lunedì 20 ottobre 2008

TERMANOLOGY - POLITICS AS USUAL (Nature Sounds, 2008)

"I'll tell you this much: you know a good thing when you see it", la frase che apre una delle canzoni del nuovo attesissimo album di Termanology, più che una constatazione deve essere considerata come un auspicio. E' difatti possibile che Term, dopo essersi costruito una reputazione come uno dei migliori MC della nuova generazione, riesca a mantenere inalterato il "fattore wow" (word to Marra) che in primo luogo lo aveva fatto assurgere agli onori della cronaca?
Diciamo che, quantomeno sulla carta, il ragazzo non arriva impreparato: la lista di produttori presenti sul disco è qualcosa di spaventoso, qualcosa capace di donare granitiche erezioni agli amanti del buon hip hop e -giocoforza- qualcosa che non può non creare delle aspettative altrettanto monstre: DJ Premier, Pete Rock, Large Professor, Easy Mo' Bee, Havoc, Buckwild, Hi-Tek, Alchemist e Nottz. In altre parole, si tratta in buona parte delle persone che sono state dietro a classici come Illmatic, Ready To Die, Word Life, The Infamous e Mecca And The Soul Brother, nonché di alcuni di coloro che a cavallo tra il vecchio ed il nuovo millennio hanno contribuito a mantenere vivo e rinvigorire il suono nuiorchese. Come anticipato, una simile decisione non può che creare delle attese all'altezza ed inoltre sarebbe da ingenui pensare che lo stesso Term, scegliendo proprio questi nomi, non volesse implicitamente affermare qualcosa come "Questo è un nuovo classico". Per cui reputo più che giustificata la reazione di alcuni che hanno detto "No bello mio, questo non è un classico, e per giunta lo troviamo pure un po' deludente".
Io per primo ho inizialmente pensato che si dovesse trattare di uno scherzo o qualcosa del genere: perchè passi che Premier non è più lo stesso di NY State Of Mind e quindi ci sta che i suoi contributi risultino relativamente deboli, però gli altri hanno perso ben poca della loro bravura in tutti questi anni: vedi per esempio Pete Rock, Buckwild o Large Professor, che recentemente non hanno lesinato chicche sparse quà e là e che però, vai a capire perchè, non mi sembra che per Politics As Usual si siano sforzati più dello stretto necessario. Detto altrimenti, se un alieno dovesse sentire le loro produzioni qui farebbe davvero fatica a capire come mai siano considerati delle leggende viventi; insomma, se si fossero sbattuti una minima in più ci ritroveremmo tra le mani un semicapolavoro ed invece qui c'è "solo" buona musica, il che mi porta a fare la seconda affermazione: buttala via. Difatti, passato lo shock di non avere tra le mani un lavoro all'altezza dei nomi, non si può però negare che Politics As Usual sia un prodotto comunque valido e pressoché privo di scivoloni, sia come liriche che come beat. Volendo saltare a pie' pari le prime due critiche che verrebbe da muovere al tutto (1-perchè cazzo non hai usato la base di Easy Mo' Bee per rapparci e 2-tre produzioni di Nottz sono troppe), il fatto è che in fin dei conti l'effetto "throwback" riesce; la sensazione che si riceve dall'ascolto è paragonabile a quella che si aveva quando ti capitava tra le mani un album semplicemente piacevole, che filava via ogni qualvolta lo ascoltavi e che volentieri ripescavi una o due volte al mese.
Dopo un'intro sprecata per sussurrare il suo nome, PAU si apre con la stranota Watch How It Go Down, che presumo tutti ormai conoscano; permettetemi solo di dire che mentre qui le strofe di Term sono incredibili, ho sempre trovato che il beat fosse davvero un po' troppo sempliciotto e noioso. Sì, insomma, m'è sempre parsa una riedizione amatoriale di Boom, priva del mordente di quest'ultima oltreché della sua freschezza. Ma tant'è, non si può dire che sia una brutta canzone, così come non lo è la buckwildiana Respect My Walk, che si fa ricordare per il campione di tromba dal sapore molto classico e le belle batterie, sempre ben equalizzate; e pure Hood Shit di Alc non è affatto male, ed anzi si colloca di molto sopra alla sua produzione più recente ricordando così il periodo d'oro 2001-2004 (c'è persino il tipico bridge dove gira il campione originale). Ed ora che si arriva a Float si comincia a pensare non solo che l'album alla fin fine non sia malaccio, ma persino che Nottz sia più che valido (anche se il campione dei Floaters è un po' in odore di omosessualità latente); purtroppo però, Please Don't Go, che pure ha il pregio di non campionare l'omonimo pezzo dei nostrani Double You, riesce a ricreare un che di jiggyness da R&B fine anni '90 con tutto quel che ne consegue, il che a casa mia non è esattamente una buona cosa. Specie se a seguirla c'è la ruvida How We Rock, che vede un Premier in modalità D.I.T.C. (cfr. Rep For The Slums di Showbiz) destreggiarsi tra linea di basso e campanellini con un ottimo risultato; ma almeno Nottz si ravvede e crea la buona Drugs, Crime & Gorillaz.
Apro una parentesi: l'unica vera critica che mi sento di muovere al produttore virginiano è che francamente tutte le sue tracce succhiano un po' troppo lo stile di Dre, il che diventa lampante se c'è un Termanology che a sua volta si mette a rappare come Eminem come in Drugs eccetera. Ora, non che io finora lo avessi seguito molto, ma mi ricordo che cinque anni fa potevi riconoscere un suo beat abbastanza facilmente grazie al suono epico che puntualmente ne permeava ogni singola nota (Wolves, Killer In Me, Richman Poorman), mentre ora mi pare abbia intrapreso un percorso sfociante al massimo nel ben fatto ma banalotto. Chiusa la parentesi.
Ma mi sto accorgendo che sto facendo la lista della spesa: e allora diciamo subito che Large Pro, Hi-Tek e Pete Rock deludono in ordine decrescente: il primo crea una robetta melensa da sufficienza scarsa, il secondo secondo me non osa più di tanto (ed il giro di synth è monotono ai limiti del fastidio) ed il terzo, infine, crea un qualcosa di passabile ma un po' fuori linea da ciò che ci si aspetterebbe da uno che anche solo sul recente NY's Finest ha regalato bei momenti. Chapeau invece a Havoc, decisamente ispirato e creatore di un beat che non stonerebbe in Murda Muzik, decisamente godibile e degno epilogo di un disco musicalmente altrimenti un po' sottosviluppato.
Lasciando però ora il versante produzioni, arriviamo a Termanology stesso. Sappiate innanzitutto che ai suoi due stili finora usati -cioè la rappata normale con schemi metrici incrociati e l'odioso sussurro- se n'è aggiunto un terzo: la rima incrociata con enfasi sulla parola chiudente la barra. Vi ricorda qualcosa? A me sì: nell'ordine abbiamo lo stile à la Big Pun, poi quello tipo Jay-Z ed infine il simil-Eminem; e d'accordo che messa giù così la mia critica è forse un po' dura, ma in tutta franchezza non posso fingere che Term sia intrinsecamente uno originale. Ciò non significa naturalmente nè che si tratti di plagio spudorato, nè che sia sgradevole da ascoltare: anzi, spesso e volentieri il Nostro scrive e rappa strofe più che pregevoli, come ad esempio in Watch How It Go Down, How We Rock, the Chosen o Float. Il problema, casomai, è che spesso sembra mancargli il lampo di genio: sia che si tratti di sboronare che di educare l'ascoltatore; non metto infatti in dubbio l'onestà di una We Killin' Ourselves, ma a mio modo di vedere l'esposizione lascia alquanto a desiderare senza, poi, aggiungere concettualmente nulla di nuovo; così come non metto in dubbio che lui sia uno bravo, ma allora perchè in più e più pezzi -So Amazing su tutti- continua a far riferimento a terzi come se fosse un Game qualsiasi? Anche perchè così facendo di certo non riesce a convincere molti che abbiamo di fronte un membro dell'élite di rapper d'oggigiorno.
Insomma, come s'è capito non è tutto rose e fiori, anzi. Vi dirò di più: se dovessi scegliere tra questo album ed il precedente, non esiterei a propendere per quest'ultimo; non solo per una questione di beat, che reputo più soddisfacenti in Out The Gate, ma anche perchè di fronte ad una minore capacità tecnica il Nostro riusciva a proporsi con maggiore personalità. Detto questo, però, non posso certo dire che Politics As Usual sia da buttare via. Diversi buoni beat ed alcune ottime strofe (anche da parte degli ospiti, eccetto l'ormai irrecuperabile Prodigy) lo rendono un acquisto insè e per sè più che soddisfacente. A patto, però, che non si pensi a ciò che avrebbe potuto essere.





Termanology - Politics As Usual

VIDEO: SO AMAZING

4 commenti:

A_G ha detto...

recensione ineccepibile. term e' zainettaro al punto giusto, anche se veramente gli manca quel briciolo di personalita' per fargli fare il salto di qualita'.

Per dire, se Joell Ortiz avesse avuto due-tre delle basi che stanno qua sopra sarebbe tutta 'nartra cosa.

(non male peraltro la combo term/joell sul disco di dj revolution)

MAK ha detto...

Sono tutto sommato daccordo, anche se il beat di Watch How It Go Down a me è piaciuto abbastanza. E' vero, Premier ha avuto pochi lampi di genio ultimamente, ma questa volta mi ha coinvolto più del solito.
Sul capitolo Nottz invece, ho trovato piuttosto fuoriluogo le sue produzie. Non riesco ad amalgamarle bene con tutto il resto... e ad ogni modo non mi sono proprio piaciute, manco mezza. Purtroppo è il gemello pacchiano di quello che produsse W.O.L.V.E.S.

Questo mese attendevo con ansia una manciata di album, e per ora sono piuttosto soddisfatto da Pain Language. Come ti è sembrato?

Anonimo ha detto...

e dire che a me sto disco sembrava una bomba!

reiser ha detto...

Pain Language mi è piaciuto, ma io sono uno stan di Planet Asia e anche se Muggs non ha dato il meglio di sè secondo me il disco merita
Appena m'arriva e appena mi tira una minima il culo lo recensisco