disco è qualcosa di spaventoso, qualcosa capace di donare granitiche erezioni agli amanti del buon hip hop e -giocoforza- qualcosa che non può non creare delle aspettative altrettanto monstre: DJ Premier, Pete Rock, Large Professor, Easy Mo' Bee, Havoc, Buckwild, Hi-Tek, Alchemist e Nottz. In altre parole, si tratta in buona parte delle persone che sono state dietro a classici come Illmatic, Ready To Die, Word Life, The Infamous e Mecca And The Soul Brother, nonché di alcuni di coloro che a cavallo tra il vecchio ed il nuovo millennio hanno contribuito a mantenere vivo e rinvigorire il suono nuiorchese. Come anticipato, una simile decisione non può che creare delle attese all'altezza ed inoltre sarebbe da ingenui pensare che lo stesso Term, scegliendo proprio questi nomi, non volesse implicitamente affermare qualcosa come "Questo è un nuovo classico". Per cui reputo più che giustificata la reazione di alcuni che hanno detto "No bello mio, questo non è un classico, e per giunta lo troviamo pure un po' deludente".
Io per primo ho inizialmente pensato che si dovesse trattare di uno scherzo o qualcosa del genere: perchè passi che Premier non è più lo stesso di NY State Of Mind e quindi ci sta che i suoi contributi risultino relativamente deboli, però gli altri hanno perso ben poca della loro bravura in tutti questi anni: vedi per esempio Pete Rock, Buckwild o Large Professor, che recentemente non hanno lesinato chicche sparse quà e là e che però, vai a capire perchè, non mi sembra che per Politics As Usual si siano sforzati più dello stretto necessario. Detto altrimenti, se un alieno dovesse sentire le loro produzioni qui farebbe davvero fatica a capire come mai siano considerati delle leggende viventi; insomma, se si fossero sbattuti una minima in più ci ritroveremmo tra le mani un semicapolavoro ed invece qui c'è "solo" buona musica, il che mi porta a fare la seconda affermazione: buttala via. Difatti, passato lo shock di non avere tra le mani un lavoro all'altezza dei nomi, non si può però negare che Politics As Usual sia un prodotto comunque valido e pressoché privo di scivoloni, sia come liriche che come beat. Volendo saltare a pie' pari le prime due critiche che verrebbe da muovere al tutto (1-perchè cazzo non hai usato la base di Easy Mo' Bee per rapparci e 2-tre produzioni di Nottz sono troppe), il fatto è che in fin dei conti l'effetto "throwback" riesce; la sensazione che si riceve dall'ascolto è paragonabile a quella che si aveva quando ti capitava tra le mani un album semplicemente piacevole, che filava via ogni qualvolta lo ascoltavi e che volentieri ripescavi una o due volte al mese.
Dopo un'intro sprecata per sussurrare il suo nome, PAU si apre con la stranota Watch How It Go Down, che presumo tutti ormai conoscano; permettetemi solo di dire che mentre qui le strofe di Term sono incredibili, ho sempre trovato che il beat fosse davvero un po' troppo sempliciotto e noioso. Sì, insomma, m'è sempre parsa una riedizione amatoriale di Boom, priva del mordente di quest'ultima oltreché della sua freschezza. Ma tant'è, non si può dire che sia una brutta canzone, così come non lo è la buckwildiana Respect My Walk, che si fa ricordare per il campione di tromba dal sapore molto classico e le belle batterie, sempre ben equalizzate; e pure Hood Shit di Alc non è affatto male, ed anzi si colloca di molto sopra alla sua produzione più recente ricordando così il periodo d'oro 2001-2004 (c'è persino il tipico bridge dove gira il campione originale). Ed ora che si arriva a Float si comincia a pensare non solo che l'album alla fin fine non sia malaccio, ma persino che Nottz sia più che valido (anche se il campione dei Floaters è un po' in odore di omosessualità latente); purtroppo però, Please Don't Go, che pure ha il pregio di non campionare l'omonimo pezzo dei nostrani Double You, riesce a ricreare un che di jiggyness da R&B fine anni '90 con tutto quel che ne consegue, il che a casa mia non è esattamente una buona cosa. Specie se a seguirla c'è la ruvida How We Rock, che vede un Premier in modalità D.I.T.C. (cfr. Rep For The Slums di Showbiz) destreggiarsi tra linea di basso e campanellini con un ottimo risultato; ma almeno Nottz si ravvede e crea la buona Drugs, Crime & Gorillaz.
Apro una parentesi: l'unica vera critica che mi sento di muovere al produttore virginiano è che francamente tutte le sue tracce succhiano un po' troppo lo stile di Dre, il che diventa lampante se c'è un Termanology che a sua volta si mette a rappare come Eminem come in Drugs eccetera. Ora, non che io finora lo avessi seguito molto, ma mi ricordo che cinque anni fa potevi riconoscere un suo beat abbastanza facilmente grazie al suono epico che puntualmente ne permeava ogni singola nota (Wolves, Killer In Me, Richman Poorman), mentre ora mi pare abbia intrapreso un percorso sfociante al massimo nel ben fatto ma banalotto. Chiusa la parentesi.
Ma mi sto accorgendo che sto facendo la lista della spesa: e allora diciamo subito che Large Pro, Hi-Tek e Pete Rock deludono in ordine decrescente: il primo crea una robetta melensa da sufficienza scarsa, il secondo secondo me non osa più di tanto (ed il giro di synth è monotono ai limiti del fastidio) ed il terzo, infine, crea un qualcosa di passabile ma un po' fuori linea da ciò che ci si aspetterebbe da uno che anche solo sul recente NY's Finest ha regalato bei momenti. Chapeau invece a Havoc, decisamente ispirato e creatore di un beat che non stonerebbe in Murda Muzik, decisamente godibile e degno epilogo di un disco musicalmente altrimenti un po' sottosviluppato.
Lasciando però ora il versante produzioni, arriviamo a Termanology stesso. Sappiate innanzitutto che ai suoi due stili finora usati -cioè la rappata normale con schemi metrici incrociati e l'odioso sussurro- se n'è aggiunto un terzo: la rima incrociata con enfasi sulla parola chiudente la barra. Vi ricorda qualcosa? A me sì: nell'ordine abbiamo lo stile à la Big Pun, poi quello tipo Jay-Z ed infine il simil-Eminem; e d'accordo che messa giù così la mia critica è forse un po' dura, ma in tutta franchezza non posso fingere che Term sia intrinsecamente uno originale. Ciò non significa naturalmente nè che si tratti di plagio spudorato, nè che sia sgradevole da ascoltare: anzi, spesso e volentieri il Nostro scrive e rappa strofe più che pregevoli, come ad esempio in Watch How It Go Down, How We Rock, the Chosen o Float. Il problema, casomai, è che spesso sembra mancargli il lampo di genio: sia che si tratti di sboronare che di educare l'ascoltatore; non metto infatti in dubbio l'onestà di una We Killin' Ourselves, ma a mio modo di vedere l'esposizione lascia alquanto a desiderare senza, poi, aggiungere concettualmente nulla di nuovo; così come non metto in dubbio che lui sia uno bravo, ma allora perchè in più e più pezzi -So Amazing su tutti- continua a far riferimento a terzi come se fosse un Game qualsiasi? Anche perchè così facendo di certo non riesce a convincere molti che abbiamo di fronte un membro dell'élite di rapper d'oggigiorno.
Insomma, come s'è capito non è tutto rose e fiori, anzi. Vi dirò di più: se dovessi scegliere tra questo album ed il precedente, non esiterei a propendere per quest'ultimo; non solo per una questione di beat, che reputo più soddisfacenti in Out The Gate, ma anche perchè di fronte ad una minore capacità tecnica il Nostro riusciva a proporsi con maggiore personalità. Detto questo, però, non posso certo dire che Politics As Usual sia da buttare via. Diversi buoni beat ed alcune ottime strofe (anche da parte degli ospiti, eccetto l'ormai irrecuperabile Prodigy) lo rendono un acquisto insè e per sè più che soddisfacente. A patto, però, che non si pensi a ciò che avrebbe potuto essere.





Termanology - Politics As Usual

VIDEO: SO AMAZING

mercoledì 15 ottobre 2008

JAKE ONE - WHITE VAN MUSIC (Rhymesayers, 2008)

Delle mille differenze che separano me da un fan della G-Unit ce n'è una che può lasciare aperto uno spiraglio di speranza di dialogo: Jake One. Negli ultimi sette-otto anni, il produttore di Seattle ha difatti partorito basi per una pletora di artisti tra cui, appunto, la G-Unit così come Encore; Lil' Scrappy come Gift Of Gab; Freeway come i De La Soul. I risultati sono stati, a mio modo di vedere, molto diversi: per i più puristi il Nostro sceglieva di reinterpretare un suono classico aggiornandolo con tagli di campione più azzardati e qualità del suono purissima (ascoltare Layover per credere!), mentre ai più ghettusi faceva dono di cose piuttosto semplici ma pensate esclusivamente per rendere efficacemente in macchina o in un club; inutile dire che preferisco il primo tipo di approcio, e pertanto mi duole notare come negli ultimi anni Jake si sia sempre più distaccato da esso. Tuttavia, quest'ultima constatazione non mi ha fermato -tre giorni fa- dal comprare questo White Van Music a scatola chiusa e a girarlo immediatamente nel walkman per poterlo assorbire come dio comanda.
Ora: i più attenti di voi ricorderanno che scrissi che in genere non amo recensire musica che non abbia ascoltato attentamente per almeno due settimane, e quindi come mai mi trovo già qui? Beh, un po' perchè in effetti continuo ad ascoltare questo disco sia prima che durante e dopo il lavoro, ma soprattutto -e aggiungo purtroppo- perchè l'insieme è piuttosto prevedibile e privo di elementi che facciano gridare al miracolo o che comunque richiedano tempo per essere assimilati. Da fan di Jake Weezy devo infatti sottolineare come il suo stile non si sia evoluto un granchè nell'ultimo periodo e, più grave, che WVM assomiglia più ad una raccolta che ad un progetto pensato ad hoc. Ma se fosse solo questo, allora potrei anche dirmi soddisfatto (anche Port Authority di Marco Polo, che pure apprezzo molto, soffre di questi problemi); invece, a queste due critiche devo aggiungere che in ultima anlisi troppi beat sono inspidi o fiacchi, e che l'album nel suo complesso appare monotono benché' privo di grande omogeneità.
Ma prima di giungere alle conclusioni, vediamo in breve cosa ci possiamo aspettare. Tanto per cominciare, una folta lista di ospiti di estrazione ben differente: Brother Ali, Freeway, Young Buck, Slug, Pos dei De La, gli M.O.P., MF Doom e via dicendo; brillano in tal senso le assenze di un Encore, di un Rasco o di un Gift Of Gab, che pure avrebbero fatto del bene. Ma tant'è: non c'è gusto che non possa dirsi soddisfatto, vuoi anche solo in parte. In secondo luogo, ciò che consegue da un simile assortimento è varietà stilistica e contenutistica, con relative eventuali differenze qualitative. Infine, e siamo al terzo punto, data la quantità e la varietà dei personaggi coinvolti nel progetto è lecito attendersi una presentazione quanto più completa dello stile di produzione di Jake One.
Cominciando dalla fine, ciò avviene solo in parte: la risposta è positiva se si va a considerare la media dei bpm -siamo sulla novantina- delle differenti tracce oltrechè l'abbondante uso del basso come strumento di percussione anzichè di semplice "accompagnamento"; essa diviene invece negativa se si considera il fatto che in diversi casi il Nostro preferisce adattarsi ai gusti dell'ospite di turno, il che avviene in maniera particolarmente adamantina nel caso delle collabo con Doom, Black Milk, Elzhi e persino Alchemist. Tuttavia, questo "deficit di personalità" non è in fondo nemmeno tanto sgradevole, tant'è vero che in alcuni dei casi sopracitati ci troviamo di fronte a quanto di meglio sappia offrire WVM: nella fattispecie è Trap Door, una delle due canzoni con MF Doom (l'altra, Get 'Er Done, è buona ma non eccelsa), a meritarsi il titolo di perla del disco. Il giro di basso è difatti impeccabile ed immediatamente memorizzabile, e quando va ad abbinarsi con il campione di chitarra dalle reminescenze morriconiane e la semplice batteria (rullante e charleston aperto) non si può non pensare ad un ibrido ben riuscito tra i gusti melodici di Doom, le batterie di Madlib e la pienezza di suono di Jake. Inoltre devo ammettere che un Ditadeféro così in forma non lo sentivo da qualche anno, e per quanto continui a dire poco o niente almeno lo fa bene. Poco più in là troviamo anche le valide I'm Coming, dove un buon beat di dichiarata ispirazione detroitiana ci fa scordare parzialmente che certi produttori il microfono non lo dovrebbero nemmeno toccare (Black Milk è OK, ma Nottz è incircolabile), e la geosonicamente (passatemi il neologismo) analoga Glow, che a distanza di pochi mesi dall'ottima Detroit 25 rivede i due mostri Elzhi e Royce the 5'9'' scambiarsi il microfono con buoni seppur non altrettanto eccelsi risultati.
A stupire sono poi alcune combinazioni bizzarre, quali Freeway e Brother Ali ma soprattutto Slug e Pos: la loro Oh Really è indubbiamente un altro pezzo da 90 di White Van Music, sia per quanto riguarda la qualità intrinseca del beat che per l'alchimia che si sviluppa tra i tre elementi (e aggiungo che mai avrei pensato che un Pos allo stato di grazia potesse venir avvicinato da qualcuno al di sotto di Rakim, e invece guarda lì Slug che ti combina). Menzioni speciali vanno pure allo storytelling di Scared e al suo inusualmente sobrio beat, mentre si collocano nella zona grigia gli esordienti di Seattle: Godlike vede tal D. Black destreggiarsi con competenza ma scarsa personalità su un beat di pari statura, col risultato che ci ricorda più delle sue due sparate creazioniste che del resto; i Carneadi J.Pinder, GMK e Spaceman (!?!) regalano performance più che dignitose ma mi ricordano un po' i Lox e purtroppo viaggiano su una base che sarebbe stato meglio variare o accorciare un po'; last but not least, Home risulta insignificante per chi non è di Seattle ed anche lì il tutto mi pare un po' troppo prolisso (5' e 22", che asciugo).
Chi invece mi ha deluso puntebbasta sono gli M.O.P., che con il beat di Gangsta Boy fanno francamente a pugni, ed i Little Brother: uno si mette ad ascoltare Bless The Child ed arriva a tre quarti di canzone con una buona impressione, salvo poi dover scoprire che Phonte riattacca a cantare ed in ultima analisi a scassare il belino. Ma perchè!?! Nota a parte per Casual, che mi ha sempre fatto cacare e che pertanto non riesco a valutare secondo criteri almeno vagamente oggettivi.
Ma ora occhio perchè cominciamo a penetrare a fondo nel reame delle porcherie, ed in quest'ottica chi ha il dubbio onore di farci provare un disgusto senza nome è Keak Da Sneak: il fondatore del hyphy -e già qui si dovrebbe capire con che gente abbiamo a che fare- spreca una discreta base (campione già sentito paro paro in Sugar Ray & Hearns di Cormega) per rantolare fantozzianamente le sue quattro palle di cui poco ce ne può fregare e, calcolando che nel suo nome ci sono più rime valide che nell'intera canzone, direi che ci avviciniamo al concetto di urfido. In quanto a bruttezza lo segue a ruota Young Buck, che gentilmente ci conferma di essere una pippa salvo essere ripreso dall'inetterrimo Bishop Lamont: come a dire uno scontro fra titani, reso ancora più avvincente dal fatto che le produzioni di Dead Wrong e Kissin' The Curb sono a dir poco triviali e financo fastidiose, in quanto ornate da suoni sintetizzati che personalmente reputo sgradevoli. Honorable Mention infine per White Van, che vanta una produzione cacofonica e delle strofe francamente imbarazzanti da parte di Alchemist -e vabeh, Evidence e Prodigy.
Insomma, giungendo alla conclusione del disco e della mia pazienza, vorrei che fossero chiare due cose: la prima è che ci sono tre canzoni molto belle di cui una da applausi a scena aperta. La seconda è che quando i pezzi sono brutti, beh, lo sono DAVVERO: inascoltabili già la prima volta, diventano vieppiù orrendi di ascolto in ascolto fino a quando viene da porsi la domanda se alcune cose non avrebbero meritato il trattamento "sposta in cestino > vuota il cestino". Inoltre reputo che, come Alchemist ai tempi di 1st Infantry, Jake One abbia già raggiunto il picco della sua creatività qualche anno addietro e purtroppo ciò si fa notare in diversi punti di WVM: scarsa ispirazione, tendenza a ripiegare sulle solite tre formule standard eccetera eccetera. Al che non me la sento di raccomandare questo disco più di tanto, anche perchè nella sua linearità non riesce comunque ad appagare pienamente nessuno: per ogni purista che odierà Keak Da Sneak vi sarà il tabbozzo che sputerà in faccia a Blueprint. In tre parole: un'occasione sprecata.

P.S. Una cosa indubbiamente fica però c'è: la bella grafica con stampa in rilievo mi ha fatto urlare FUCK YEAH!, ed anche un booklet esaustivo nonchè tanto di CD bonus con strumentali (e per lo stesso prezzo) sono iniziative degne di plauso.





Jake One - White Van Music
Jake One - White Van Music (Instrumentals)

martedì 14 ottobre 2008

A.G. - GET DIRTY RADIO (Look/The Ave, 2006)

La carriera musicale di AG è una strana bestia: in un solo decennio è riuscito a passare dai fasti dei lavori con Showbiz a delle mezze porcherie senza capo nè coda; così, BAM!, lasciando spiazzati più o meno tutti. In seguito alla pubblicazione della suddetta mezza porcheria -e mi riferisco al suo esordio come solista del '99- il Nostro s'era perso dietro a qualche 12" coi Ghetto Dwellas per poi non lasciar alcuna traccia sensibile della sua esistenza almeno fino all'autunno del 2006, quando cominciò a girare la voce che un nuovo disco era alle porte. Per quanto mi riguarda posso confessare tranquillamente che a quel punto avevo perso la speranza nella sua capacità di creare qualcosa di complessivamente soddisfacente; eppure, sapere che tra i produttori vi sarebbero stati (oltre a Finesse e Showbiz) alcuni dei miei beatmaker contemporanei preferiti (Madlib, Oh No, Jake One, Dilla) aveva fatto germogliare in me un seme di positività.
Comprato a scatola chiusa, Get Dirty Radio ancor'oggi non riesce a farmi esprimere un parere chiaro e netto. D'accordo, brutto non lo è affatto: ma quant'è bello? Hip Hop Quotable è fatta bene? Campionare il pezzo più gay (bella lotta) e più famoso dei Culture Club è una davvero una stronzata o i miei sono solo pregiudizi? Madlib e Oh No danno il meglio? E com'è che ha chiesto beat a Cochise, che è un incapace e che difatti, puntuale come la morte, ha partorito la musica peggiore dell'album?
Tutte queste domande verranno affrontate più avanti, perchè prima di tutto vorrei chiarire un punto: non mi piace più come rappa AG. Vado a spiegarmi: tra Goodfellas e Full Scale il Nostro aveva finalmente abbandonato il modo cantilenante di scandire le parole e chiudere i versi (cosa che mi ha sempre reso Goodfellas e Runaway Slave solo dei bei dischi e non dei capolavori), favorendo uno stile più asciutto ma comunque riconoscibilissimo e personale. Inoltre, le rime e le assonanze avevano cominciato ad essere più complesse e l'uso abbondante di schemi metrici incrociati me l'aveva fatto salire sempre più in alto nel mio indice di gradimento; persino quel che salvo di The Dirty Version era dovuto soprattutto ad AG stesso, che mi rendeva sopportabili gli altrimenti inutili o cacofonici beat. Per Get Dirty Radio, invece, il maledetto ha deciso di compiere un mezzo passo indietro e dei tornare a rappare a mo' di filastrocca, e ciò mortifica l'ascolto di molti passaggi o di intere canzoni (vedi ad esempio Frozen o We Don't care). In più, reputo che la sua tecnica sia lievemente peggiorata e che certi "esperimenti" -If I Wanna- risultino in tal senso fallimentari.
Poi, è chiaro: non è che sia diventato improvvisamente uno scarso, ed anzi, molte rime del disco dimostrano esattamente il contrario. Però non posso che rammaricarmi di questa sua scelta stilistica che, ne sono certo, non ha deluso solo il sottoscritto.
Tornando ora a bomba al disco nel suo complesso, la prima cosa che mi viene da fare è spernacchiare A Giant By Design; perchè sì, io sarò pure un rompicoglioni, ma come fai ad ascoltare un pezzo che campiona Do You Really Want To Hurt Me senza pensare immediatamente al relativo tragico video? Dài... Ma se DJ Design poi più o meno riesce a risalire il baratro di paillette e colori pastelloin cui è caduto, c'è chi invece fa di peggio, diciamocelo: Say Yeah di Cochise è ufficialmente quanto di peggio abbia sentito provenire da un membro della D.I.T.C. almeno da Bon Appetit in poi, ed in tal senso anche il Tommy Tee di Pray non scherza; insomma, non è un caso se tutte le cose più uptempo ed orientate verso i club create dalla crew nuiorchese siano delle mezze schifezze. Non fa per loro, punto, che lascino perdere.
Mentre tutt'altro discorso va fatto in considerazione dell'approccio più classico al rap che si fa vivo in diversi pezzi, primo fra tutti Hip Hop Quotable. In esso, difatti, AG lavora di copia e incolla mettendo insieme tre strofe composte da singoli versi di varie canzoni degli ultimi vent'anni e modificandole in base alle proprie esigenze; nessun vero nerd potrà esimersi dal cercare di riconoscere le varie Ambitionz Az A Ridah, C.R.E.A.M., Sucker M.C.'s, l'ovvia Eric B Is President, Gin & Juice e così via, e per questo noi lo ringraziamo. Ma la cosa davvero positiva è che tutto ciò gira su un eccellente beat di J Dilla, che di nuovo fa un lavoro di batterie favoloso lasciando poi al solo synth e ad Aloe Blacc il compito di donare un accenno di melodia al tutto. Ottime sono anche Take A Ride, che riaggiorna il G-Funk virandolo nelle tonalità di Madlib, Love (chapeau a Oh No, che riesce a non farmi vomitare pur usando le vocine pitchate) e la conclusiva Who Dat -decisamente d'ispirazione fusion/jazz-funk e sorprendentemente atta a liberare il talento di un AG più "vecchio stile".
Ma a questo punto qualcuno potrà chiedersi che fine abbia fatto il suono tipico della D.I.T.C.; al che gli rispondo che se già la suddetta Who Dat fa correre il pensiero al Diamond D più rilassato, allora sono definitivamente le varie Yeah Nigga, We Don't Care e The Struggle a dirci da dove proviene il Nostro. Dispiace solo che alla fine dei conti la migliore delle tre risulti la prima, curata da Tommy Tee, mentre le prestazioni di Show e Finesse non sono onestamente nulla per cui valga la pena di strapparsi i capelli (per dire: il campione di Struggle è stato usato con più criterio nel remix di Urban Legends, toh). Tuttavia, si vede che è su questo genere di produzioni che AG si sente più a suo agio, tant'e vero che in altri casi dove si verifica un maggiore distacco dal tipico boombap, vuoi anche con risultati in sè validi (Frozen, Gigantic, in parte Triumph), il suo stile fa un po' a pugni con la base e rende l'alchimia un po' tanto forzata.
Concludendo, da un lato non posso non apprezzare lo sforzo fatto da AG per creare un buon album e soprattutto per non ricalcare una strada già percorsa; ma quest'ultima decisione è purtroppo a doppio filo, nel senso che certe canzoni lasciano un po' spaesati e davvero ci si chiede se forse non si avrebbe preferito qualcosa di più tradizionale. Rimangono poi le mie perplessità sullo stile del Nostro, e pertanto non me la sento di affibbiare al tutto più di un tre zainetti; vi consiglio comunque di ascoltarlo per benino, perchè è assai probabile che vi troverete qualche sorpresa.





A.G. - Get Dirty Radio