mercoledì 7 maggio 2008

AZ - THE FORMAT (Quiet Money/ Fast Life, 2006)

La mia missione pro-capitalismo si è conclusa mezz'ora fa con risultati relativamente deludenti: dei dischi che avevo in mente di comprare non ce n'era mezzo e per giunta ho trovato la camiceria chiusa, cosa questa che forse mi ha seccato di più. Ma pazienza: sono comunque tornato a casa con un paio di dischi non esattamente essenziali da avere ma comunque degni di ascolto: Classic dei Living Legends -che però non intendo recensire, almeno per ora- e, appunto, The Format di AZ.
Per introdurre il disco potrei fare molte cose, del tipo citare la sua strofa su Life's A Bitch e quanto questa sia stata leggendaria ma al contempo l'abbia danneggiato e bla bla bla; oppure potrei tessere elogi ad libitum per quanto riguarda la sua tenacia e per il fatto che sia uno dei pochi nuiorchesi di metà anni '90 a non essere scomparso pur non avendo ricevuto il successo meritato e cazzimazzi e mongolfiere. Ma ambedue questi discorsi sono triti e ritriti, e visto che la mia piccola audience è ferrata in materia mi parrebbe di tenere una lezione di educazione sessuale a Franco Trentalance (a proposito, Il Mucchio Selvaggio di Swaitz è da vedere per credere) e quindi evito. Molto meglio buttarla sul personale, quindi, e cominciare col dire che se c'è un MC che mi piace abbastanza ma del quale non compro mai i dischi, questo è AZ. Il primo suo album lo comprai nel '96, il secondo nel 2001 ed infine questo, appunto, nel 2008. Perchè? Ma perchè, molto semplicemente, i suoi sono generalmente album discreti con due pezzi ottimi, cinque validi, due brutti e qualche altro assortito- e anche questo non fa eccezione, tant'è che avrebbe potuto intitolarlo The Formula, visto che sono ormai più di dieci anni che inconsciamente Anthony Cruz la segue.
Ma non vorrei sembrare troppo criticone: formulaici quanto si vuole, ma i suoi dischi sono senz'altro migliori di moltissima merda che esce con maggior plauso di pubblico e critica; è solo che se c'è un rapper che davvero necessiti di un greatest hits, questo è AZ (che peraltro vedo essere uscito, ma il solo fatto che sia assente Pieces Of A Black Man lo rende inutile). Non fosse che in genere i greatest hits amo farli ciucciando solo da dischi originali lo farei io, ma... sto divagando, torniamo a The Format.
L'album si apre con la consueta entrata in grande stile, e difatti I Am The Truth ricorda le intro dei vecchi dischi di Jigga; molto pomposa, con un fiorir di campioni soul, archi ed un bridge che in realtà è la parte migliore del pezzo. Sul beat di Lil' Fame AZ se la capeggia egregiamente, e la cosa non dovrebbe sorprendere perchè tutto si può dire di lui fuorché che non sia bravo. La successiva traccia non solo è curata nuovamente da Fizzy Womack, ma vede come ospiti i suoi vicini di Brooklyn, gli M.O.P., i quali accompagnano il Nostro sull'ennesimo campione di Mary Jane di Rick James. Ora, già arrivati al secondo pezzo mi viene da evidenziare il primo difetto dell'album: vuoi per colpa dei produttori, vuoi per colpa del fonico, ma i beat non pestano come dovrebbero. Sembra infatti che abbiano segato rullanti e bassi poco prima che questi potessero risultare incisivi, e se la cosa può risultare innocua su certe produzioni più leggere, su altre -come questa Sit 'Em Back- la faccenda risulta fastidiosa. Prova in casa: ho messo su i Living Legends ed il pavimento vibrava continuamente, mentre con The Format sento alle volte un timido quanto breve "bbbrp" vicino alle casse; essendo il budget per i due dischi probabilmente simile, non posso quindi far altro che indirizzare un mortacci de tu madre a Arnold Mischkulnig (il tale che si è occupato di registrazione, mixaggio e quant'altro).
Tornando ai pezzi, preferisco pigiare sull'acceleratore e liquidare Get High come la prima vera cacata dell'album: a fianco di una produzione alquanto insipida si colloca il braggadocio di un Anthony Cruz in evidente crisi creativa, dato che il massimo di ingegno che si può scorgere è che è riuscito a mettere insieme una bella lista di ciò che lui ha (e gli altri no, si capisce): rispetto, droga, macchine, zoccole, belle case, televisori, quattro album... insomma, il solito approccio Postalmarket che salvo rare eccezioni induce sonnolenza ed anche un po' di fastidio. Segue una discreta quanto formulaica Make Me (featuring tale Fresh, suo protetto tutto sommato competente) e poi la seconda boiata, Games, che a parte i suoni un po' ottantoni viene devastata da un ritornello che la scaraventa di forza negli anni '90 -e non è un complimento. Samson, questo il nome del criminale crooner, non solo canta come se il disco dei Jodeci fosse appena uscito e come se Dick In A Box non avesse messo la parola "fine" a quel periodo e quello stile, ma per giunta se ne esce con "Why you wanna... playa-hate on me?". Capito? Lui si sente playahatato, quando in realtà non se l'incula nessuno. Una roba insomma che speravo sepolta per sempre nei meandri più oscuri della storia dell'hip hop e che invece viene riesumata da questa bella canzoncina. Applausi a scena aperta.
Ma quando tutto sembra perso, ecco invece la prima vera traccia bella del disco: Rise And Fall non solo risalta per la totale assenza di cassa e rullante e per il campione di piano e flauto che non sa di già sentito, ma soprattutto per l'inedita accoppiata AZ-Little Brother, che funziona molto meglio di quanto non parrebbe sulla carta. Veramente bella, ed anche contenutisticamente diversa da quanto sentito finora (sì, sarà il solito mescolone di becchindeddèis e nehovistedituttiicolori ma merita lo stesso). Pure la successiva Animal si difende egregiamente (bello il ritornello scratchato con la frasona di Biggie presa da Ten Crack Commandments: "I've been in the game for years, it made me an animal"), ma proprio quando The Format sembra aver preso il volo arriva puntualmente la boiata fou... ci sarebbe infatti da piangere, se non fosse che Doing That, oltre ad avere uno dei beat più trissshti sentiti negli ultimi anni, vede la partecipazione di Jha Jha. Ebbene sì: qualcuno al di fuori di quegli idioti dei Dips ha avuto il coraggio di ospitare quel incapace cessone dalla testa piatta e dalle zinne divergenti, ci avreste mai creduto? Immancabile perciò l'effetto diarroico della sua strofa (una sorta di Max B al femminile), ma quasi mi viene da dire che senza di lei la canzone sarebbe stata peggiore.
Ad ogni modo, mi sono rotto il cazzo di fare la lista della spesa: da qui in poi le restanti tracce sono tutte mediamente ascoltabili fuorché The Format, che tanto la conoscete già tutti e non mi sembra il caso di perderci battute per dire che è l'altro grande pezzo dell'album (video puzzone, comunque).
Insomma, stringi stringi, siamo alle solite: AZ è un ottimo liricista ed un più che discreto scrittore, ma quando si tratta di scegliere i beat riesce ad avere un paio di guizzi di genio, un altro paio di tuffi olimpionici di stile e, nella maggior parte dei casi, una serie di scelte sicure che se da un lato non provocano ribrezzo nemmeno fanno assumere grande personalità all'opera nel suo insieme. Indi per cui anch'io mi comporterò allo stesso modo: tre microfonini e la pia rassegnazione al fatto che o si decide di affidarsi alle cure di produttori più esperti e talentuosi, oppure continuera a campare egregiamente scrivendo belle cose che però si perdono nella mediocrità musicale da lui scelta.





AZ - The Format

VIDEO: THE FORMAT

3 commenti:

MAK ha detto...

Recensione che non fa una piega, e che tra l'altro può valere per tutti i dischi di AZ appunto. Tutti tranne uno forse, perchè Doe Or Die per me ha comunque qualcosa in più degli altri. The Format non l'ho pigliato, l'ultimo che ho preso è stato A.W.O.L. e tutto sommato l'ho gradito più del sopracitato.
Il Greatest Hits di AZ è una mezza boiata comunque, perchè mancano diverse tracce d'obbligo, e sopratutto i pezzi non sono propriamente in versione originale bensì "tagliati" con un pessimo fade out per accorciare i tempi. Una roba che riesce con pacatezza ad irritarmi anche più degli schiamazzi di Funkmaster Flex o DJ Evil Dee nelle rispettive compilation...

Oddio, forse no ma ci siamo vicini.

PS: Tornando al discorso di Amazon, tieni conto che nemmeno io ho una vera carta di credito, bensì una semplice Postepay. Non gradisco troppo fare gli acquisti così, ma quando arrivano comodamente a casa fior di album (introvabili in Italia) per una manciata di dollari, mi torna il sorriso.

Victor Laszlo ha detto...

dillo dove li prendi sti fichissimi cd...
guarda che ho riordinato qualche vecchio classicone tipo Helta Skelta, Huse Of Pain, i vecchi Busta Rhymes ecc...
ciao uomo vogue

rafaelz2580 ha detto...

ankio ho acquistato the format e concordo al 90% per cento sulla recensione a parte il voto finale: 2, e mi dispiace perké AZ ha un gran flow.Bella a tutti!