giovedì 30 aprile 2009

SCUSATE SE INSISTO, MA...

...è più forte di me. Sessantaduemila! $OOOOOCA!!!
ALUMINIUM STATUS, WHAT!?!

DJ MUGGS VS. GZA/GENIUS - GRANDMASTERS (Angeles Rec., 2005)

Oggi è una giornata hardcore ed io ne sono felice: doppiamente felice. Primo, perchè quell'inumana cacatiella che è Asleep On The Bread Aisle ha venduto appena 62000 copie (meno di Jadakiss!) dimostrando così da un lato che la hype machine messa in moto dalla Universal ha toppato alla grande, e dall'altro che il leakaggio avvenuto una settimana prima dell'uscita ha permesso a molti di constatare che avevano tra le mani una ciofeca che davvero tradiva tutte le promesse. Secondo, perchè finalmente Problemz ha fatto un album e per giunta lo ha fatto con DJ Honda: è una bomba che non tradisce le aspettative di chi come me aspettava un suo esordio da ormai quattordici anni e, aggiungo, assieme a Torae + Marco Polo si rivela essere il primo disco fondamentale di questo altrimenti tragico 2009. Appena escono ufficialmente me li compro e ve li rigiro, promesso.
Ciò detto, essendo io quindi in modalità non-progressiva, stamane ho optato per un album recente e secondo me molto, troppo sottovalutato: Grandmasters. Infatti, chissà perchè ogni volta che GZA fa un album tutti i fan si aspettano un nuovo Liquid Swords, col brillante risultato che ad ogni pubblicazione o ci restano male oppure -peggio- lo esaltano a dismisura (è questo il caso del pessimo Pro Tools). Metteteci una pietra sopra: non ci sarà mai più un Liquid Swords perchè se da un lato GZA resta il maestro che è, RZA invece è scoppiato. Da tempo. E non si riprenderà mai più, quindi mettetevi l'anima in pace o, come dicono gli inglesi, get over it.
Piuttosto concentratevi sulle vere chicche che Gary Grice sa sfornare quando usa le orecchie oltreché il cervello, cosa che appunto ha fatto nel momento in cui ha deciso di lavorare con l'ottimo DJ Muggs per dar vita al secondo miglior album della sua carriera. Sì, Grandmasters è francamente bello e riesce a superare per un pelo il valido ed anch'esso sottovalutato Beneath The Surface. Il suono sporco e cupo degli esordi torna qui in tutta la sua forza grazie ad un Muggs decisamente ispirato e ad un GZA liricamente impeccabile, vario e carico d'inventiva. Grandmasters si può ascoltare dall'inizio alla fine senza dover ricorrere al tasto di avanzamento rapido e la sua unica pecca è di non avere alcuni dei remix usciti in un secondo tempo (su tutti All In Together Now); ma capirete che non si tratta di un vero difetto ma solo del mio desiderio di avere tra le mani un album perfetto, il che qui non avviene solamente per un paio di occasionali sviste purtroppo facilmente evitabili.
Tra queste non rientra certamente la prolissità: fedele alle sue parole ("Make it brief son, half short twice strong"), Grandmasters conta appena undici tracce ed un'introduzione. Questa getta con un certo grandeur le prime basi per ciò che seguirà, ovverosia oscuri loop combinati alla mostruosa bravura di GZA. Those That's Bout It, ad esempio, vede il Nostro esibirsi in uno dei suoi fenomenali attacchi ("I'm on the regular, slang competitor/ I shock journalists, slap magazine editors") mentre Muggs gli mette a disposizione una combinazione di piano, vocina pitchatissima ed una batteria in cui il charleston quasi ruba lo spazio tradizionale al rullante; l'atmosfera prosegue nella cupezza assoluta con Destruction Of A Guard grazie ad un sample vocale tagliato in loop di sei secondi -tipico di Muggs- ed uno storytelling "a immagini" sulla scia di Cold World intervallato da un valido ritornello firmato Raekwon. Ma è Exploitation Of Mistakes il pezzo forte dell'album, sia grazie alla melancolica melodia di piano che grazie ad una narrazione in cui Grice si mette nei panni di un giornalista che ricapitola le tappe di un banale omicidio solo apparentemente insolubile.
É in pezzi come questo che GZA rende evidente il motivo principale del suo valore: la scrittura. Certo, ha una bella voce che esige attenzione da parte dell'ascoltatore, tecnicamente è ineccepibile, ma... il fatto è che da ogni rima da lui scritta si potrebbe trarre una strofa. Definirlo "sintetico" sarebbe riduttivo, perchè per quanto effettivamente non giri attorno alle cose, non è solo quello (pure Blaq Poet lo sarebbe, ma sono due tipi diversi di MC): è che con quattro parole riesce a creare un'immagine ben definita, non diversamente da quanto facevano gli impressionisti nel campo della pittura. E lasciatemi aggiungere che sono in pochi a saperlo fare, davvero pochi.
Ma a prescindere da questa sua fondamentale caratteristica, vi sono altri episodi nel disco che la dicono lunga sul suo talento: Queen's Gambit è un altro degli episodi à la Labels (stavolta èil turno delle squadre di football americano) in cui associa dei nomi propri trasformandoli in strumenti per un testo, ed in questo frangente supera se stesso perchè li va a collocare in una narrazione; per converso, il suo aspetto più rudemente hip hop si manifesta in tracce come General Principles, Illusory Protection, Unprotected Pieces in cui si diverte a fare a pezzi il microfono con una facilità ed un'unicità esemplari. Non c'è verso di confondere un suo testo "da battaglai" con quello di un altro: persino nella forma più fredda anche un sordo saprebbe riconoscere la paternità di versi come questi: "Violence can erupt within the blink of an eye as a three night reign of terror lights up the skies/ Other uprisings are in the years of making, the young start sizing up the hood, and get to taking/ A high voltage power line surrounds the gold mine, soldiers on the front line who sell dimes and hold nines/ Many times enjoying themselves, much too much, then hit the clutch, before they pull out on such and such/ It's a very unforgivin environment, 'cause one out of two can get an early retirement". Devo aggiungere altro?
Dal canto suo Muggs fa di tutto per supportare un simile peso massimo e, com'è nel suo stile, crea beat che per l'appunto sostengono il rap anzichè sovrastarlo (ammesso che fare ciò con GZA sia possibile). Il suo marchio di fabbrica è presente in tutte le canzoni e raramente sbaglia un colpo, sia per quel che concerne la scelta dei campioni ed il loro abbinamento che per quel che riguarda le batterie, sempre improntate ad un ritmo "classico" ma ben diversificate sia per suoni che per programmazione. In particolare vorrei elogiare Exploitation Of Mistakes, Illusory Protection (il riverbero sulla cassa è geniale), General Principles e la stupenda Queen's Gambit, che potrebbe essere idealmente una Can It Be All Simple Pt.3. Gli unici momenti relativamente deludenti sono Advance Pawns, alla lunga un po' noiosa e strutturalmente sempliciotta, e l'insipida All In Together Now, che non lega assolutamente né con lo stile del Nostro, né con l'argomento trattato, cioè una dedica a Ol' Dirty Bastard (sentite che differenza il remix). Nulla di particolarmente grave, intendiamoci, ma comunque un peccato perchè all'interno di tanto materiale da trenta e lode un diciotto tirato via marca parecchio.
Tuttavia, malgrado questi difetti non si può far finta di avere per le mani semplicemente un buon disco, perchè (specie liricamente) Grandmasters è di una ruvida raffinatezza che molti possono solamente sognarsi. Di conseguenza, il quattro e mezzo è d'obbligo e non provate nemmeno per un secondo a contestarlo.




DJ Muggs VS. GZA/Genius - Grandmasters

VIDEO: GENERAL PRINCIPLES

mercoledì 29 aprile 2009

WISHLIST 4/5-8/5

RUGGED INTELLECT - RENAISSANCE MUSIC: THE INTRODUCTION (Renaissance Music/Expertism, 2007)

Un altro disco di un rapper bianco: vi giuro che non lo faccio apposta. Liberi di credermi o meno, ma quando mi è arrivato Renaissance Music da Amazon la cosa mi ha francamente colto di sorpresa perchè in effetti aspettavo sì un pacchetto, ma con dentro la trilogia di Infernal Affairs. Anzi, a dirla tutta io nemmeno mi ricordo effettivamente di aver mai ordinato 'sto CD. Ho solo un vago ricordo di una sera in cui son tornato a casa evidentemente parecchio 'mbriago, tanto che non posso escludere categoricamente di aver comprato un disco che effettivamente conosco: mistero. Beh, almeno m'è costato 12 sterle spese di spedizione incluse, poteva andar peggio.
Sia come sia, ormai siamo qui e allora tanto vale vedere un po' com'è 'sto Renaissance Music e siccome non mi va di farvi perdere tempo la risposta è: non malaccio, ma troppo lungo, con alcune banalità a livello di beat ed una monotonia nello stile di Rugged Intellect che nella seconda metà del disco va a pesare sui coglioni come un capitello corinzio. Il succo è questo; da qui in avanti esaminerò Renaissance Music più nel dettaglio, per cui a voi la decisione se approfondire o passare ad altro.
Un po' di background, allora, tanto per chiarirsi le idee: Rugged Intellect, all'anagrafe Lawrence Bisse, è un MC canadese di Montreal di origini tedesco-marocchine di ventisei anni (e che non a caso assomiglia al nostrano Santo Trafficante). Dopo un tot di gavetta, passata aprendo i concerti di artisti che vanno dai De La Soul ai Jedi Mind Tricks, il Nostro ha legato con Domingo (che mi auguro sappiate chi sia) il quale gli ha fatto da tutore oltreché ovviamente da beatmaker. Il titolo "Renaissance Music" la dice lunga sulle intenzioni di Rugged I, che con esso vuole contribuire a riportare in prima fila aspetti dell'hip hop che si sono persi per strada, primi fra tutti la tecnica e lo stile ma poi anche il rispetto per i padri fondatori, l'originalità come requisito essenziale, l'anima hardcore e le crostatine della nonna.
No, scherzi a parte, pur essendo piuttosto giovane Bisse ha le idee chiare su cosa vuol fare e difatti uno dei pregi di RM è la totale assenza di compromessi per quel che riguarda la sua visione artistica; inoltre, non solo alla base di tutto c'è una grande ambizione ma vivaddio vi sono anche alcuni pilastri sui quali essa si regge: beat tra gli altri di Domingo, Buckwild, Memo dei Molemen e featuring del calibro di Kool G Rap, RA The Rugged Man, AG e altri eroi dell'undergound contemporaneo (non per ultimo il recentemente deceduto Party Arty). Infine, non scordiamocene, c'è poi la bravura di esclusiva proprietà dell'autore, che si dimostra essere uno dei più grandi adepti di G Rap, Big Pun, Rakim, BDK ed insomma chiunque abbia usato bene la metrica multisillabica tirataetuttadunfiato negli ultimi vent'anni.
Gli aspetti positivi sulla carta dunque ci sono e sono parecchi, cosa che poi si traduce di fatto in buona musica. Il singolo Next Dose ne è un esempio, grazie ad un Domingo in versione minimalista che si concede un minimo di melodia solo nel ritornello in modo tale da lasciare il giusto spazio a RI e Ras Kass; Guaranteed riesce a convertire un campione soul relativamente leggero in un pestone vecchia maniera con frequenti cambi di batteria che stranamente non distraggono ma anzi enfatizzano certi passaggi tirandone fuori il meglio (cfr. l'inizio della seconda strofa) ed intervallandoli con un bel ritornello; Like That invece ci riporta al '96 e ad un certo tipo di semplicità da loop+batteria di cui ogni tanto credo chiunque senta la mancanza. Ma queste sono solo tre tracce... e le altre?
Beh, diciamo che il problema di molte altre canzoni qui presenti è che al di là di un oggettivo valore presente sia nella base che nella rappata, queste due si complementano maluccio o comunque non bene come invece era lecito aspettarsi. Ad esempio, le vocine da Chipmunks di Biters Block oltre a sapere di vecchio fanno letteralmente a pugni con la voce ed il flow di Rugged I facendo così del male ad un testo pure assai bello (grazie a dio c'è anche un remix infinitamente superiore). Analogamente, Gonna Move e Say Goodbye non sembrano neanche delle canzoni create ad hoc ma dei mashup -magari ben riusciti, ma pur sempre delle fusioni a freddo. Insomma, in breve sembra che non appena vi sia una minima di melodia tutto l'impianto beat+liriche se ne vada a ramengo.
Personalmente reputo che la causa di ciò sia da ricercare nel flow veramente meccanico di Rugged Intellect, che si dimostra incapace di giocare una minima con la voce, le pause, gli adlib e tutto quanto può insomma contribuire a rendere meno noiosa una rappata. Aggiungiamoci inoltre che le occasioni in cui non chiude esattamente sulla battuta si contano sulle dita ed ecco che vediamo come un MC tecnicamente indubbiamente dotato resti prigioniero di uno schema metrico. Detta altrimenti, secondo me da questo punto di vista il Nostro deve ancora fare molta pratica perchè sta ad anni luce dalla versatilità di un Big Pun e persino di Rugged Man. E va ancora bene che ci siano dei featuring che, pur essendo di seconda categoria (in termini qualitativi) ad eccezione di Rock degli Heltah Skeltah e di RA, perlomeno rivitalizzano un disco che nella seconda parte va spegnendosi sempre più, complice anche la monotonia tematica.
In conclusione, vado controcorrente rispetto alle svarate recensioni che ho avuto modo di leggere e vi dico che Renaissance Music non è affatto un esordio pressoché privo di pecche. Au contraire, ne ha molte, ma la più grande è che solo in certi rari casi riesce nell'intento di intrattenere. Tuttavia si può notare facilmente come Rugged I sappia tecnicamente tenere in mano una penna come un microfono; è solo che dovrebbe fare ancora un po' di pratica e, magari, lavorare più di sintesi visto che anche solo levando cinque o sei pezzi quest'album ne avrebbe guadagnato molto.




Rugged Intellect - Renaissance Music: The Introduction

VIDEO: NEXT DOSE

lunedì 27 aprile 2009

DEMIGODZ - THE GODZ MUST BE CRAZY (Ill Boogie, 2002)

In tutta franchezza vi devo confessare che non ho molta voglia di recensire questo CD ed altrettanto francamente mi chiedo perchè mai abbia deciso di portarmelo appresso stamattina, quando in realtà oscillavo tra un Self Scientific ed un K-Os... ma tant'è, ormai siamo qua e vediamo di non scrivere scemenze.
Ora, tanto per cominciare a dare un'idea di chi stiamo parlando, veniamo al consueto ed essenziale bignamino del caso partendo dalla genesi del gruppo. Nei primi anni del nuovo millennio ci fu un discreto movimento e scambio tra le scene di New York, Boston, Philadelphia ed il Connecticut (ebbene sì); da questo scambio nacquero in primo luogo gli Army Of The Pharaohs prima versione, che però dopo lo scoglimento de facto andarono in parte a perseguire carriere soliste ed in parte confluirono in una nuova crew -pensata stavolta da Apathy e Celph Titled- rispondente al nome di Demigodz. Il line up era sulla carta impressionante sia per qualità che per numero (e scrivo "era" perchè a parte una recente ristampa di quest'album non mi pare che esistano più come collettivo), ed andava a comprendere alcuni nomi all'epoca più o meno già noti grazie alla loro attività nell'underground: Apathy, Celph Titled, One-Two, L-Fudge, Esoteric, Spin 4th dei Yaggfu Front, Louis Logic, Rise, Motive ed infine gli a me sconosciuti Jabber Jaw e Metropolis.
Naturalmente il miglior biglietto da visita per una crew emergente è fare buona musica, ma dovendo fare un rodaggio l'opzione scelta è stata quella di un EP (scelta che peraltro condivido). Morale della favola, eccoci qui di fronte a sei canzoni ed un'intro, per la durata complessiva di ventisette minuti circa. Un antipasto egregio, specie se si considera che la carne al fuoco è molta e direi generalmente ben preparata. Com'era prevedibile, però, il terreno su cui si muovono questi undici guasconi è quello del battlerap più puro; in tal senso la scelta di limitare la durata del disco assume ulteriori forme di ragionevolezza, visto che persino un infuocato per la tecnica come il sottoscritto arriva alla fine di The Godz Must Be Crazy lievemente rintronato sia dal numero dei componenti che dall'abbondanza di punchlines. Ad ogni modo, come dire?, giocando i Nostri a carte scoperte non li si può criticare più di tanto per una scelta evidentemente ragionata: che trashtalking sia, allora.
E dopo una inutile riproposizione dell'intro di The Chronic eccoci arrivare a Science Of The Bumrush Pt.2, che fin dalle prime note di piano ed il suo ritmo spezzato si presenta come uno dei pezzi migliori di quest'opera. La ripetitività del beat, in cui non vi sono tracce di ritornelli né men che meno di bridge vari, bene si confa a Ap e Celph per lasciarsi andare a tre minuti e mezzo di rappata ininterrotta con frequente scambio di microfono. Loro ad un certo punto si definiscono "the underground Red & Meth" e per quanto la definizione possa sembrare un'esagerazione vi garantisco che in questa traccia essa risulti plausibile. Promossi con lode. Ugualmente valida è la successiva Captivate/Deactivate, che vede oltre ai due di prima anche il buon Open Mic ed il sempre affidabile Esoteric avvicendarsi su un beat fortemente ispirato a diggèi Premier che trova la sua consacrazione nel ritornello scratchato con frasi di Pharoahe Monch, Deck, Truck Turner e Pun. Nuovamente, le uniche differenze tra gli MC's coinvolti sono le rispettive voci ed in minor misura lo stile, per il resto si viaggia allegramente di egotrippin' senza alcun tipo di ambizione intellettuale. Seguono poi tre altri pezzi sul genere ma molto più allegri come beat: The Demigodz viaggia su un campione latineggiante (il cui originale è stato usato mi pare per uno spot del Maxibon, per dire) che non avrebbe stonato in un album dei Beatnuts, mentre Don't You Even Go There, pur attingendo alla stessa fonte, risulta piàù elegante grazie non solo ad un bel sample vocale nel ritornello ma anche ad una relativa varietà musicale data dal passaggio tra tastiere ed un giro di chitarra che, tra le altre cose, risulta congeniale ad un Louis Logic che qui regala la sua miglior prestazione dell'album. Discorso a parte merita invece Off The Chrome, non solo perchè presenta tre basi diverse a seconda di chi ci rappa su ma anche perchè è l'unica traccia avente una sorta di concetto dietro. Certo, che poi questo sia quello di un fan esagitato che chiede a Celph, Louis Logic e Apathy di fargli un freestyle è un altro paio di maniche, ma pur nella sua "povertà" quest'idea si fa notare anche se non credo che s'imprimerà a fuoco nella memoria collettiva.
Logica conclusione dell'EP è la posse cut The Godz Must be Crazy, in cui tutti e undici i membri dei Demigodz fanno un'apparizione e, devo dire, pur nella sua lunghezza folle priva di alcun ritornello questo è indubbiamente uno dei pezzi migliori dell'EP grazie anche alla cupezza del beat.
Beat che, come quasi tutti gli altri (ad eccezione di Off The Chrome, curato da JJ Brown), è stato prodotto da Celph Titled e Apathy. E per quanto il primo abbia dichiarato di essere diventato beatmaker per necessità gli si deve riconoscere un buon gusto nello scegliersi i campioni nonché le onti d'ispirazione; per giunta, considerando che il progetto è a budget zero e registrato in uno studio semicasalingo, non si può dire che buona parte delle basi pestino come si conviene ad un prodotto di questo genere e -tolte alcune equalizzazioni un po' sballate in cui voci e base viaggiano su due binari completamente separati- il risultato finale è in quest'ottica encomiabile.
Certo, alla fin fine si potrebbe parlare quasi di un demo, sia come lunghezza che come progettazione, dato che in fondo sembra più il risultato di una sessione di registrazione in studio e poco più; ma in quest'ottica non è spiacevole. Almeno tre canzoni qui presenti raggiungono lo scopo di farci dire "però, mica male", ed in particolare Science Of the Bumrush Pt.2 rientra tra le cose migliori di Ap e Celph. Generalmente si può poi dire che tutti gli MCs coinvolti siano perlomeno competenti (anche se Rise non l'ho mai sopportato), ma visto il loro elevato numero non stupisce che all'EP non abbia fatto un seguito un disco vero e proprio (calcoliamo poi che salvo nella title track a rappare sono sempre i soliti cinque). Detto molto onestamente io non ci spenderei più che tanti soldi, perchè la longevità di Godz Must Be Crazy è pressoché nulla a meno che non lo si riesca a spezzettare per cassettine e compilation varie. So che la ristampa contiene degli inediti e cose del genere, per cui forse qualcosa è stato aggiunto ma non posso pronunciarmi sul valore; tuttavia, un ascolto dateglielo. Originalità zero ma piacevole da ascoltare.




Demigodz - The Godz Must be Crazy
Bonus #1: intervista ad Apathy fatta all'epoca della pubblicazione dell'EP
Bonus #2: autografo e buoni consigli di vita da parte di Apathy

domenica 26 aprile 2009

MY MUSIC VIDEO BOX: VIDEO RARI DEI PRIMI ANNI '90

Qualche giorno fa mi ha scritto un tale e solo con un certo ritardo ho letto il suo messaggio. E male feci: il perchè ve lo lascio scoprire a voi visitando la sua pagina. Rare footage. Aggiunto anche tra gli Each One Teach One, tanto per.

venerdì 24 aprile 2009

7L & ESOTERIC - SPEAKING REAL WORDS EP + 12" ANTHOLOGY 1997-2001 (2001)

Sì uhm... stamattina, ecco sì, stamattina mi sarebbe piaciuto recensire il disco di Double A.B. aka il Cam'Ron dell'underground ma purtroppo prima me lo dovrei comprare e quindi per ora non se ne fa niente. Fortunatamente, con quel minimo di lucidità rimastami dopo un aperitivo abbastanza impegnativo, mi son ricordato di avere un dischetto fatto diversi anni fa e che mi consentirà di non spendere troppo tempo in recensioni e cazzimazzi vari.
Il suddetto disco è una combo tra lo Speakin' Real Words EP di 7L & Esoteric ed alcuni loro singoli o apparizioni in varia forma che feci in seguito alla pubblicazione del 12" di Operating Correctly b/w Mic Mastery (infatti cover e retro sono scansiti paro paro dal vinile). Perchè feci ciò? Ma perchè all'epoca ero infiammato per il duo bostoniano e seguivo ogni loro pubblicazione, spendendo peraltro cospicue somme in singoli, compilation e amenità varie tra cui lunghe sessioni notturne via 56k su Napster. Peraltro ricordo anche di aver masterizzato a suo tempo un po' di copie di questo bootleg (complete di grafica e tutto) e di averle lasciate al Time Out di via De Amicis, per cui può darsi che qualcuno le abbia ancora...
In ogni caso, amarcord a parte, non posso non notare come i due siano decisamente migliorati e come i miei gusti dell'epoca fossero davvero acerbi. Ciò detto, beccatevi la tracklist:

01. Speaking Real Words feat. Inspectah Deck
02. Bound To Slay
03. Def Rhymes
04. Essays On Esoterrorism
05. Headswell feat. Virtuoso
06. Learn From The Druid
07. Be Alert feat. Beyonder & Virtuoso
08. Hell When I Come Thru
09. State Of The Art feat. Akrobatik & The Skitzofreniks
10. Operating Correctly feat. Mr. Lif
11. War Ensemble feat. Army Of The Pharaohs
12. Mic Mastery
13. Touch The Mic feat. Virtuoso
14. Protocol
15. 5 Perfect Exertions RMX feat. Army Of The Pharaohs
16. Strontium 90 feat. Karma (che avevo accreditato come Nabo Rawk ma che non c'entra una sega)
17. Protocol RMX
18. Secret Wars feat. Karma (idem come sopra)
19. Death March feat. Jedi Mind Tricks & Virtuoso
20. Orion's Belt feat. Mr. lif & Virtuoso

7L & Esoteric - Speaking Real Words EP + 12" Anthology 1997-2001

giovedì 23 aprile 2009

NOT MY CUP OF TEA #1

Inauguro uno spaziettino in cui di tanto in tanto scriverò le mie impressioni su dischi non facenti parte dei miei gusti ma che comunque un valore ce l'hanno (o no). Niente recensioni complete perchè, appunto non rientrando tra i miei gusti, li ho solo ascoltati in mp3.

L'ultimo album di Rick Ross, preso per quel che ci si può aspettare da Officer Rawwsss in quanto a tecnica e contenuti, è bello ed una delle migliori cose sentite nel genere da tempo. Un po' come l'ultimo di Ludacris e il doppio degli UGK. Fermo restando che lui come rapper è oggettivamente mediocre, a 'sto giro perlomeno non mi fa arricciare le orecchie ed il fatto che i beat abbiano tutti quell'atmosfera da soft porno primi anni '80 contribuisce a creare un'atmosfera degna dei contenuti nonché a farci scordare che di cazzari come lui ce ne sono pochi in giro.

Asleep On The Bread Aisle di Asher Roth, anzi, il tanto osannato Asher Roth, è una miserabile cacatiella che non riesce nemmeno a spingere sui tasti giusti per uno come Roth. Un 50% dei beat è discutibile, un 30% è disgustoso ed un venti accettabile. Ma il problema è lui che, come ampiamente previsto dal sottoscritto, sfoggia una capacità nei giochi di parole abbastanza alta (ma nulla per cui valga la pena di strapparsi i capelli) ma risulta del tutto privo di mordente nei contenuti se non addirittura insulso. Forse c'è un perché nessuno che conduce una vita "normale" si mette a far dischi in cui parla della sua vita normale. A parte in Italia, voglio dire.

Last but not least, Jadakiss. Premesso che non ho mai capito dove la gente trovi tutta questa bravura, e premesso che da Yonkers non credo sia mai venuto fuori nulla di umanamente passabile ad eccezione di DMX (il resto dei Ruff Ryderz? HAH!), in un empito di follia comprai il suo primo disco. Ma avevo vent'anni e alla fin fine Non Of Y'All betta è fica. Gli altri suoi album/mixtape non me li sono filati di striscio, e dopo aver sentito questa invereconda ciofeca penso proprio di aver fatto bene. Fiacco. Moscio. Privo di personalità. Quello che volete voi purchè sia un aggettivo degradante; e poi mi chiedo a chi interessi sentire Jada che fa robettine parajiggy -ah già, vero, aveva cominciato così. Per bruttezza diciamo che se la gioca con l'ultimo di Capone 'N' Noreaga, e ho detto tutto.

ILL BILL - WHAT'S WRONG WITH BILL (Psycho Logical, 2004)

Scusate il mancato aggiornamento di ieri ma al lavoro si sta chiudendo un numero particolarmente corposo -e questo nonostante il calo di pubblicità, chissà come faranno- che mi sta letteralmente massacrando e dunque, dopo essere uscito dall'ufficio in preda ad una feroce orchite, l'unica cosa che ho potuto fare è stata tornare a casa e giocare un po' a Conan (!!!) e poi 'mbriagarmi ad un paio di mostre di design pacco che si stanno tenendo nel mio palazzo (sì, Milano è così chic & bohémienne). E poi, a prescindere dal mio struggle, m'ero portato appresso True School Revival di J-Live e francamente non è che fossi proprio in buona... Sia come sia, oggi, dopo aver miracolosamente sgabolato una rimozione forzata all'ultimo secondo, ho avuto invece l'accortezza di portarmi appresso un buon antidoto all'atmosfera più stronza del solito che si respira in questi giorni in città ed in particolar modo nel mio quartiere: il primo e fichissimo disco di Ill Bill.
Non starò a descrivere più dello stretto necessario William Braunstein (pronunciato "brònstiin") come rapper: penso di averlo già fatto a sufficenza nella recensione di The Future Is Now e soprattutto reputo che nel circolino di frequentatori di RNS tutti lo conoscano abbastanza bene. Più interessante è invece andare a scavare nella sua personalità, la quale se già aveva trovato spazi d'esposizione nel disco dei Non Phixion, con questo solista vede logicamente la possibilità di essere mostrata con maggiore dovizia di particolari. What's Wrong With Bill è da questo punto di vista un titolo piuttosto azzeccato, in quanto riesce a riassumere alcune caratteristiche del Nostro prima tra le quali è la capacità di spingersi in meandri piuttosto oscuri della psiche umana (la sua) riuscendo al contempo a mantenere una sorta di distacco; in tal senso si potrebbe supporre che scrivere certi testi come quello della title track o Peace Sells funga come catarsi se non quantomeno come riflessione.
Bill, difatti, è ben lungi dal lanciarsi nella narrativa dell'uomo qualunque; o meglio, egli sostiene che molte sue "perversioni" siano in realtà comuni ad una vasta fetta della popolazione mondiale e che quindi quella che noi consideriamo la realtà è solo uno specchietto per le allodole. Una tesi, questa, in sè e per sè nient'affatto originale o sconvolgente, se non fosse che il suo modo di esporla in prima persona le conferisce una autenticità ed una credibilità che altri non possono vantare. Non chiedendo scusa per nessuno dei suoi pensieri e dei gusti che ne derivano, What's Wrong With Bill riesce nel duplice intento di intrattenere e far riflettere, cosa che paradossalmente diversi suoi colleghi più menosi non possono vantarsi di saper fare.
Aggiungiamo comunque all'aspetto più serio di quest'album un fattore non irrilevante, e cioè che si tratta di un'opera pur nella sua bizzarria strettamente legata alla tradizione del rap nuiorchese. E quindi non solo i beat sono perfettamente digeribili da chiunque sia avvezzo al genere, ma inoltre essa presenta alcuni aspetti tecnicamente definibili come più tradizionali o ortodossi: autocelebrazione, trashtalking e quant'altro. Ne sono un ottimo esempio sia le posse cuts, ed in particolar modo la fantastica Canarsie Artie's Brigade, che pezzi come Unstoppable, Overkill (linea di basso da applausi) o le più specifiche Chasing the Dragon, Porno Director e Legend Has It. Uso il termine "specifiche" perchè pur presentando molti stilemi del suddetto trashtalking, in queste canzoni questi vengono incanalati verso tematiche più definite della semplice autoesaltazione. Scarsa differenza, potrà pensare qualcuno, ma si tratta pur sempre di far lavorare il cervello su un argomento verso il quale anche l'ascoltatore può sentirsi coinvolto (*hum* Porno Director *hum*).
Infine, come se ciò non bastasse, vi sono esempi di storytelling (The Anatomy Of A School Shooting, The Final Scene), excursus politici (American History X), fantascienza (Alien Workshop) e semplice bizzarria (Chasing The Dragon) che vanno a completare un quadro di argomenti decisamente vario che non solo va a vantaggio dell'ascolto, ma che dimostra uno sforzo da parte di Bill assolutamente encomiabile ed inaspettato; penso difatti che se anche avesse scritto delle robe sui generis, anche solo grazie alla sua tecnica io sarei rimasto soddisfatto.
Venendo ai beat le cose da dire non sono in realtà molte, ma facciamo finta che nessuno abbia un'idea di Necro e del suo stile. Partiamo innanzitutto dai campioni: questi spesso trascendono l'oscurità, e non intendo solo per questioni legate al mood: egli ha spesso amato pescare all'interno del vasto reame delle colonne sonore degli anni '70 ed anche per WWWB le eccezioni si possono contare sulle dita di una mano. Così facendo, compensa la scarsa attitudine al taglio del sample con una ricercatezza fuori dal comune; e poi, per quel che riguarda le batterie bisogna dire che le critiche mossegli da molti -e cioè che non suonino come dio comanda- sono parzialmente superate in quest'album, in cui anzi molti beat hanno finalmente una resa coerente col tiro del pezzo (anche se certi rullanti fanno ancora "tac", con le minuscole).
In chiusura, dunque, non posso certo nascondere di essere rimasto entusiasta all'epoca dell'uscita: un po' perchè è uno dei pochi album in cui non c'è un featuring fuori posto (tolta naturalmente la consueta pacchianata crossover tipica dei dischi Psycho Logical), ma soprattutto perchè è difficile trovare un pezzo che sia fuori posto. Al massimo in un paio di occasioni si ha l'impressione che Ill Bill abbia allungato il brodo con delle cazzate (Death Smiles At Murder, Legend Has It), mentre per il resto si vaga tra tracce da applausi a scena aperta (Overkill, Canarsie Artie's Brigade, Peace Sells, Unstoppable) ed altre comunque più che meritevoli di complimenti. Sarei perciò tentato di dargli un bel quattroe mezzo -che significa perfezione anche senza innovazione- ma quello è il voto che ha preso The Future Is Now. E questo What's Wrong With Bill, purtroppo, manca di quella potenza complessiva e di quel impatto.




Ill Bill - What's Wrong With Bill

VIDEO: CHASING THE DRAGON

martedì 21 aprile 2009

THE PERCEPTIONISTS - BLACK DIALOGUE (Def Jux, 2005)

Come sanno tutti coloro che hanno alle spalle un lungo periodo di attento ascolto di uno specifico genere musicale, può succedere che in certi momenti si passi attraverso un periodo di stanca in cui si è quasi tentati di mandare affanculo la propria passione con tutti gli annessi ed i connessi. Io ne so qualcosa: nel '99 ebbi la mia prima "crisi", seguita da un'altra più forte nel 2001-2002 ed infine dall'ultima che sto attraversando proprio ora (no, seriamente, che anno di merda si sta dimostrando questo 2009? Scandaloso!). In questi momenti si possono fare due cose: seguire il proprio istinto e darsi all'elettronica oppure, se si è appena un po' più scafati, tirare i remi in barca ed aspettare che la tempesta passi.
Ovviamente è proprio questo ciò che io sto facendo, dedicando il mio (poco) tempo in parte ad altri generi musicali ed in parte ad album che da tempo non ascolto più, come ad esempio Equinox. Ma poi ci sono anche i sempreverdi, che passano dai classici vecchi di vent'anni ai buoni dischi decisamente più giovani, ed è questo il caso di Black Dialogue. Black Dialogue che al momento dell'uscita io attendevo con ansia in quanto grande sostenitore sia di Lif che di Akrobatik, e che invece di primo acchito mi lasciò mesto e moscio come una merdina postalcolica: i beat mi facevano orrore, loro due mi parevano identici o più fiacchi che sui rispettivi album e nell'insieme mi sembrava che mancasse una visione d'insieme. In altre parole, stavo facendo il Torquemada della situazione, come del resto spesso avviene con quei pochi prodotti che davvero m'interessano e che attendo con una certa ansia.
Ora, francamente non è che avessi del tutto torto: trattasi infatti di una raccolta di canzoni aventi sì alcuni temi più volte in esse ricorrenti ma nulla di più, e per giunta Ak e Lif si complementano bene -si sapeva- ma purtroppo il risultato finale è inferiore alla somma delle parti (cosa che si nota soprattutto nella profondità argomentativa, come spiegherò meglio più avanti). Last but not least, ci sono certe canzoni che passano dalla pigrizia alla pura ignominia, e francamente ciò non era mai avvenuto in nessuna produzione dei due bostoniani. Malgrado tutto ciò, però, diverse tracce sono decisamente meglio di quanto ne pensassi in primo luogo e, soprattutto, fatta una debita scrematura si può ottenere un EP di 8-9 pezzi (su dodici complessivi) che scorre liscio liscio risultando tutt'altro che sgradevole all'ascolto anche se di certo non geniale.
Entrando ora più nel dettaglio delle affermazioni di cui sopra, andiamo a vedere come si complementano i nostri due eroi cominciando col farne un breve riassuntino. Sia Ak che Lif si richiamano per tecnica ai classici dell'hip hop, ma dove il secondo favorisce una metrica più serrata, il secondo invece lavora più di enfasi; ciò si deve alla sua forte presenza vocale, decisamente enfatica, che invece nella controparte è assai più nasale e -se vogliamo- piatta. Ebbene, viste queste loro caratteristiche si è portati a pensare che l'accoppiata possa suonare bene, cosa che infatti puntualmente avviene. Dove invece ci si scontra è nell'affrontare tematiche sulle quali i rispettivi punti di vista risultano presentare molti punti in comune (almeno in linea torica) : perché pur essendo entrambi orientati a sinistra come pensiero di massima, Akro rientra più nella sfera del cosid. self-empowerment e del risveglio dell'orgoglio nero, mentre Lif è decisamente orientato ad una lettura strettamente politica delle cose e, pur presentando anch'egli tracce degli insegnamenti dei leader del movimento per i diritti civili degli anni '60, diciamo che è molto più vicino a Malcolm X del suo collega. E questa apparentemente superficiale diversità di approccio si traduce spesso in una dissonanza abbastanza pesante, perchè nessuno dei due ha sufficente minutaggio per presentare la propria visione del mondo: vedi ad esempio Memorial Day o What Have We Got To Lose. Quando invece ci si allontana dall'aspetto politico per virare su argomenti meno impegnativi, come ad esempio in Love Letters, si ha talvolta l'impressione che ciascuno si stia facendo i beati cazzi suoi nella canzone e che quindi questa potrebbe essere tranquillamente un collage di pezzi individuali aventi più o meno lo stesso argomento in comune.
Last but not least, veniamo ora alle ignominie di cui al secondo paragrafo: Party Hard e Career Finders. La prima è un abbbominevole tentativo di creare un pezzo da club, peccato che a) peschi nel sound di cinque anni prima, peraltro orrendo di suo; b) non c'entri nulla col resto del disco e c) faccia stracacare PERCHE' SI'. Davvero non so cosa si fosse fumato Camu Tao (e i due) per dire "hey, figata 'sto beat, dovete troppo utilizzarlo", perchè se l'intento era quello di creare un'atmosfera festaiola -cosa che fatta in guisa sì triste puzza tantissimo di Max Pezzali, aggiungo- ha fallito miseramente, riuscendo al massimo a smuovere le viscere per una scarica di diarrea a shrapnel. Quanto a Career Finders, una domanda: d'accordo, i Digital Underground hanno fatto alcune cose carine... quando? Più di dieci anni prima? Ah, ecco; senza poi contare la previdibilità narcisistica del chiamare proprio quei due per un pezzo paracabarettistico, la quale si rivela esattamente speculare all'avere T-Pain in un ritornello. Ma oltre alla critica sui massimi sistemi, bisogna dire che il beat fatto di basso e giro di chitarra funkettone non risulta essere nemmeno all'altezza delle peggio cose dei Jurassic 5, inclusa quella loro bella operetta in cui c'era una canzone con Dave Matthews: grazie, Fakts One, grazie davvero. E glissiamo sulla facile ironia del testo che, come se non fosse abbastanza prevedibile di suo, riesce talvolta ad essere intervallata da accenni moralistici sui quali si può anche essere d'accordo ma che oggettivamente spengono persino quell'esile fiammella di umorismo che alcuni singoli versi potevano magari avere. Un disastro.
A dio piacendo, però, quando Ak e Lif marciano su sentieri a loro più congeniali i risultati cambiano da così a così (virate la mano sull'asse del polso mentre leggete, capirete come voglio dire questa frase). I pezzi in cui fanno gli MC duri e puri risultano oggettivamente convincenti perchè entrambi sono capaci di sostenere il loro egotrippin' con la loro indubbia bravura; ma soprattutto l'alternanza delle voci e delle metriche produce effetti capaci da soli di far passare basi non al top dell'inventiva come bombe: è questo il caso di Frame Rupture, ad esempio. Potenti ebbasta sono invece Blõ ed il suo basso capace di far venir giù i muri, People 4 Prez e soprattutto What Have We Got To Lose, che vede tal Cyrus The Great produrre un beat degno di collocarsi in Fantastic Damage di El-P (curiosamente il produttore di molti alti pezzi qui presenti ma non di questo).
Love Letters, con l'arpeggio di chitarra e le vocine sussurrate campionate, è invece forse un po' troppo leggera per i miei gusti ma ha una giusta coerenza con l'argomento, mentre Black Dialogue è ufficialmente la canzone migliore tra tutte e dodici: Fakts One cuce su una nota di piano ripetuta per un verso e mezzo e che si va a chiudere sulla battuta scendendo di diverse ottave, e che aiuta di molto le batterie a scandire il tempo, un bel loop rallentato di violoncelli su cui il duo ha un bel gioco nel dissertare sull'importanza e l'influenza avuta dalla cultura africana (e afroamericana) nel mondo. Stavolta è Akrobatik ad essere il più pertinente tra i due, ma anche Lif fa la sua porca figura e ci inserisce una discreta critica a quelli che evidentemente ritiene essere dei Sambo.
In chiusura d'album abbiamo due tracce dalle atmosfere etremamente rilassate e che idealmente chiudono la "giornata" dei Perceptionists: 5 O' Clock è un inno che chiunque abbia un lavoro saprà apprezzare (aka esco dall'ufficio e finalmente posso fare i miei interessi) in cui Phonte canticchia il ritornello, mentre Breathe In The Sun è un'ode al cazzeggio più puro che talvolta ci consente di concentrarci su quelle quattro cose della vita che per noi sono realmente importanti.
Bene: anche se Black Dialogue riesce a chiudere l'ascolto con un'impressione di soddisfazione, s'è ampiamente visto come presenti dei difetti sui quali è impossibile sorvolare. Tanto per cominciare, Party Hard e Career Finders sono brutte, ma brutte come solo sa essere la voglia forzata di fare qualcosa di "diverso" e che sappia mostrare il proprio eclettismo (avete presente De Niro in Ti Presento I Miei? Ecco). Poi ci ono un paio di pezzi non esattamente memorabili ma passabili, ma soprattutto è inevitabile pensare al fatto che nel suo insieme Black Dialogue appaia un po' raffazzonato e strutturalmente zoppicante. La cosa non è un difetto particolarmente grave, sia chiaro, se non per chi stima le persone coinvolte nel progetto (incluso un Fakts One quasi sempre in ombra): ma a ben pensarci chi altro potrebbe essere interessato ai Perceptionists? E allora preferisco andarci giù pesante, anche se alla fin fine l'album si lascia ascoltare: tre, come a Bruno Sacchi.




The Perceptionists - Black Dialogue

venerdì 17 aprile 2009

CAPOCCE DI MINCHIA

Niente di polemico, stavolta, solo un consiglio ai miei amici diggèi (parentesi: d'ora in poi sono sponsor ufficiale del Daunbailo'): so bene che la puntuale incapace no-name beyatch priva di talento e personalità (Melanie Fiona, si chiama stavolta) ha campionato i Zombies, ma mi chiedo una cosa: dato che passano il pezzo sul 90% delle radio, perchè alle vostre serate non passate Who's Your Daddy? E, parentesi, in quel altrimenti discutibile album c'è Piss che è una delle cose più oltre che abbia sentito negli ultimi anni...

giovedì 16 aprile 2009

MA CRISTO D'UN DIO: SULLA MUSICA ED ALTRO

Ennesima richiesta via mail: mettere in downoald Karma di Kaos. Allora, vedo di spiegarmi una volte per tutte. Io non metterò MAI in download nulla d'italiano perchè innanzitutto dovrei essere capace di recensirlo, e questo non lo so fare. Come secondo motivo c'è poi il fatto che questa gente -gli italiani- se gli va bene vendono un due/tre migliaia di copie; beh, sarà mica il caso di render loro ancora più difficile la vita, vi pare?
E poi, davvero, insisto sul fatto del comprare gli album dopo averli ascoltati. Io mi auguro, davvero mi auguro, che chi frequenta questa blog decida (nei limiti delle sue possibilità economiche) di spendere i suoi dindi in musica anziché in vestiti e ciarpame vario che trovano la propria fine sei mesi dopo esser uscita da una fabrichèta. A sedici anni ero un coglione per mille motivi e ancora adesso lo sono per altrettanti altri, ma almeno posso "vantarmi" di aver risparmiato su tutto il possibile pur di poter comprare un disco a cui tenevo.
I soldi non fanno la passione, non ci piove. Ma averli e decidere di investirli per altro (anche birra, e detto da me dovrebbe avere un senso) anzichè per un CD mi pare da criminali. Quando tra vent'anni avrò un figlio o una figlia non solo gli/le passerò una casa o dei libri o dei film, ma anche un segno concreto della mia passione di quand'ero giovane. Non gli/le passerò le pisciate al pub e nemmeno la benzina sprecata per andare in un posto in cui sarei potuto arrivare altrimenti, ma un segno tangibile di ciò che ho amato e che lui/lei potrà decidere di utilizzare come meglio gli/le pare.
Sempre più la musica assume il valore di un affettato al supermercato, ma non è così. Non solo perchè spendendo tre lire consentite all'artista "X" di campare, ma anche perchè oramai più si cerca di investire in un oggetto fisico meno gli si conferisce lo status di bene di consumo. Paradossale, forse, ma è così. Ficcatevi in testa che una suoneria non è musica e che quest'ultima, a prescindere dalle facilitazioni consentite dalla tecnologia, non può essere trattata come se fosse un rasoio usa&getta. Non ci vuole molto per capirlo, per cui date un bel colpo di reni ed entrate a far parte della gente che sa distinguere una scorreggia da un respiro.

CYPRESS HILL - III: TEMPLES OF BOOM (Ruffhouse/Columbia, 1995)

Leggevo tra i commenti di qualche tempo fa di qualcuno che richiedeva la recensione di IV dei Cypress Hill, dato che esso è un disco a cui è molto attaccato in quanto era stato determinante nell'orientarlo definitivamente verso l'hip hop; purtroppo devo anticipare che dubito che ciò avverrà, in quanto non solo sono sprovvisto del suddetto album ma nemmeno sono particolarmente interessato ad un suo acquisto. Però qualcosina in tal senso posso fare: se i Cypress con me hanno completamente perso ogni qualsivoglia motivo di interesse dopo Unreleased & Revamped, non posso certo nascondere che per lungo tempo sono stati tra i miei gruppi preferiti. E tra i loro primi tre album è Temples Of Boom quello che occupa uno spazio particolare nei miei ricordi, tanto più che, trattandosi di un'opera francamente nota e stranota, stavolta più che scrivere la solita recensione preferisco lanciarmi in un amarcord. Abbiate pazienza, ma davvero mi sembra inutile stare qui a scrivere di musica che ha la stessa notorietà -non solo tra gli aficionados- di un Nevermind o un Jagged Little Pill.
Diamo inizio alle danze, allora: quando TOB uscì, nel '95, io avevo da poco compiuto quattordici anni e muovevo i miei primi incerti passi nel mondo del reps. Ma perchè proprio il rap? É presto detto. In primo luogo perchè m'era piaciuto fin dal primo momento in cui Massimo Oldani aveva messo su Nuthin But A G Thang e Gin & Juice al Black Countdown di 101 Network (ebbene sì, il G-Funk me faceva sborra'): avevo dodici-tredici anni ed era stato amore a prima vista, poi confermato dai vari singoli che all'epoca si potevcano sentire per radio come se nulla fosse (Fantastic Voyage di Coolio, Give It Up dei PE, Tonight's The Night di Heavy D & The Boyz o la fichissima Ease My Mind dei Arrested Development...). In secondo luogo perchè leggendo ai tempi Mega Console -giaggià, ero proprio nerd- c'era Matteo Bittanti che ogni mese consigliava (devo dire con ottimi gusti) i migliori album del periodo e a me faceva fico seguire musica che si cagavano in quattro gatti. In particolare -e questo è il terzo motivo- mi piaceva distaccarmi da una vasta fetta dei miei compagni di scuola, che all'epoca spingevano robe che andavano dalla Pausini a Robert Miles, passando ovviamente per il Festivalbar e per le varie Danceteria. Per carità, va da sè che io avevo ascoltato la stessa roba fino al giorno prima (beh la Pausini no) ma a quel punto -con la classica supponenza derivata dal senso di colpa- me la potevo tirare da di più... insomma, oltre che oggettivamente sfigatello ero pure un po' fesso, però la mia passione si stava dimostrando genuina.
In più, da me a scuola c'erano un po' di frikkettoni di vario genere che s'aggiravano per centri sociali e, soprattutto, mezza MDS: Mork su tutti ma anche Flood/Soviet, Clam e ancora qualcun altro. Morale della favola, avevo cominciato a fare qualche visita al Garibba pure io e lì andavano parecchio i Cypress visto che si sfumazzava egregiamente (mica come ora che ci sono la DNB e le droghe strane, o tempora o mores!), ed inoltre all'epoca writing e rap erano parenti stretti ed io puntualmente adoravo ambedue. Infine, nel '96 la Soleluna aveva organizzato un concerto dei Cypress all'Acquatica a cui parteciparono pure gli Otierre e Bassi; benchè fossimo in pieno giugno quel dì piovette di brutto e la serata finì fondamentalmente nella palta; ma io ero contento perchè secondo me così si sarebbe riconfermato lo spirito hardcore dell'hip hop a fronte di quelle convention di froci che erano i concerti di Phil Collins al Palatrussardi.
Comunque, dicevo, erano i Cypress quelli che preferivo. Non tanto per il discorso ganjasovversiiivo,zzio quanto perchè trasmettevano una cupezza ed un immaginario fino ad allora per me inediti. Le atmosfere di Temples Of Boom erano e sono tutt'ora ben rappresentate dalla copertina oltreché dalla musica vera e propria e, pur vendendo milioni di dischi ed essendo dotati di un'indubbia orecchiabilità, non avevano quel sapore da mezzeseghe di un Hammer o dei tremendi 69 Boyz. Il singolo Throw Your Set In The Air, poi, che mazzata non era? Persino oggi quando sento partire il giro di basso immediatamente seguito dal campione vocale straeffettato non posso fare a meno di sentire un brivido, senza nemmeno stare a dire quanto bene ci stia la voce di B-Real.
Anzi, diciamo pure che tutta la prima metà di TOB è da urlo: le singole note di piano mischiate ai canti liturgici di Stoned Raiders, lo xilofono di Gary Burton di Illusions e lo stridio di Killa Hill Niggas (dove RZA fa un'entrata da paura: "Check my dramatics, brains get splattered, dreams shattered/ Sabas [!?!] get blasted for words he packaged") sono cpaci di proiettare l'ascoltatore in un mondo fatto di polvere, umidità e fumi. Pure le successive Boom Biddy Bye Bye e No Rest For The Wicked (un dis invero fiacchetto a Cube che da lì a poco gli avrebbe eterizzati) portano avanti una visione artistica tra le più complete ed originali di tutta la storia del rap, il che peraltro è forse il secondo motivo stante dietro al loro successo.
Poi però succede una cosa strana: il disco si perde o si ripete. Così come a quindici anni raramente mi spingevo oltre No Rest For The Wicked, anche ora che ne ho 28 è più facile che lavori di skippaggi continui fermandomi solo in certe occasioni (Killafornia, Strictly Hip Hop) che non arrivare ad un ascolto completo. Questo perchè la maggioranza dei pezzi numerati da 8 a 15 non aggiungono assolutamente nulla a quanto sentito finora, ed anzi talvolta lo rovinano mediante beat del tutto privi d'ispirazione (Locotes, Everybody Must Get Stoned) oppure platealmente riciclati -vedi Let It Rain, che altro non è se non una bozzaccia di Throw Your Set In The Air. E anche B-Real, che pur incapace non è, giunto al terzo album comincia oramai ad esaurire gli argomenti e a ripetersi sia nelle rime che nei concetti. I fan dei Cypress sarebbero capaci di magnarmese come un'insalata ma, ripensandoci, oggi mi viene da sospettare che oramai la loro forza innovatrice stesse andando spegnendosi e che magari sarebbe stato meglio se si fossero fermati ad un Temples Of Boom opportunamente ridotto in lunghezza. Ma magari sbaglio.
Fatto sta che questo resta comunque un disco capace di intrattenere e pressoché impeccabile nella sua prima parte; certo non è la loro opera migliore ma non ho esitazioni nel consigliarlo a quelle tre persone che sono venute da Marte e che finora potrebbero non conoscerlo. Agli altri, beh, che dire? Predico ai convertiti e se avete la mia stessa età immagino che condividiate buona parte dell'irragionevole affetto che nutro per Temples Of Boom. Tuttavia, a palle ferme, il voto non può che essere quello qui presentato, e scusate l'asciugata ma prorpio non ce la facevo a parlarne come se fosse un album qualsiasi.




Cypress Hill - III: Temples Of Boom

VIDEO: THROW YOUR SET IN THE AIR

Cypress Hill - Throw Your Set In The Air (Official Music Video) - Watch the best video clips here

mercoledì 15 aprile 2009

EDO.G - THE TRUTH HURTS (Ground Control/Metro Concepts, 2001)

Se davvero esiste una corrente filosofica che si confa pienamente al rap, allora questa deve per forza essere l'empirismo; perchè niente, davvero niente riesce ad essere più utile ai fini del riconoscimento della realtà come l'esperienza pratica. Grazie ad essa, ad esempio, oramai so che le probabilità che Nas faccia un album qualitativamente completo sono pressoché nulle, so che i Roots difficilmente piscieranno fuori dalla tazza e, infine, so che EdO.G non accenderà mai il microfono a meno che non abbia qualcosa di concreto da comunicare.
Ma questa certezza ce l'ho solo oggi, dicasi a 9 anni cicrca di distanza dal suo ritorno ufficiale sulla scena con The Truth Hurts. Au contraire, nel 2000/2001 nemmeno sapevo concretamente chi fosse; il nome qualcosa mi diceva ma lo associavo più ai Kreators che non ai suoi trascorsi di veterano della scena bostoniana. Ma poco male: mi fidavo di quanto sentito fino a quel momento e, sapendo che alle macchine c'erano Premier, Pete Rock e Nottz, reputavo che la mia fiducia fosse ben riposta. Facevo bene?
La risposta è "nì". Tanto per sgomberare il campo da ogni sorta di dubbio vi suggerirei innanzitutto di leggere le recensioni degli altri dischi di Edoardo da me scritte finora: da esse capirete che se c'è una cosa di cui mi si può accusare è di favoritismi verso questo bostoniano (cosa di cui del resto non mi vergogno affatto). Tuttavia non posso scordarmi dello scorno provato nell'ascoltare The Truth Hurts per la prima volta; scorno dovuto principalmente al fatto che mi sarei aspettato qualcosa di più non tanto dall'MC quanto dalle produzioni. Ma con gli anni che sono trascorsi ho anche saputo ricalibrare certe spigolsità dei miei gusti e dunque dei miei giudizi, per cui, pur mantenendo comunque l'opinione che Truth Hurts avrebbe potuto essere realizzato meglio, non posso pensare che si tratti di una cacata. In nessun modo.
In fondo, il suo maggior difetto rispetto ai lavori che l'avrebbero seguito è che sembra più un insieme di singoli che non un album. Dentro c'è molto di EdO.G ma non la sua capacità di creare un filo conduttore tra un pezzo e l'altro (cosa che si nota anche nell'abbondare di featuring); senza poi menzionare il fatto che almeno quattro tracce sono francamente bruttine, ça va sans dire. Comunque sia, per dare un'idea del prodotto, vediamo cosa bolle in pentola: 14 canzoni, produzioni di Nottz, Primo, Pete Rock, DJ Spinna ed un tot di concittadini di Edoardo (D-Tension su tutti) sulle quali vanno a dar prova di sè diversi ospiti nient'affatto malvagi, quali Black Thought, Tajai e Casual, Free (la zoccola ex affiliata dei Fugees) e Guru.
Un roster di tutto rispetto, questo, che dimostra come Ed goda quantomeno di un certo rispetto. Infatti sia Primo che soprattutto Pietrino Roccia gli fanno dono di due bei beat (con la melancolica Situations che svetta sulla pur valida Sayin' Somethin) che il Nostro fa letteralmente a pezzi, visto il rimarchevole carisma e l'ottima fusione tra mentalità da strada ed autocoscienza di cui è dotato; in costante oscillazione tra introspezione ed accusa, tracce come Situations, Understand e Too Much To Live Fo' o rientrano a pieno titolo tra la crème de la crème della sua produzione. Sintesi, onestà e chiarezza rendono le sue affermazioni credibili ed interessanti anche quando vanno a toccare argomenti in sè e per sè stranoti (poverta nei ghetti, il cosid. grindin', il rapporto col gentil sesso eccetera eccetera).
E se a fare da contrappeso alla caratura delle sue liriche si trovano beat di qualità, beh, allora è fatta: il loop di piano di Situations si fonde col basso denso e corposo creato da Pietrino per diventare la base migliore dell'album; il tipico taglio di Primo dona energia ad un campione altrimenti non originalissimo in Sayin' Somethin', mentre charleston e campanelle fanno di Understand un altro pezzo assolutamente memorabile. Più standard l'apporto di un Nottz in piena epoca orchestrale (quando cioè faceva i beat identici l'uno con l'altro, vedi le robe di Krumb Snatcha) mentre pare che Spinna per l'occasione si fosse scordato della sua altrimenti incontestabile bravura; ma in assoluto la palma di ciofeca non può che andare a pari merito a due porcherie à la Ruff Ryderz come On Dogz e Last Word, quest'ultima oltretutto penalizzata da un ritornello che definire "idiota" sarebbe lusinghiero. Il resto del lato musicale rientra poi in una sonnacchiosa pigrizia creativa, che se da un lato non fa grossi danni nemmeno riesce a fare da "collante" tra le cose migliori e, più grave ancora, fa sì che certi ottimi interventi (come quello di Black Thought) perdano un po' di forza.
Insomma, fermo restando che The Truth Hurts non è affatto un cattivo lavoro, appare oggi evidente di come per EdO.G si tratti di una sorta di reintroduzione nel mondo dell'hip hop contemporaneo; forse non ancora ben indirizzato sulla strada da prendere, il Nostro ha tastato un po' percorsi e mentre alcuni di essi si sono rivelati vincenti, altri si sono chiaramente trasformati in canzoncine che lasciano il tempo che trovano. Un errore, questo, che dipende sì da molti dei beatmaker che non si sono spremuti troppo le meningi nel momento di accendere l'Akai, ma che in ultima analisi vede come responsabile ultimo il Nostro -visto che, banalmente, le basi se le è scelte lui. In ogni caso siamo sempre nell'ambito dei tre zainetti/tre e mezzo; dovendo scegliere a questo punto cosa dargli, direi che ci andrò stretto di manica sia perché ricordo bene le sensazioni del primo ascolto (e per me contano), sia perchè nei successivi Wishful Thinking e My Own Worst Enemy ha saputo dimostrare chiaramente di cos'è davvero capace.




EdO.G - The Truth Hurts

DEEEM UOMO

Scusatemi ma avendo oggi: a) da lavorare per due, b) un funerale, c) un'assemblea sindacale, d) da andare a nuotare, non credo che riuscirò ad aggiornare il blog. So sorry.

martedì 14 aprile 2009

JUGGAKNOTS - RE:RELEASE A.K.A. CLEAR BLUE SKIES (Fondle 'Em, 1996/Amalgam, 2007)

Com'è mio mio uso, prima di recensire Clear Blue Skies mi sono dato ad una lettura sommaria di alcune recensioni giù pubblicate in rete per vedere se mi fossi perso qualcosa d'importante per strada ed eventualmente per cogliere qualche spunto interessante da approfondire in qualche passaggio. Purtroppo, come sovente accade, nulla di tutto ciò è avvenuto se non una cosa: pochi, anzi pochissimi cercano di sfuggire all'uso del termine "storico" o "leggendario" per descrivere l'esordio dei Juggaknots, oramai giunto alla terza o quarta ristampa.
Da un lato posso anche dirmi d'accordo, non lo nego: il fatto che sia stato una delle pochissime uscite di lunga durata sotto la Fondle 'Em di Bobbito gli conferisce un'aura speciale; e che tutto sommato possa dirsi un'avanguardia della rivoluzione underground che da lì a poco avrebbe invaso New York ed il resto del mondo è secondo me indiscutibile. Tuttavia, riascoltandolo più e più volte dopo diversi anni che l'avevo lasciato in sordina come mp3, devo ammettere che non capisco tutto questo entusiasmo. Sicuramente è un bel disco così come è fuor discussione che Breezly Brewin' sia un ottimo MC, ma... classico? No, secondo me no. E nel corso della recensione cercherò di spiegare al meglio perchè a mio modesto avviso esso sia da ascoltare ma non da venerare, cosa che peraltro avviene più per meriti secondari (l'irreperibilità su tutti) che per l'effettiva qualità del lavoro.
Cominciando dal principio, la prima cosa da dire è che i Juggaknots sono un duo del Bronx composto da Breezly Brewin' e Buddy Slim che nel '96 pubblicò un EP per la neonata casa discografica di Bobbito Garcia, la Fondle 'Em Records, la quale si prefiggeva di dar spazio ad un underground che all'epoca stava avendo discrete difficoltà d'esposizione. L'avventura dell'etichetta durò poco, ma ciò nondimeno sono concordi nel dire che il controllo della qualità era stato assai elevato e che le sue pubblicazioni sono pertanto autentiche chicche da estimatori. Il sillogismo prevede ovviamente che anche questo Clear Blue Skies lo sia ed in quest'ottica direi che ci sta tutto, affianco al "cugino" dei Cenobites.
In effetti il debutto dei Juggaknots è interessante in quanto contiene molti elementi di hip hop di stampo classico ed al contempo si proietta in avanti (seppur non con un salto mortale) mediante sonorità e tematiche all'epoca nient'affatto prevedibili e scontate; il singolo, che porta lo stesso nome dell'LP, è una di quelle tracce che lasciano il segno nella memoria collettiva grazie all'approccio realista di Brewin' nei confronti del razzismo, che questa volta viene analizzato mediante il rapporto tra un padre e suo figlio, entrambi bianchi, in cui quest'ultimo difende la propria ragazza di colore dalla visione razzista del proprio genitore. Ammetto che a distanza di tanto tempo da quel lontano '96 forse l'effetto-wow si perde un po', ma penso che nessuno potrà restare indifferente perlomeno di fronte all'impeccabile esecuzione di Brewin' nella doppia veste di razzista e progressista.
E nemmeno può lasciar impassibili la stupenda Loosifa che, partendo con un celebre monologo di De Niro in Taxi Driver, illustra la parabola di un delinquente che, per amore della vita del suo futuro figlio, decide di abbandonare la vita di strada e di trovare un lavoro che gli consenta di mantenere la sua famiglia. Purtroppo, sarà proprio questo lavoro che lo farà tornare ad uccidere, vuoi anche con motivazioni decisamente diverse dall'avidità... ma non spoilererò più di così. Ascoltatela un po' di volte, sono ceto che sia la storia che lo stupendo loop di piano vinceranno qualsiasi vostro eventuale dubbio.
Ma anche andando oltre questi due capolavori (sì, l'ho detto) la carne al fuoco resta molta. Epiphany, Trouble Man, Who Makes It Hot e Jivetalk (quest'ultima con un ritornello a dir poco asinino, però) sono pezzi molto diretti in cui l'unica cosa da fare è seguire il beat -caratteristico della metà degli anni '90 nelle sue minimalistiche influenze jazz e fusion- ed applaudire alla innegabile bravura di Breezly Brewin'. Sex Type Thang e I'm Gonna Kill You peccano secondo me di un'eccessiva lunghezza ma non si possono certo definire brutte o insignificanti, e Romper Room, a fronte di un beat non esattamente esaltante, in compenso sa proporre un argomento tecnicamente trito e ritrito come la glorificazione della violenza ai danni dei più giovani in modo relativamente fresco ed interessante.
E allora? Allora io posso capire chi apprezza quest'album -del resto lo faccio anch'io- ma proprio non riesco a vedere i motivi per i quali vi siano persone che in buona fede possano pensare di accostarlo a, che ne so, Funcrusherplus. L'evidente inventiva e le indiscutibili capacità di un MC capace di stare avanti ai propri tempi non possono far scordare produzioni sì valide ma certamente non particolarmente innovative né fuori dagli schemi convenzionali (perchè allora Dr. Octagon cos'è?); e nemmeno possono relegare in secondo piano che i veri guizzi di creatività li si nota in tre -massimo quattro- canzoni e non di più, dove le restanti poi concettualmente rientrano ampiamnte negli standard dell'epoca. Se classico dev'essere, va bene: ma seguendo questa logica alla lista delle pietre miliari andrebbero aggiunte opere come The Equinox, Stakes Is High o *nome di album valido di metà anni '90*. E, secondo me, questo sarebbe sbagliato.
Un'ultima annotazione riguardante le undici tracce bonus inserite nella ristampa del 2003 ed in questa del 2007: ottime scelte, non si discute, ma perchè nessuna di esse supera i due minutidi lunghezza? Peccato, davvero, perchè messe così quasi spezzano l'ascolto più che arricchirlo.
E tuttavia, nonostante tutte le mie perplessità sulla percezione di Clear Blue Skies da parte dell'audience reppusa di oggidì, non posso esimermi dal dargli quantomeno quattro zainetti. Perchè non sarà magari un classico, certo, ma le carte in regola per far muovere la testa ed il suo contenuto ce le ha tutte. E va benissimo così.




Juggaknots - Re:Release a.k.a. Clear Blue Skies

giovedì 9 aprile 2009

WORDSWORTH - MIRROR MUSIC DELUXE EDITION (Halftooth, 2005)

È già da diverso tempo che mi porto in ufficio Mirror Music ed ogni volta che provo a buttar giù due righe incontro un problema non esattamente da poco: proprio non mi tira il culo di scriverne una recensione, e questo per due semplici motivi. Il primo consiste nell'averne già scritto una recensione qualche annetto fa e che però ora non riesco a ritrovare. Ma questo non sarebbe un problema se si trattasse, che so, di Joell Ortiz; purtroppo, e questo è il secondo motivo, si tratta di un album che secondo me è del tutto privo di pezzi "portanti" e che quindi si dimostra assolutamente inadatto ad un ascolto se vogliamo superficiale, buono cioè a dare una rinfrescata alla memoria riportando alla luce impressioni e critiche già formulate da tempo (e aggiungo che quest'assenza è abbastanza deleteria per un ascolto tout court).
In un empito di autodisciplina e responsabilità, però, ho pensato che a questo punto sarei potuto andare in ufficio a piedi per qualche giorno; visto che il tragitto (3,5km circa) mi richiede una mezz'oretta a passo sostenuto, così facendo avrei avuto modo di riascoltare Mirror Music in maniera più profonda. E difatti così è stato: la conclusione, che anticipo, è che malgrado mi sia dovuto forzare a scegliere Words ogni qualvolta che scorrevo la lista degli artisti, alla fin fine sono giunto ad affinare il giudizio espresso tempo addietro e che finora avevo stoicamente mantenuto. Ma prima di esternarlo vorrei passare in rassegna le particolarità di quest'opera, partendo come al solito dai beat.
Dunque: ad eccezione di un CD bonus contenente una serie di remix di canzoni dell'album curati esclusivamente da Oddisee, Mirror Music presenta una lista di beatmaker piuttosto estesa: rispondono all'appello con due o più tracce ciascuno Ayatollah, i Beatminerz, Curt Gowdy, Frequency e, chiaramente, Oddisee; poi, con un beat a testa ci sono Sebb, Belief (?), Dave Dar (?), R.thentic (?) e DJ 3D + DJ A.Vee (??). A questo punto persino i più svantaggiati tra voi dovrebbero aver intuito che il minutaggio di MM è qualcosa di gargantuesco, e se calcolate che non ci sono skit bensì venti tracce complete di tutto punto allora potete facilmente giungere alla conclusione che non si tratta di un dischetto fatto tanto per fare.
La pecca in tutto ciò, però, è che difficilmente ci sono beat che davvero riescano a catturare l'attenzione dell'ascoltatore. Mi spiego meglio: certamente ci sono oscillazioni qualitative, e certamente alcuni campioni restano in mente più di altri, ma in generale non ho esitazioni nel definire il lavoro svolto al campionatore da quest'esercito di beatmaker scialbo. Togliamo infatti il soul di Hold On, l'elegante accompagnamento di pianoforte e coro effettato di Twelve Months, nonchè i synth di Not Fair e la bella atmosfera di roots reggae di One Day e cosa ci resta? Vocine pichate, brevi sample di archi, batterie leggerine e poco più come nella migliore (ironico) tradizione dei dischi underground che vogliono rifarsi ad un sound degli anni '90 che secondo me esiste solo nelle loro teste. Certo, il vantaggio è che un semplice accompagnamento musicale -perchè di questo si tratta- favorisce la concentrazione sull'aspetto lirico, ma vi sono addirittura episodi in cui questo viene danneggiato da produzioni di cattivo gusto o realmente amatoriali (Point Blank, Don't Go, On Your Feet).
Ma non voglio essere inutilmente cattivo, e allora confermo che avete letto bene: c'è molta scialberia ma perlomeno questa aiuta a seguire Words nelle sue abilità e nei suoi racconti. In tal senso è allora particolarmente apprezzabile la coerenza sussistente tra titolo, durata e contenuti: Mirror Music è effettivamente una sorta di diario in cui Words mette dentro tutto sè stesso, al contrario di molti -troppi- album in cui l'autore pretende di dare una visione intimista ed invece prima o poi ci scappa l'ode to dem hoes o il pezzo da club. Il problema con me, però, è che in genere questi approcci sanno un po' troppo di emo e frequentemente mi rompo genuinamente i coglioni nel sentire aneddoti o riflessioni su una vita della quale ben poco m'importa o interessa: il paradigma di tutto ciò sta in Below The Heavens di Blu & Exile. Tuttavia, a prescindere dagli argomenti affrontati (sui quali tornerò più avanti), devo ammettere che il Nostro sa mescolare sapientemente esperienza diretta e riflessione universale; o, meglio, usa la prima per meglio spiegare la seconda e anche se ciò alle volte termina inevitabilmente in didattica sociologica, più sovente concede uno spazio all'ascoltatore per adattare l'ottica di Wordsworth al proprio vissuto.
E questo è davvero fondamentale, perchè dimostra che non solo il Nostro è dotato di un'ottima penna (cosa che peraltro si evince dai realmente ottimi storytelling di Twelve Months e One Day), ma anche che non difetta di capacità di comunicazione lato sensu; ossia sa come aprire un canale tra sè stesso e l'ascoltatore. Pertanto viene naturale provare interesse verso tematiche come la catarsi nei confronti delle donne che avviene grazie alla nascita di sua figlia (meglio tardi che mai, direi), l'ineluttabilità degli eventi, le difficoltà di crescere un figlio per un genitore divorziato o l'assunzione di responsabilità tout court. Ma non voglio spoilerare troppo; anticipo solo che la carne al fuoco è davvero molta e non si limita alle tematiche da me elencate ma si spinge oltre, e tutto questo in maniera che -sì, davvero- imbriglia l'interesse di noi che lo seguiamo traccia dopo traccia.
E poi, certo, qualche canzone dedicata all'hip hop nelle sue varie sfaccettature, così come la rappata fatta per il gusto di esibire lo stile... ci sono anche quelle. E devo dire che funzionano bene perchè fungono da momenti di pausa in cui da un lato si "stacca" dal lato più serio di Words e se ne apprezza la bravura tecnica. Perchè se di sicuro c'è che la sua voce non è tra le più interessanti del panorama mondiale, è del resto innegabile che in quanto a metrica, complessità degli incastri, ampiezza del vocabolario e pura tecnica il Nostro sia veramente capace. Trovo che la collabo con il collega Punchline, Not Fair, sia un ottimo esempio di tutto ciò; ma vi suggerisco di prestare particolare attenzione anche alle tracce meno evidentemente destinate ad essere vetrine di stile, perchè anche lì troverete giochi di parole e combinazioni di parole francamente sorprendenti (e se anche vi dovessero sfuggire, il booklet include tutti i testi; un'ottima scelta).
In conclusione cosa c'è da dire? Forse che l'arma a doppio taglio di Mirror Music è la sua complessità lirica affiancata a produzioni mediamente tutt'altro che notevoli. Queste passano in secondo piano se si ascolta l'album traccia per traccia, una dopo l'altra: allora sì che si entra nel cosiddetto mood e si riesce ad apprezzare il lavoro svolto da Words. Ma in caso contrario, scegliersi una canzone piuttosto che l'altra così -en passant- non funziona. E alla luce di questo difetto (mancanza di mordente vero e proprio), sommato ad altri (voce non accattivante, basi scialbe e talvolta brutte) non me la sento di dargli più di tre zainetti, benchè le liriche siano spesso davvero molto buone.




Wordsworth - Mirror Music
Wordsworth - Mirror Music (Oddisee Remixes)

VIDEO: GOTTA PAY/TRUST

mercoledì 8 aprile 2009

REISER TRIS

Giusto per evitare di confondere le acque con post che non hanno a che fare con le recensioni ecc., ecco che ho aperto un blog-discarica QUI. Vediamo se la cosa regge o meno.

FREDDIE FOXXX A.K.A. BUMPY KNUCKLES - INDUSTRY SHAKEDOWN (KJac/Landspeed, 2000)

Coloro che in queste settimane stanno seguendo su Unkut la competizione tra reppusi che fanno realmente brutto avranno notato che per eliminare Freddie Foxxx c'è voluto nientemeno che un peso da 90 del calibro di Just Ice; detta altrimenti, è come se per steccare Wolverine fosse dovuto intervenire Hulk. Il Nostro, infatti, negli anni s'è guadagnato una fama di zarro a tutto tondo che, contrariamente a molti altri, non ha paura di fare nomi perchè sa perfettamente di essere in grado di concretizzare le sue minacce. Ma questo di per sè ha un significato molto relativo, dato che anche il Fat Joe degli esordi vinceva le competizioni in quanto più che disposto a prendere a catenate sui denti chi gli si parasse contro. Quello che fa la differenza nel caso di Bumpy è che al microfono non è mai stato una mezzasega, come dimostrano le sue varie apparizioni negli anni '90, in cui era puntualmente riuscito ad attirare l'attenzione su di sè grazie ad un carisma ed un'aggressività pari per intensità a quella degli M.O.P.
Hardcore: questa è ovviamente la chiave di lettura di Industry Shakedown. Con produzioni di Premier, Pete Rock, Alchemist, Diamond D e Bumpy stesso, la qualità del tapeto musicle è garantita perlomeno sulla carta, anche se posso anticipare che grosse delusioni non ci saranno. Anzi, la prima cosa che s'incontra dopo l'intro è una sorpresa: 24 Hrs. è un eccellente biglietto da visita per quel che concerne l'abilità al campionatore del Nostro, che riesce a combinare un'ottima linea di basso a singole note di piano ed una batteria incalzante nella migliore tradizione del rap nuiorchese; ed anche la commistione di flauti e sintetizzatori di Inside Your Head è a dir poco notevole, dato che sa produrre quel misterioso quid che fa scattare l'headnodding più selvaggio. Appare dunque evidente che Bumpy ha saputo trarre utili insegnamenti da produttori più esperti nel corso della sua carriera, perchè su una cosa non si discute: i suoi beat qui cagano in testa a molti, molti prodotti curati magari da "professionisti" del genere. E se il taglio dei campioni vede un'evidente influenza di Primo e Large Professor mentre i bassi sanno di Pete Rock (sempre lì siamo, come vedete), bisogna dire che la programmazione delle batterie è decisamente meno derivativa e addirittura conferisce un taglio molto personale alle sue produzioni; l'unico difetto che posso trovare nell'opera all'Akai del Nostro -eccetto magari singole tracce non proprio al top- è che l'equalizzazione soffre dell'effetto "compressione a mille" oltreché di una sporcizia del suono forse voluta ma non particolarmente godibile.
Infatti, da questo punto di vista si sente quando arriva un Pete Rock, per giunta in doppia modalità riflessivo/ hardcore (Who Knows Why/ Bumpy Knuckles Baby), dato che a prescindere dall'atmosfera che egli decide di creare sa comunque gestire con equilibrio sporcizia del campione e pulizia dei bassi; cosa che del resto fanno anche Primo (con due beat che sinceramente non mi fanno impazzire) e Alchemist con la sua Tell'Em I'm Here. Chi invece tecnicamente "sfora" un po' è Diamond D, non solo perchè le batterie di Bumpy Bring It Home potevano essere un po' più pesanti, ma anche perchè riprende il campione del singolo dei Naughty By Nature dell'anno precedente (Dirt All By My Lonely): non una cosa esecrabile o gravissima ma certamente tacciabile di pigrizia, anche se in fin dei conti il pezzo gira tranquillamente grazie agli interventi di Foxxx e Billy Danze.
Ecco, appunto, l'emceeing: sappiate che Bumpy chiama soltanto gli M.O.P. ed una corista (questa sì assolutamente fuori posto), dato che evidentemente o ha già abbastanza materiale di suo oppure pensa che alla fine siano in pochi a saper reggere la sua potenza. personalmente propenderei più per quest'ultima opzione, sia perchè nella sua sconfinata arroganza è affascinante, sia perchè appare plausibile nel momento in cui ci sono più e più momenti in cui il Nostro si scaglia contro tutte le storture del sistema discografico e le sue emanazioni. Il che include innanzitutto gli MC scarsi (con dedica affettuosa a Nore e Memphis Bleek), poi gli abbaioni (e lì le citazioni si sprecano, ma questa ve la regalo: "I represent the real grimy masses/ Of thugged-out gunslinging criminal asses/ That shoot up your party and chill at mine/ Cause they know I got love for real niggas, nine to nine there’s the mind") ed infine naturalmente i discografici che per tutto questo tempo gli hanno messo i bastoni tra le ruote. E diversamente da buona parte delle geremiadi che si sentono nell'underground, quelle di Bumpy sono affermazioni che lasciano il segno perchè dimostra abbondantemente che a lui non gliene frega cazzo. E proprio per questo, anche quando decide di prendersi una pausa dai numerosi assalti alla baionetta allo status quo (come appunto in Who Knows Why) si tende a prenderlo con maggior serietà di quanto non sarebbe lecito in casi del genere. Insomma, dei pregi di Industry Shakedown quello che più risalta è che non si debbono edulcorare le parole di Freddie: a parola corrisponde azione, e ciò è per definizione sinonimo di autenticità.
Poi, per carità, le sue magagne questo disco le ha anche: certi beat non troppo ispirati, un po' di ripetitività, gli skit pesanti... tutto quello che si vuole, ma resta il fatto che secondo me quest'album rappresenta un unicum nel rap degli ultimi anni. Privo di compromessi, la sua maggior peculiarità consiste nell'avere un autore che al di là di questioni di (innegabile) bravura rappresenta effettivamente l'hardcore nella sua applicazione più pratica, ed in quest'ottica non mi sembra fuori posto dire che -malgrado i suoni contemporanei- faccia andare il pensiero più agli albori del rap che non a ciò che sarebbe diventato negli anni successivi. E poi ha un fumetto veramente da applausi, che non posso non scansire anche se va contro le mie convinzioni.





Freddie Foxxx a.k.a. Bumpy Knuckles - Industry Shakedown
Fumettino svergognatamente autocelebrativo & brutto

martedì 7 aprile 2009

THE UN - UN OR U OUT (456 Ent., 2004)

É con grande giubilo, squilli di tromba e annesse fanfare che annuncio il mio ritorno dalla perfida Albione; carico di voglia di lavorare e catarro, trovo già fin d'ora un motivo di allegrezza nel constatare che le duecento visite non sono avvenute e che quindi mi posso risparmiare la recensione del sicuramente strepitoso disco di Jim Jones. A questo punto: quale miglior occasione di recensire un disco serio (e naturalmente ignorato ai tempi dell'uscita) come questo degli UN, che si pone esattamente agli antipodi sia della roba jiggy che del hipster rap favorendo l'approccio nature come ai bei vecchi tempi?
Perchè quello che colpisce di UN Or U Out, oltre alla palese bruttezza del titolo, non è tanto il fatto che si ispiri alla seconda metà degli anni '90 quanto che effettivamente sembri concepito in quel fecondo periodo. Dicendo questo non mi riferisco ovviamente agli aspetti più strettamente tecnici quanto alla capacità dei quattro MC's e dei produttori che li accompagnano di creare un'alchimia esplosiva che nei 47'47'' di durata si dimostra capace di incollare l'ascoltatore allo stereo praticamente senza soste. In particolare sono Roc Marciano (già Flipmode Squad) e Mike Raw ad uscirsene con le migliori combinazioni di rime, giochi di parole e -più in generale- carisma, cosicché quasi ogni loro singola strofa riesce a catturare l'attenzione di chi li ascolta, il quale non potrà far altro che riflettere che Long Island è veramente una fucina di talento del tutto sottovalutata fin dai primi anni '80 (vado a memoria: Public Enemy, De La Soul, EPMD, Rakim, MF Doom...).
Ma ciò detto, non vorrei sminuire i contributi di Laku e Dino Brave, che anzi spesso contribuiscono attivamente all'esito positivo di certe tracce. Il primo esempio di ciò è Mind Blowin' che, pur non avendo un beat da dieci e lode, fila via che è un piacere grazie alle performance dei nostri eroi, i quali così trovano abbastanza spazio per lasciar correre la loro genuina voglia di ignoranza, consistente in figa, alcol, droghe e hip hop. Questi Leitmotive, se così si possono chiamare, vengono riproposti senza vergogna alcuna in ciascun pezzo, cosa che comporta di conseguenza un apprezzamento esclusivamente da chi mastica pane e rap già da un po'; il che non è ovviamente un difetto in quanto tale, visto che si tratta sostanzialmente di una scelta stilistica, se così la vogliamo chiamare, destinata appunto ad un pubblico ben definito di aficionados.
E dunque, fermo restando che se ne faccia parte, sarà impossibile resistere a pezzi da 90 come ad esempio D.O.A. ed il suo geniale sample vocale, il singolone What They Want (Large Professor da 10 e lode, e sapete cosa questo significa), l'eccellente Russian Hat Wear (che manipola un campione dei Kraftwerk in maniera ineditamente grezza -nel senso positivo, s'intende) e la pomposa ma efficace Ain't No Thang, curata da quel Pete Rock che per primo aveva visto il potenziale di questo gruppo. Ecco, quanto alle produzioni bisogna dire che oltre agli ottimi contributi dei sopracitati Large Pro e Pietro Roccia si aggiungono sia Mahogany (già collaboratore di Jay-Z, M.O.P., Big Pun e altri) ma soprattutto Roc Marcy stesso che, pur non essendo ovviamente il Marley Marl della situazione, grazie ad un buon gusto nella scelta dei campioni ed una predilezione per le atmosfere grimey regala tre beat piuttosto notevoli (meno Get Yo Bitch, che è a tutto tondo l'unica cagata di UN Or U Out) che si confanno ottimamente alla cifra stilistica del gruppo.
Ciò detto non mi sembra che vi sia molto altro da aggiungere, se non che un esordio di tale impatto non si sentiva da tempo e nemmeno si sentirà negli anni a venire, quantomeno per quel che riguarda il sottogenere a cui appartiene questo disco. Ne consegue che non solo è da ascoltare, ma anche che è da possedere fisicamente in quanto sono pronto a mattere la mano sul fuoco che tra non molto verrà considerato un classico e che però, visto che a pubblicarlo è stata la prestigiosa (e credo già fallita) 456 Entertainment, sarà pressoché irreperibile. Insomma, non dormiteci sopra.




The UN - UN Or U Out
Bonus: World Domination Mixtape (2003)